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O.O. 139

Il Vangelo di Marco

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1°Il compimento del tempo antico e l’inizio del tempo nuovo. Ettore-Amleto. Empedocle-Faust.

Basilea, 15 Settembre 1912

È noto che il Vangelo di Marco comincia con le parole: – «Questo è il Principio del Vangelo di Gesù Cristo». – Per colui che cerca nell’epoca attuale di comprendere questo Vangelo di Marco, queste primissime parole già devono effettivamente racchiudere tre enimmi.

Il primo enimma risulta nelle parole: «Questo è il Principio...». Il principio di che? Come va interpretato questo principio?

Il secondo enimma è – « Il Principio del Vangelo...». – Nel senso antroposofico, che significa la parola «Vangelo»?

Il terzo enimma è quello di cui già abbiamo spesso parlato: la figura del Cristo Gesù stesso.

A chi cerca seriamente di comprendere e di approfondire il proprio Sè, deve risultare evidente, che l’umanità si trova in corso di evoluzione, di progresso, e che di conseguenza ciò che si può chiamare la comprensione di questa o di quella cosa, di questa o di quella manifestazione, non può a sua volta essere nulla di stabile, nulla di circoscritto in un qualsiasi periodo di tempo, ma è una comprensione che progredisce; di guisa che in ultima analisi, è un’esigenza necessaria, per chi prenda sul serio le parole «evoluzione» e «progresso», che le questioni più profonde dell’umanità vengano, con il progredire del tempo, sempre meglio, sempre più radicalmente e più profondamente comprese. Nei riguardi di un’opera come questa del Vangelo di Marco – e questo fatto verrà corroborato appunto dai tre primi enimmi sopra citati – non è che ai tempi nostri che un certo rivolgimento della comprensione si è realmente verificato, e che lentamente e gradatamente – ma chiaramente – si è andato preparando ciò che può condurre attualmente a un vero intendimento di questo Vangelo di Marco, ciò che può condurre a intendere quello che significa: «Principia il Vangelo». Perchè è così? – Basta gittare uno sguardo nel passato, su ciò che riempiva ancora le anime relativamente poco tempo addietro, e si vedrà come il modo di comprendere si possa essere modificato, anzi come esso si debba essere modificato nei riguardi di un argomento siffatto. Se risaliamo indietro dal secolo decimonono al decimottavo e al decimosettimo, troveremo che ci avviciniamo sempre più a un’epoca, in cui quegli uomini, che per la loro vita spirituale più avevano a che fare coi Vangeli, potevano prendere le mosse da basi di comprensione affatto diverse da quelle dell’attuale umanità. Che cosa poteva dire a sè stesso un uomo del secolo decimottavo, quando voleva porsi nel generale processo evolutivo dell’umanità, se non apparteneva a coloro (e nei passati secoli erano ben pochi), che per una via qualsiasi avevano relazione con questa o quella Iniziazione, con questa o quella Rivelazione occulta; se egli dunque era un uomo che si trovava nella vita, e aveva accolto in sè ciò che viene offerto dalla vita exoterica, esteriore?

Perfino gli uomini più colti, all’apice della cultura del loro tempo, non potevano per così dire abbracciare con lo sguardo più di tre millenni della vita dell’umanità; dei quali uno – ma questo già si perdeva in una certa oscurità nebulosa – anteriore all’èra cristiana, e gli altri due millenni, non del tutto completi, posteriori alla fondazione del Cristianesimo. L’uomo stendeva allora lo sguardo sopra tre millenni. Quando guardava indietro sul primo millennio, si trovava di fronte come a una preistoria misticamente oscura dell’umanità, all’epoca degli antichi Persiani; questo, oltre alcune cognizioni – chiamiamole così – rimaste ancora dall’antica vita egiziana, costituiva i precedenti di ciò che veniva elaborato dalla vera storia, la quale s’iniziava allora con l’epoca greca. Ma questo Ellenismo formava, in certo qual modo, la base della cultura effettiva di quel tempo, e tutti coloro che volevano spingere lo sguardo più profondamente nella vita umana presero come punto di partenza l’Ellenismo e nell’ambito di quest’ultimo comparve tutto ciò che proviene dalle epoche primordiali di questo popolo e del suo lavoro nell’umanità, da Omero, dai tragici greci, e in genere dagli scrittori greci. Poi si vide come gradatamente questo Ellenismo sia, per così dire, andato declinando, come venisse soffocato esteriormente dalla Romanità; ma soltanto esteriormente, perchè, in sostanza, Roma trionfò dell’Ellenismo soltanto politicamente, mentre in realtà accolse la cultura greca, la natura greca; di guisa che si potrebbe anche dire: politicamente i Romani hanno vinto i Greci, – spiritualmente i Greci hanno vinto i Romani.

E durante questo processo, in cui l’Ellenismo trionfava spiritualmente sulla Romanità e attraverso centinaia e centinaia di canali riversava su Roma, dalla quale poi scorreva nella cultura del mondo intiero, quello che esso aveva prodotto, durante questo processo, fluiva in questa cultura greco-romana ciò che si può chiamare il Cristianesimo; esso si riversò sempre più in questa civiltà greco-romana e subì una trasformazione essenziale, quando i popoli nordici germanici parteciparono al progresso di tale civiltà.

Per gli uomini del secolo decimottavo, il secondo millennio della storia dell’umanità si è svolto in questo confluire dell’Ellenismo, della Romanità e del Cristianesimo; questo fu il primo millennio cristiano. – Vediamo poi come nel secondo millennio cristiano, nel terzo, cioè, della civiltà, dell’umanità, per gli uomini del secolo decimottavo, vediamo come – sebbene tutto apparentemente si svolga nello stesso modo – pur nondimeno in questo terzo millennio, a volerne approfondire gli eventi, tutto proceda diversamente. Basta ricordare due figure, un pittore e un poeta, i quali sebbene si presentino un paio di secoli dopo la svolta del millennio, dimostrano nondimeno essenzialmente, come sia cominciato questo secondo millennio cristiano, come esso segni l’inizio di qualcosa di essenzialmente nuovo per la cultura occidentale, di qualcosa che poi ha proseguito ulteriormente la propria azione. Queste due figure sono Giotto e Dante; Giotto come pittore, Dante come poeta. Queste due figure formano l’inizio di tutto ciò che è venuto dopo, e quello che esse hanno dato servì per l’ulteriore sviluppo dell’epoca occidentale. Questi erano, i tre millenni che gli uomini potevano abbracciare con lo sguardo.

Ma venne ormai il secolo decimonono. Oggidì soltanto a colui che vuol osservare più profondamente l’intiero sviluppo della cultura dell’epoca riesce possibile di abbracciare con lo sguardo tutto ciò che si è verificato nel secolo decimonono, tutto ciò che per mezzo di esso ha dovuto trasformarsi. E tutto questo già sta contenuto nelle anime; ma oggidì sono pochi coloro che riescono a rendersene conto. La visione retrospettiva dunque dell’uomo del decimottavo secolo risaliva soltanto fino all’Ellenismo;   
epoca pre-ellenica era per lui qualcosa d’indefinito. Ciò che è successo durante il secolo decimonono, che pochi hanno compreso e oggidì ancora da pochi è apprezzato, si è che l’Oriente – e in modo veramente intenso – è penetrato nella cultura occidentale. Questa penetrazione di carattere affatto peculiare dell’Oriente è ciò di cui dobbiamo tener conto nella trasformazione che si verificò nella cultura del secolo decimonono. In ultima analisi, questa penetrazione dell’Oriente ha gittato ombre e luci su tutto ciò che è scorso gradatamente nella cultura e che sempre maggiormente vi affluirà, imponendo una nuova intelligenza delle cose, che l’umanità fino allora aveva comprese in modo affatto diverso. Se si considerano delle singole figure o individualità, che hanno esercitato un’azione sulla cultura dell’Occidente e nelle quali si può trovare a un dipresso tutto ciò che al principio del secolo decimonono un uomo che s’interessasse alla vita spirituale portava nella propria anima, si potrebbero citare Davide, Omero, Dante, Shakespeare e anche Goethe, il quale allora penetrava nella vita. Gli scrittori futuri di storia si renderanno perfettamente conto, a proposito della svolta dal l8mo al l9mo secolo, che il contenuto spirituale degli uomini di tale epoca è determinato da queste cinque figure. Vivevano fin dentro nelle emozioni più intime dell’anima, molto più di quello che non si creda, quelli che si possono chiamare i sentimenti, le verità dei Salmi: viveva ciò che in fondo già si può trovare in Omero; e anche ciò che ha assunto in Dante forma così grandiosa; viveva pure quello che (sebbene in Shakespeare non esistesse proprio a quella guisa) tuttavia in lui già si esprimeva nel modo come vive negli uomini dei nuovi tempi. A tutto questo si deve aggiungere l’aspirazione dell’anima umana alla verità, la quale ha trovato poi espressione nella descrizione del «Faust»; e viveva veramente in ogni anima in modo, che spesso è stato detto: Ogni uomo che si sforza di conquistare la verità ha in sè alcunchè della natura di Faust. – A tutto ciò si aggiunse il fatto, che si aprì un orizzonte completamente nuovo, estendentesi oltre i tre millenni compresi appunto dalle cinque figure suddette. Per vie completamente inaccessibili alla storia esteriore, un Oriente interiore penetrò nella vita spirituale d’Europa; e questo si è verificato, non soltanto perchè ai succitati poemi venne ad aggiungersi ciò che i Veda e la Bhagavad Gita potevano dare; e imparandosi a conoscere questi poemi orientali, veniva a destarsi per mezzo di essi una speciale sfumatura di sentimento verso il mondo, radicalmente diversa da quella destata dai Salmi o da ciò che si trova in Omero o in Dante; ma si è anche verificato, perchè sorse qualcosa che per vie occulte è diventato sempre più visibile nel secolo decimonono. Basta ricordare un solo nome; che a metà del secolo decimonono ha destato molto rumore, e ci si renderà subito conto, come con esso sia penetrato in Europa, per vie occulte, qualcosa dall’Oriente: basta indicare il nome dello Schopenhauer. Che cosa colpisce a tutta prima nello Schopenhauer, quando ci si astrae dalla parte teoretica del suo sistema e si considera il contenuto del sentimento che pervade l’intiero suo pensiero?

Colpisce la profonda affinità di quest’uomo del secolo decimonono con l’abito mentale e l’atteggiamento del sentimento orientale ariano. In tutti i periodi – direi quasi – in tutte le espressioni dei sentimenti di Schopenhauer, vive ciò che si potrebbe chiamare l’elemento orientale nell’Occidente. E questo è passato in Eduardo von Hartmann nella seconda metà del secolo decimonono.

Tutto ciò, come abbiamo detto, è andato penetrando per vie occulte. Queste vie occulte si comprendono sempre meglio gradatamente, quando si vede, che nel corso dell’evoluzione del secolo decimonono si verificò effettivamente una completa trasformazione, una specie di metamorfosi di tutto il pensiero e il sentimento umano – ma non soltanto in un punto speciale della Terra, bensì nella vita spirituale; dell’intiera Terra. Per comprendere ciò che è successo in Occidente, basta darsi la pena di paragonare quanto è stato scritto durante il secolo decimonono sulla religione, la filosofia o su qualsiasi altro argomento della vita spirituale, con qualcosa che appartenga al secolo decimottavo. Allora si vedrà come una trasformazione, una metamorfosi radicale si sia verificata; come nell’umanità tutti i quesiti che si riferiscono agli enimmi più elevati dell’Universo abbiano perduto d’intensità e come l’umanità tendesse verso impostazioni completamente nuove delle quistioni, verso modi nuovi di sentire; si vedrà come tutto ciò che prima la religione e quello che le appartiene aveva dato all’umanità non potesse più venir dato in ugual modo alle anime umane per mezzo di essa; invece in Europa si chiedeva ovunque qualcosa che penetrasse più profondamente nei sostrati della religione, qualcosa di più arcano, e lo si chiedeva non soltanto in Europa. Questo appunto è il fatto caratteristico, cioè, che alla svolta del secolo decimonono è successo, che sulla Terra civile gli uomini dappertutto hanno dovuto cominciare, per impulso interiore, a pensare diversamente da come avevano pensato prima. Se ci si vuol procurare un’idea esatta di quello di cui effettivamente si tratta, bisogna vedere come – si potrebbe dire – si sia verificato un riavvicinamento generale dei popoli, delle culture e delle credenze religiose dei popoli, e tale, che i seguaci delle religioni più diverse cominciarono nel secolo decimonono a intendersi fra di loro in modo veramente straordinario. Citerò un esempio caratteristico, che ci può dimostrare chiaramente quello a cui ora ho voluto accennare.

Nel trentesimo anno del secolo decimonono è comparso in Inghilterra un uomo, un Bramino; egli professava nel Bramanismo l’insegnamento dei Veda, perchè lo riteneva un insegnamento veramente giusto. Ram Mohun Roy, morto a Londra nel l836, aveva acquistato grande influenza sopra molta parte dei suoi contemporanei che s’interessavano a tali questioni, e aveva fatto su di loro grande impressione. Vi è di strano in lui, che mentre da una parte egli rappresentava indubbiamente un riformatore incompreso dell’Induismo, d’altra parte, però, ciò che egli diceva sull’argomento poteva essere compreso da tutti quegli Europei dell’epoca, che si trovavano all’altezza del loro tempo: egli non enunciava idee solo comprensibili dal punto di vista dell’orientalismo, ma idee di cui si poteva dire: queste possono essere comprese dall’intelligenza umana in generale. Come si presentava Ram Mohun Roy? Egli diceva a un dipresso: «Io vivo in mezzo all’Induismo; in esso vengono adorati varii Dei, vengono adorate le più diverse divinità. Quando si chiede ai miei concittadini perchè adorano questi o quegli speciali Dei, essi rispondono: che è un uso così antico, che non sanno fare altrimenti, così facevano i loro padri e i loro avi ecc. E siccome essi agivano soltanto sotto questa impressione, la mia patria è caduta nella più crassa idolatria, in una riprovevole idolatria che è di onta a ciò che forma la grandezza originaria della confessione religiosa della mia patria». Era questa una confessione, egli riteneva, contenuta bensì in modo parzialmente contraddittorio nei Veda, ma che Viasa aveva ridotta nel sistema Vedanta in purissima forma per il pensiero umano. «A questa fede», egli diceva, «desiderava attenersi». E con questo scopo Ram Mohun Roy non soltanto dai diversi idiomi incomprensibili aveva fatto delle traduzioni in lingua che si potesse comprendere in India, ma aveva anche fatto degli estratti di quello che egli considerava insegnamento giusto e li aveva diffusi fra gli uomini. Quale era l’intenzione di Ram Mohun Roy? Egli credeva di aver riconosciuto che in fondo a ciò che si esprime nei numerosi Dei, in ciò che viene adorato nelle molte idolatrie, vi fosse un puro insegnamento di un Dio Unitario primordiale, di un Dio spirituale, che vive in tutte le cose, che non viene più riconosciuto dalle idolatrie, ma che dovrà nuovamente penetrare nelle anime degli uomini. E quando questo Bramino dell’India parlava in particolar modo di ciò che egli considerava la giusta Vedanta, la giusta fede religiosa dell’India, non sembrava agli uditori di sentire qualcosa di estraneo,; ma a coloro che lo comprendevano bene sembrava che egli predicasse una specie di fede della ragione, che in ultima analisi ognuno potrebbe pure conseguire, purchè mosso dalla propria ragione a rivolgersi al Dio unitario. E Ram Mohun Roy aveva seguaci, fra gli altri anche Rabindranath Tagore. Uno dei seguaci, un Indù, e questo è specialmente interessante, ha tenuto una conferenza nell’anno l870 sopra «Cristo e il Cristianesimo». È straordinariamente interessante sentire parlare un Indù sul Cristo e il Cristianesimo. L’oratore non penetra nel vero Mistero del Cristianesimo, egli non ne parla. Dall’intiero corso della conferenza si scorge che egli non può afferrare il fatto fondamentale, che, cioè, il Cristianesimo non emana da un Maestro personale – ma emana appunto dal Mistero del Golgotha, da un fatto storico universale, dalla morte e dalla Risurrezione. Ciò che egli può comprendere, però, e che gli riesce evidente, si è, che nel Cristo Gesù abbiamo dinanzi a noi una figura di straordinaria importanza, di straordinario significato per ogni cuore umano, una figura che deve servire di ideale per l’intiera storia del mondo. È straordinario sentire un Indù che parla di Cristo, sentirgli riconoscere: che se si approfondisce il Cristianesimo si deve pur dire che questo Cristianesimo dovrà sperimentare una ulteriore evoluzione nell’Occidente stesso. «Perchè», diceva l’Indù, «ciò che gli Europei portano nella mia patria come Cristianesimo, non mi sembra che sia il vero Cristianesimo».

Dagli esempi citati si vede, che non soltanto in Europa gli spiriti umani hanno cominciato, in certo modo, a voler approfondire le fedi religiose, ma che anche nell’India lontana – come pure si potrebbe dire in molte altre regioni della Terra – gli spiriti cominciavano ad agitarsi e ad avvicinarsi da punti di vista completamente nuovi a ciò che già avevano avuto per secoli e millennii. Questa metamorfosi delle anime nel secolo decimonono riuscirà evidente soltanto nell’avvenire, e la futura storia soltanto potrà riconoscere, che attraverso siffatti processi, i quali apparentemente non interessavano che poche persone, ma che attraverso migliaia e migliaia di correnti sono affluiti nei nostri cuori e nelle nostre anime e formano il contenuto oggidì delle anime di tutti gli uomini che in un modo qualsiasi prendono parte alla vita spirituale, dovrà presentarsi un completo rinnovamento, una vera trasformazione di tutti i quesiti e di tutte le interpretazioni delle antiche quistioni. E difatti oggidì in tutto il mondo si penetra veramente molto più addentro nelle quistioni.

Il nostro movimento spirituale desidera appunto la risposta a questi quesiti. Il nostro movimento spirituale è convinto, che a questi quesiti, così come vengono posti, non si trova risposta, nè per la via delle antiche tradizioni, nè per quella della scienza naturale moderna, o di una concezione del mondo che lavori soltanto con i fattori della scienza naturale moderna, ma che è necessario ricorrere alla scienza dello Spirito, alle indagini nei mondi spirituali – insomma: l’umanità oggidì, all’attuale punto del corso della sua evoluzione, deve porre dei quesiti, ai quali non si potrà rispondere, se non per mezzo delle indagini nei mondi spirituali. Lentamente e gradatamente sono sorte, nella vita spirituale occidentale, anche quelle cose le quali armonizzano con le più belle tradizioni dell’Oriente. Voi sapete che è stato sempre ripetuto, che la legge della rincarnazione risulta dalla vita spirituale occidentale stessa, e non occorre che questa legge ci venga trasmessa per via storica dal Buddhismo, così come oggidì, per esempio, non occorre che la dottrina pitagorica ci venga trasmessa dalle tradizioni storiche. Questo sempre è stato ripetuto. Ma il fatto, che l’idea della rincarnazione sia affiorata nell’anima moderna, costituisce il ponte, che superando i tre millenni già caratterizzati (perchè questi non avevano posto l’idea della rincarnazione proprio al punto centrale del loro pensiero) raggiunge la figura del Buddha. L’orizzonte venne allargato, si estese sull’evoluzione dell’umanità al di là dei tre millenni e maturarono così ovunque nuovi quesiti, ai quali soltanto la scienza dello Spirito potrà dare risposta.

Poniamo subito, in correlazione col Vangelo di Marco, il quesito, che risulta dall’inizio di quel Vangelo, il quale dice: Che in questo Vangelo verrà dato il «Principio del Vangelo di Gesù Cristo». E ricordiamoci, che subito dopo queste parole d’introduzione, si trova non soltanto la caratteristica degli antichi passi dei Profeti, ma l’annunzio del Cristo per mezzo del Battista Giovanni, e che questo annunzio viene caratterizzato dal Battista in modo, che si può riassumere nelle parole: «È compito il tempo, il Regno del Divino si stende sull’esistenza terrena». Che cosa significa questo? Con la luce che si può ottenere dalle indagini scientifico-spirituali moderne cerchiamo ora di esaminare i tempi, nel centro dei quali, in certo qual modo, sta questo «compimento»; indaghiamo ciò che significa: «un antico tempo è compito, un nuovo tempo s’inizia». Per meglio comprendere, occorre rivolgere lo sguardo sopra qualche evento dei tempi antichi, forse non molto antichi, e guardare poi ciò che vi è nei tempi nuovi, in modo, che al centro di queste due epoche che si guardano, vi sia il Mistero del Golgotha. Prendiamo dunque qualche evento antecedente al Mistero del Golgotha e qualche altro evento verificatosi dopo di esso, e cerchiamo di approfondire la differenza dei tempi, per poter riconoscere fino a che punto un tempo antico è stato compito, e fino a che punto è principiato un tempo nuovo; e vediamo di non divagare in astrazioni, ma di attenerci al concreto.

Vorrei dirigere il vostro sguardo verso qualcosa che appartiene, per così dire, al primo millennio dell’antico modo di considerare l’evoluzione dell’umanità. Dai tempi più antichi di questo primo millennio emerge la figura di Omero, il poeta e cantore greco. Poco più del nome è rimasto di questo poeta, al quale vengono attribuiti due poemi, da annoverarsi fra le produzioni più grandi dell’umanità: l’Iliade e l’Odissea. Poco più del suo nome ci è rimasto, e perfino su questo sono stati sollevati gravi dubbi durante il secolo decimonono. Ma di ciò non occorre ora parlare. La figura di Omero è di quelle che tanto più si ammirano, quanto più s’imparano a conoscere. E si può dire: che per colui che si occupa di queste cose, le figure create da Omero nell’Iliade e nell’Odissea si presentano a noi più viventi di qualsiasi figura soltanto politica della Grecia. Da persone diversissime, che hanno studiato a fondo Omero, è stato detto, che dalla precisione della descrizione, dal modo come egli espone, si debba veramente ritenere, che egli sia stato medico: altri reputano che egli debba essere stato artista plastico, e altre ancora ritengono, che egli sia stato in qualche modo artigiano. Napoleone ha ammirato la tattica, la strategia nella descrizione di Omero, altri lo ritengono un mendicante girovago. A ogni modo emerge l’individualità assolutamente peculiare di questo Omero. Scegliamo ora uno dei suoi personaggi, Ettore. Vi prego, appena ne avete il tempo, di osservare nell’Iliade la figura di Ettore, come viene scultoreamente descritta, e al contempo descritta in modo, da presentarsi completa e isolata dinanzi a noi; osservate il rapporto di lui con Troia, sua patria, il suo rapporto con la sua sposa Andromaca, con Achille, con l’esercito e con la direzione di esso; – cercate di far risorgere la figura di quest’uomo davanti all’anima vostra; di quest’uomo, con tutte le tenerezze dello sposo, completamente legato nell’antico senso alla sua città natale, Troia, e che poteva essere soggetto a illusioni – riflettete al suo rapporto con Achille – come soltanto poteva accadere a un grand’uomo. Ettore, come ce lo descrive Omero, si presenta a noi come un uomo di grande umanità. La sua figura emerge da tempi primordiali; perchè naturalmente Omero descrive ciò che ha preceduto l’epoca sua, ciò che si perde ancora più nelle tenebre del passato; dalla sua descrizione emergono perciò delle figure, che – come tutte le figure di Omero – già appaiono assai mitiche per gli uomini moderni. Vi faccio rilevare questa unica figura, Scettici e filologi di ogni genere possono porre in dubbio che un Ettore sia mai esistito, così come dubitano pure che vi sia stato un Omero. Chi però prenda in considerazione tutto il contenuto umano di cui può essere tenuto conto, acquisterà la convinzione, che Omero descrive soltanto dei fatti esistiti come tali, e che Ettore è una figura che è vissuta in Troia, come pure Achille e le altre figure descritte da Omero. Esse ci stanno ancora davanti come figure reali dell’esistenza terrena e volgiamo verso di esse lo sguardo come a uomini di altra specie, che oggidì ancora difficilmente si possono comprendere, ma che per virtù del poeta si affacciano dinanzi all’anima nostra nei più singoli loro particolari. Vogliamo rappresentarci la figura di Ettore, che viene vinto da Achille, come una vera figura di uno dei principali condottieri troiani. Tale figura rappresenta qualcosa, che appartiene veramente all’epoca precristiana dell’umanità; da essa si può rilevare come fossero gli uomini di quell’epoca precristiana, quando il Cristo ancora non era vissuto.

Dirigo il vostro sguardo ora verso un’altra figura, una figura del 5° secolo precristiano, un grande filosofo, che ha passato gran tempo della sua vita in Sicilia; è una figura straordinaria; quella di Empedocle. Egli è stato non soltanto il primo, che ha detto dei «quattro elementi», – fuoco, acqua, aria, terra – che tutto ciò, che si verifica nella sostanza, procede dal combinarsi o scombinarsi di questi quattro elementi secondo i principii di odio e di amore, che dominano in essi; ma per primo ha lavorato in Sicilia in modo, da far sorgere delle organizzazioni statali importanti; egli ha viaggiato e ha condotto la gente alla vita spirituale. Quando osserviamo la vita di Empedocle, essa si presenta a noi come una vita altrettanto avventurosa, quanto profondamente spirituale. Altri ne dubitino, ma la scienza dello Spirito sa, che Empedocle ha vissuto in Sicilia come uomo di Stato, come Iniziato, come Mago, così come Ettore ha dimorato in Troia, quale ce lo descrive Omero. E per caratterizzare lo strano rapporto fra Empedocle e il mondo, ci si presenta il fatto, che non è inventato, ma vero, cioè, che egli pose termine alla sua vita – per unirsi con tutta l’esistenza che lo circondava – precipitandosi nell’Etna, e ardendo nel fuoco di esso. Così si presenta a noi questa seconda figura del tempo precristiano.

Esaminiamo coi mezzi della moderna scienza dello Spirito queste figure. Sappiamo anzitutto che siffatte figure si ripresenteranno, che le anime tornano nella vita. Non terremo conto delle loro incarnazioni intermedie e le cercheremo nell’epoca postcristiana; otterremo così un’idea della trasformazione dei tempi, qualcosa che ci aiuterà a comprendere come il Mistero del Golgotha abbia agito nell’evoluzione dell’umanità. Se si può dire: «Figure come quella di Ettore e di Empedocle sono ricomparse: come si muovono esse fra gli uomini nei tempi postcristiani?», si arriva a realizzare l’azione del Mistero del Golgotha, il compimento e l’inizio della nuova epoca nelle anime. Poichè ci troviamo qui riuniti fra antroposofi serii, non dobbiamo spaventarci delle comunicazioni della vera scienza spirituale, che può essere verificata per mezzo di ciò che ci si presenta esteriormente. Vorrei dirigere il vostro sguardo verso qualcosa, che è successo nell’epoca dopo il Cristo.

Si potrebbe ora dire di nuovo, che si tratta di una figura poetica, ma questa «figura poetica» si riferisce appunto a una reale personalità, che è veramente esistita. Dirigo il vostro sguardo sulla figura creata dallo Shakespeare nel suo Amleto. Chi conosce l’evoluzione dello Shakespeare, per quel tanto che esteriormente la si può conoscere, ma specialmente chi la conosce attraverso la scienza dello Spirito sa che l’Amleto dello Shakespeare è la trasformazione del vero principe danese, che una volta è realmente esistito. La figura «Amleto», che Shakespeare ha creata, è anche vissuta. Non posso ora fermarmi a dimostrare come la personalità storica risieda veramente a base della figura poetica creata dallo Shakespeare. Ma vorrei esaminare il risultato scientifico-spirituale, vorrei dimostrarvi con questo esempio evidente, come uno spirito dell’antichità risorga nuovamente nell’epoca postcristiana. La vera figura che risiede a base dell’Amleto creato dallo Shakespeare è Ettore! Viveva in Amleto la medesima anima che era vissuta in Ettore. Proprio da un esempio caratteristico siffatto, dal quale emerge chiaramente la diversità con cui l’anima si esplica, ci si può rendere conto di quello che è avvenuto nel tempo intermedio. Da un canto ci si presenta una personalità come quella di Ettore nell’epoca precristiana; penetra poi nell’evoluzione dell’umanità il Mistero del Golgotha, e la scintilla che sprofonda in quell’anima fa sorgere in essa, in una figura come quella di Amleto, il prototipo di Amleto, del quale Goethe ha detto: «un’anima che non è all’altezza di nessuna situazione e alla quale nessuna situazione conviene; un’anima alla quale è assegnato un compito, che essa non può adempiere». Si può domandare: perchè Shakespeare ha espresso Amleto a quel modo? Egli non ne era consapevole. Chi però scruta questi rapporti per mezzo della scienza dello Spirito sa le forze che vi stanno dietro. Il poeta crea nell’incosciente; perchè gli si presenta dinanzi, in certo qual modo, dapprima la figura, che egli crea, e, poi, come in un «quadro» – di cui egli non sa niente – gli si presenta l’intiera individualità che a quella si riconnette. Perchè fa Shakespeare emergere appunto delle peculiari qualità del carattere di Amleto e le fa risaltare spiccatamente, mentre probabilmente da nessun osservatore contemporaneo di Amleto sarebbero state osservate? Perchè Shakespeare le osserva sullo sfondo del tempo! Egli sente quanto un’anima si sia modificata nel passaggio dalla vita antica a quella nuova. Amleto, l’incerto, lo scettico, che non sa orientarsi nelle sorti della vita, che esita e tentenna, ecco ciò che è diventato quell’Ettore, che era così sicuro del fatto suo.

Dirigo il vostro sguardo verso un’altra figura del nuovo tempo, presentatasi a sua volta all’umanità come immagine poetica in un poema; il ricordo del protagonista di questo poema vivrà certo ancora lungamente nell’umanità, anche quando nell’avvenire ci si ricorderà lontanamente del poeta, come ora si ricordano Omero e Shakespeare – dei quali veramente si può dire, che di uno non si sa niente, e dell’altro ben poco. Da molto tempo sarà già stato dimenticato, nonostante la stampa e tutti i mezzi moderni, ciò che i cronisti storici e i biografi raccontano di Goethe, e la ragione per cui gli uomini si sono tanto interessati di lui, quando ancora sopravviverà con grandezza scultoreamente vivente la figura del Faust, che Goethe ha creato. Così come gli uomini nulla sanno di Omero, ma di Ettore e Achille invece sanno molto, così verrà un tempo, in cui non sapranno molto della personalità di Goethe (e sarà un bene), ma sempre sapranno di «Faust». Faust, a sua volta, è una figura, la quale, come si presenta a noi letterariamente in Goethe, quasi come in sè completa, si riferisce a una figura vera; essa è vissuta nel secolo decimosesto; è esistita qui sulla Terra, se pur non quale Goethe la descrive nella figura del suo Faust. Perchè la descrive Goethe a quel modo? Goethe stesso non lo sapeva. Ma quando egli volgeva lo sguardo su Faust, su quel Faust trasmessogli dalla tradizione e che già conosceva fin da ragazzo nei giuochi di burattini, agivano allora su di lui le forze di ciò che risiede dietro Faust, di ciò che era un’antecedente incarnazione di Faust: Empedocle, L’antico filosofo greco! Tutto questo irradiava nella figura di Faust. E si potrebbe dire: se Empedocle si precipita nell’Etna, si unisce all’elemento fuoco della Terra, quale straordinaria, mirabile spiritualizzazione, in certo qual modo, di questa – chiamiamola così – precristiana mistica della natura, fattasi azione, ci vien data nel quadro finale del Faust goethiano, con l’ascesa di Faust nell’elemento fuoco del Cielo, per mezzo del Pater Seraphicus, ecc. Lentamente e gradatamente una direzione spirituale affatto nuova si è andata affermando in ciò a cui gli uomini aspirano più profondamente. Già da molto tempo cominciò a verificarsi il fatto negli spiriti più profondi dell’umanità, che – senza saper niente di rincarnazione o di Karma – quando contemplavano un’anima per sè grande, e desideravano descriverla dalle profondità della sua vita più intima, descrivevano ciò che risplendeva in essa dalle incarnazioni precedenti. Come Shakespeare non sapeva che Amleto fosse Ettore, ma lo descrisse a quel modo, sebbene nulla sapesse che in Amleto e in Ettore viveva la medesima anima, così pure Goethe descrive Faust, come se dietro di questo vi fosse l’anima di Empedocle, con tutte le sue peculiarità; perchè in Faust appunto vi era l’anima di Empedocle. Ma è caratteristico il fatto, che il corso e il progresso del genere umano va proprio così.

Ho messo in rilievo due figure caratteristiche, dalle quali si può vedere, come i Grandi antichi si presentino in un’epoca moderna postcristiana talmente scossi nel profondo della loro anima, da non sapersi orientare che difficilmente nella vita. In essi vi è tutto ciò che prima pure vi era. Se, per esempio, si penetra nella figura di Amleto, si trova che l’intiera forza di Ettore è in lui; ma si sente, che questa forza non può esplicarsi nell’epoca postcristiana, che essa trova allora degli ostacoli, perchè in quest’epoca ha agito sulle anime qualcosa che rappresenta un inizio; mentre prima, invece, quando le figure si presentano a noi nell’antichità, abbiamo a che fare con una fine. Tanto Ettore quanto Empedocle rappresentano figuratamente una conclusione; essi ci stanno dinanzi scultorea-mente isolati. Ciò però che prosegue la propria azione nell’umanità deve saper procedere per nuove vie in nuove incarnazioni: così Ettore in Amleto, Empedocle in Faust, il quale rappresenta tutto ciò che è voraginosa aspirazione verso le profondità della natura, il quale contiene in sè l’intiero elemento empedocleo ed è il solo a poter dire, per via di questa natura così profonda: «Voglio per un tratto metter da parte la Bibbia e voglio essere un naturalista e un medico, non voglio più essere un teologo»; Faust, il quale sentiva la necessità di accompagnarsi a entità demoniache, ciò che gli ha permesso di vagare per il mondo sentendone meraviglia, ma rimanendo incompreso. In tutto questo continua l’azione dell’elemento che proviene da Empedocle, ma che non si può orientare nei riguardi di ciò che l’uomo deve essere, dopo l’inizio di un’epoca nuova.

Ho voluto dimostrare con queste osservazioni, come un violento cambiamento si sia palesato in anime molto importanti – in anime, sul conto delle quali ognuno può informarsi: ho voluto dimostrare, che se si penetra nelle profondità di esse, questo forte cambiamento si fa manifesto. E se si domanda: che cosa è avvenuto fra le antiche incarnazioni e quelle nuove di siffatte individualità? si ottiene allora sempre la risposta: è avvenuto il Mistero del Golgotha, quello che il Battista annunciava dicendo: «E compito il tempo, i Regni dello Spirito – o i Regni del Cielo – passano nel regno umano». Veramente questi Regni del Cielo penetrarono violentemente in questo Regno umano! E coloro che interpretano questo fatto esteriormente non lo possono appunto comprendere. Questo fatto penetrò con tale forza, che Grandezze antiche in sè salde e compatte hanno dovuto ricominciare di bel nuovo la loro evoluzione sulla Terra, e che appunto esse, fino al termine dell’antica epoca, fino al Mistero del Golgotha, ci rivelano come si fosse allora consumato qualcosa che aveva trovato il suo compimento, e che ha posto gli uomini in modo, che essi si presentano a noi come personalità per sè complete. E si è presentato poi qualcosa, per cui è stato necessario che le anime iniziassero un nuovo principio, che tutto venisse formato a nuovo, venisse rifuso, e che delle anime già grandi apparissero ormai come anime piccole, perchè, essendo cominciata un’epoca affatto nuova, dovevano esse trasformarsi e tornare all’infanzia. Questo è ciò che dobbiamo iscriverci nell’anima, se vogliamo comprendere quel che significano le prime parole del Vangelo di Marco. Il Principio. Veramente si tratta di un principio, che scuote le anime nel più profondo del loro essere, che porta un impulso completamente nuovo nell’evoluzione dell’umanità; un principio del «Vangelo». Che cosa è il Vangelo? È ciò che discende dai Regni, da noi già spesso descritti nelle Gerarchie delle Entità superiori, dove stanno gli Angeli, gli Arcangeli; e discende attraverso il mondo, il quale si eleva al di sopra del «mondo umano».

Così si acquista la visione di un significato più profondo della parola «Vangelo». Un impulso che discende per il Regno degli Arcangioli e degli Angioli, – questo è il Vangelo, – ciò che discende da questi Regni penetra nell’umanità. Tutte le traduzioni astratte non colgono, in ultima analisi, nel segno. In realtà, la parola «Vangelo» già in sè deve indicare, che a un dato momento comincia a scorrere sulla Terra qualcosa, che prima scorreva soltanto dove stavano gli Angioli e gli Arcangioli; e che è disceso e scorre giù sulla Terra, e vi scuote le anime, – anzi agita proprio principalmente le anime più forti. Ed è questo principio, il quale ha dunque una «continuazione», che viene preso in conto. Vale a dire: il Vangelo continua. A quell’epoca vi è stato il principio, e vedremo, in ultima analisi, che l’intiera evoluzione dell’umanità da quell’epoca in poi è una continuazione del «Principio», cioè, dell’affluire dal Regno degli Angeli dell’impulso che si può chiamare «Vangelo». Non saranno mai troppe le ricerche e le indagini, quando si vogliono caratterizzare i singoli Vangeli, e nel Vangelo di Marco appunto ci si paleserà, che lo si può comprendere soltanto se si comprende nel senso giusto l’evoluzione dell’umanità, con tutti i suoi impulsi, con tutto ciò che si è verificato durante il suo corso. Non ho voluto caratterizzarvi questo fatto esteriormente, ma ve l’ho voluto caratterizzare nelle anime, e dimostrare come effettivamente soltanto il riconoscimento del fatto della rincarnazione – la quale se applicata a una vera ricerca ci palesa il divenire di anime come quelle di Ettore e di Empedocle – possa richiamare davanti all’anima nostra l’intero significato dell’impulso venuto per mezzo dell’Avvento del Cristo. Altrimenti si potranno esporre bellissimi argomenti – ma ci si arresta nondimeno alla superficie. Ma ciò che v’era d’Impulso-Cristo dietro a ogni evento esteriore si palesa veramente soltanto quando si scruta la vita al lume della ricerca spirituale, quando si riconosce come il compimento della vita non si effettui soltanto nei suoi singoli particolari, ma anche nel susseguirsi delle incarnazioni. L’idea della rincarnazione va presa sul serio, si deve introdurla veramente nella storia di guisa che diventi un elemento vivificante della storia stessa; allora si paleserà l’azione dell’Impulso principale dell’Evento del Golgotha. E questo impulso, che già spesso abbiamo descritto, si paleserà specialmente nelle anime.

2°La storia intesa quale manifestazione esteriore di eventi spirituali. Il profondo elemento artistico e la forza spirituale drammatica nella composizione dell’Antico Testamento e dei Vangeli.

Basilea, 16 Settembre 1912

Se vi ricordate quale è stato il punto principale e lo scopo principale delle considerazioni svolte nell’ultima conferenza, potrete farvi un’idea di come l’entità umana, riguardo alla propria interiorità, si sia esplicata prima dell’epoca del Mistero del Golgotha in modo affatto diverso che non dopo. Non ho voluto descrivervi questo fatto, ma ho cercato di esporvelo per via di esempi tratti dalla scienza dello Spirito; esempi, che ci mostrano anime dei tempi antichi e anime dei tempi nuovi; esempi caratteristici, dai quali possiamo vedere, come certe anime dell’antichità si ripresentino nei tempi nuovi, trasformate, metamorfosate. Quale sia la causa di questa trasformazione così violenta ci risulterà da tutto il senso di questo ciclo di conferenze. Ora basterà indicare, come introduzione, un solo fatto, che già spesso è stato citato in altre conferenze concernenti simili argomenti; cioè, che il divenire cosciente, il divenire pienamente cosciente dell’Io umano, la formazione e l’elaborazione del quale è la missione del pianeta terrestre – si è verificato veramente soltanto per mezzo del Mistero del Golgotha. Sebbene non sia del tutto esatto, pur nondimeno approssimativamente si può dire, che quanto più indietro si risale nel passato nell’evoluzione dell’umanità, tanto più si trova, che le anime umane non sono individualizzate, ma sono ancora confinate in anime di gruppi collettivi. E il fatto di essere confinate nell’anima di un gruppo emerge soprattutto nelle figure più salienti, di guisa che si può dire: un Ettore, un Empedocle, sono rappresentanti tipici delle collettività animiche dell’intiera anima umana; Ettore, proveniente e cresciuto da ciò che è l’anima di Troia, è copia dell’anima di gruppo del popolo troiano; egli è certamente specializzato in una forma, ben determinata, ma è radicato nell’anima di gruppo, altrettanto quanto lo è Empedocle. Quando essi si rincarnano nell’epoca postcristiana, si trovano posti di fronte alla necessità di esplicare la coscienza dell’Io. Il passaggio dall’anima di gruppo all’esplicazione dell’anima individuale è appunto ciò che dà una spinta in avanti così potente. Questo fa sì, che delle anime così chiuse come, per esempio, quella di Ettore, si palesino nell’epoca postcristiana titubanti, sembrino inadatte alla vita come, per esempio, l’anima di Amleto – e che d’altra parte un’anima, come quella di Empedocle, quando ricomparisce nell’epoca postcristiana come anima del Faust del secolo decimosesto, diventi apparentemente una specie di avventuriero; si trovi attirata in molte situazioni, dalle quali con gran difficoltà riesce a districarsi e venga falsamente giudicata dai suoi contemporanei, anzi dall’intiera posterità.

È stato già spesso ripetuto, che per un’evoluzione come quella appunto descritta, ciò che è avvenuto dal Mistero del Golgotha fino a oggi non ha speciale importanza. Non si tratta per ora che di un inizio, e i grandi impulsi che si possono attribuire al Cristianesimo non emergeranno che nell’avvenire dell’evoluzione terrestre. Occorre sempre ripetere, che il Cristianesimo non è che al principio della sua grande evoluzione. Ma, se ci si vuol porre in questa grande evoluzione, occorre accompagnare con il proprio intendimento la continua progressione delle rivelazioni, degl’impulsi, che hanno avuto il loro principio con la fondazione del Cristianesimo. Nei prossimi tempi bisognerà anzitutto imparare qualcosa, e per questo non occorre gran chiaroveggenza, purchè ci si renda chiaramente conto che si deve imparare qualcosa di ben determinato, che formerà un buon principio per una comprensione progredita del Cristianesimo: cioè, s’imparerà a leggere la Bibbia in modo affatto nuovo. Oggidì vi sono ancora molti ostacoli che si oppongono a questo modo nuovo di leggere la Bibbia. In parte vi ha colpa il fatto, che la comprensione della Bibbia vien coltivata in larghe cerchie in modo, direi quasi, sdolcinato e sentimentale; la Bibbia viene adoperata, non come un libro di conoscenza, sibbene come un libro ad uso di tutte le possibili situazioni personali dell’anima; quando qualcuno ha bisogno di migliorare le condizioni personali della propria vita, egli s’immerge in qualche capitolo della Bibbia e lascia agire su di sè ciò che vi trova, ma in questo modo riesce di rado a elevarsi al di sopra di un rapporto suo personale con la Bibbia. D’altra parte, negli ultimi decenni – veramente in tutto il secolo decimonono – l’erudizione ha reso molto più difficile un vero intendimento della Bibbia, perchè l’ha spezzata, e ha ritenuto che, per es., il Nuovo Testamento sia composto di elementi dei più diversi, più tardi riuniti insieme, e che ugualmente anche l’Antico Testamento sia una raccolta di cose affatto diverse, riunite in varie epoche; in questo modo non si avrebbero nella Bibbia che tanti frammenti, che facilmente dànno l’impressione di rappresentare un aggregato, un coacervo; essi sarebbero stati «cuciti insieme» con l’andar del tempo. Questa erudizione diventa popolare e oggidì già lo è diventata. Molte persone sono già dell’opinione che l’Antico Testamento, per es., sia stato una raccolta di tante singole parti. Questa opinione nuoce alla lettura vera e seria della Bibbia, quale dovrà essere nel prossimo avvenire. Quando si verificherà questa lettura della Bibbia, molto di quanto anche dal punto di vista antroposofico vi sarà da dire sopra i Misteri della Bibbia stessa, potrà essere meglio compreso. Bisognerà imparare per es. ad accettare tutto ciò che è contenuto nelle edizioni abituali della Bibbia come un tutto completo; non ci si dovrà lasciare ingannare da quello che può venire detto contro l’unità dell’Antico Testamento. E purchè non si proceda unilateralmente e non si legga questo o quel passo dal punto di vista della ricerca di un appoggio personale, ma si lasci agire su di noi il Vecchio Testamento, quale esso è, come un tutto, e purchè al contempo se ne consideri il contenuto, il quale, come avete potuto vedere sufficientemente per mezzo dell’evoluzione antroposofica degli ultimi anni, risulterà al mondo appunto per mezzo della scienza dello Spirito; e purchè vi si unisca, spiritualmente però, un determinato senso spirituale artistico, di guisa che, fondandosi su di esso, si arrivi a vedere come le cose artisticamente si susseguano, come esse siano artisticamente composte, come i fili s’intreccino e si sciolgano e non si guardi a tutto questo col criterio della composizione esteriore, ma si applichi quel senso profondamente artistico a una cosa quale è il Vecchio Testamento – allora soltanto si arriverà a comprendere, quale straordinaria forza drammatica, quale forza drammatica spirituale interiore giaccia effettivamente nell’intiera composizione, nella struttura dell’Antico Testamento. Allora soltanto si abbraccerà con lo sguardo l’intiero stupendo «quadro» drammatico come un tutto, come un’unità; e soltanto quando ci si avvicinerà alla Bibbia a questo modo, ci si accorgerà della sua struttura unitaria e non si crederà più che sia stata messa insieme con brani raccolti da diverse parti, ma se ne scorgerà lo spirito unitario. Allora si vedrà quello che è un progresso completamente dominato dallo spirito unitario – a cominciare dall’epoca della prima storia della Creazione, attraverso l’epoca dei Patriarchi, l’epoca dei Giudici, attraverso l’epoca dei Re Giudei, finchè tutto converge in un apice mirabilmente drammatico nel libro dei Maccabei, nei figli di Matatia, fratelli di Giuda,, che lottano contro il Re Antioco di Siria. In questo vi è una forza interiore drammatica; si arriva alla chiusa a un determinato punto culminante e si sente che non è più un semplice modo di parlare, una frase, il dire che colui che è provvisto del metodo occulto di osservazione viene invaso da uno speciale sentimento, quando giunge alla fine di questo libro: ivi egli ha dinanzi a sè, da un canto, i sette figli dei Maccabei, e dall’altro, i cinque figli di Matatia. Cinque figli di Matatia e sette figli della madre dei Maccabei   
– questo ci dà un numero strano, il numero dodici, che di solito s’incontra anche quando ci s’inoltra nei segreti dell’evoluzione. Il numero dodici alla fine dell’Antico Testamento, descritto in un punto culminante! Dapprima c’invade improvvisamente il senso del modo come il settenario dei figli dei Maccabei muoia per martirio dinanzi al Re Antioco, come essi vengano a poco a poco martirizzati, come però a poco a poco si risollevino (guardate quanta drammaticità interiore vi sia in questo passo) e come il primo dei figli cominci a dare soltanto un accenno di ciò che viene alla fine espresso dal settimo come conoscenza dell’immortalità dell’anima, quando lancia al Re le parole: «Scellerato, non vuoi saperne di Colui che risveglierà la mia anima!» Lasciate che questo crescendo drammatico di figlio in figlio operi su di voi e vedrete quali forze sono contenute nella Bibbia. Se al modo dolcemente sentimentale, con il quale finora si è considerata la Bibbia, si contrappone questa penetrazione drammatica e artistica, la Bibbia prenderà di per sè un valore, che al medesimo tempo ci empirà di ardore religioso. Allora attraverso la Bibbia l’arte si fa religione, e allora si cominceranno a fare osservazioni del tutto peculiari.

La maggior parte di voi forse si ricorda (perchè in questo stesso luogo è stato descritto) che in occasione dell’esposizione del Vangelo di Luca è stato da me detto, come effettivamente l’intiera figura grandiosa del Cristo Gesù sia sorta dalla confluenza di due anime, le anime dei due Gesù Bambini. L’anima di uno di essi altra non era che l’anima di Zarathustra, il fondatore dello Zarathustrismo; di guisa che forse dinanzi al vostro occhio spirituale avrete ancora presente il fatto; che nel descrivere il Gesù Bambino, il Vangelo di Matteo intende soprattutto indicare lo Zarathustra rincarnato. L’anima di Zarathustra viveva in questo Gesù Bambino. Che cosa si presenta effettivamente in questo fatto? Abbiamo il fondatore dello Zarathustrismo, il grande iniziato dell’antichità, della cultura persiana primordiale, il quale attraversa l’evoluzione dell’umanità fino a un determinato punto e ricompare poi nel popolo ebreo antico; abbiamo un passaggio dall’elemento persiano primordiale a quello del popolo ebreo antico, per via indiretta, attraverso l’anima di Zarathustra. Veramente, ciò che succede esteriormente nella storia del mondo, ciò che succede nella vita degli uomini, in ultima analisi, è soltanto una manifestazione, una esteriorizzazione dei processi interiori spirituali, delle forze interiori spirituali; di guisa che si può studiare realmente ciò che la storia esteriore racconta, considerandola come un’espressione della spiritualità interiore, di fatti che si muovono nella spiritualità. Rappresentiamoci questo fatto nell’anima nostra: Zarathustra passa dall’elemento persiano in quello ebreo antico. E ora esaminiamo il Vecchio Testamento; e a ciò basterà prendere i titoli dei capitoli del medesimo. Quello che ho raccontato di Zarathustra risulta dalla ricerca chiaroveggente, è il risultato che si ottiene quando si segue l’anima di Zarathustra. Ma ora si confronti questo risultato, non soltanto con la Bibbia, come ci viene comunicata, ma anche con ciò che viene attestato dalla ricerca esteriore.

Il popolo ebreo antico fonda il suo regno in Palestina; il regno originario si scinde; si arriva prima alla cattività assira, indi alla babilonese, e infine al soggiogamento del popolo ebreo antico da parte dei Persiani. Che significa tutto questo? Veramente i fatti mondiali storici hanno un significato! Essi seguono i processi interiori, seguono i processi spirituali animici. Perchè è successo tutto questo? perchè i popoli ebrei antichi sono stati guidati in modo, che dalla Palestina vennero condotti nell’elemento caldeo, in quello assiro-babilonese e poi vennero nuovamente liberati da Alessandro il Grande? Schematicamente si può dire, che non si tratta che del passaggio esteriore di Zarathustra dal Persianesimo nell’elemento giudaico. Gli Ebrei se lo sono andati a prendere: essi sono stati condotti a lui – fino a restare sottomessi all’elemento persiano sol perchè Zarathustra voleva venire a loro! La storia esteriore è una riproduzione mirabile di questi processi; e chi contempla l’evento da un punto di vista scientifico-spirituale, sa che la storia esteriore non è che il corpo che serve al passaggio di Zarathustra dall’elemento persiano in quello ebreo antico; l’elemento persiano, in ultima analisi, modifica a tutta prima l’elemento ebreo antico, il quale, quando è stato sufficientemente trasformato, viene da Alessandro Magno tratto fuori da quello; ciò che rimase era il «milieu», l’ambiente, necessario per Zarathustra. Questo passò da una razza nell’altra. Non possiamo naturalmente far rilevare che dei singoli punti, ma se gettiamo uno sguardo sull’intiera epoca, come essa culmini nella storia ebrea antica attraverso l’epoca dei Re, attraverso l’epoca dei Profeti, della cattività babilonese, della conquista persiana fin dentro all’epoca dei Maccabei, allora, se cerchiamo di comprendere il Vangelo di Marco, che comincia con un vaticinio d’Isaia, come vaticinio profetico, ci colpisce subito l’elemento dei Profeti ebrei. Si potrebbe dire: a partire da Elia, del quale il Battista Giovanni è la rincarnazione, i Profeti ci si presentano straordinariamente grandi. Non curiamoci per il momento di Elia e della sua rincarnazione nel Battista, e osserviamo i nomi dei Profeti che stanno fra l’uno e l’altro. Allora dobbiamo dire: Con ciò che abbiamo acquistato per mezzo della scienza dello Spirito, questo profetismo ebreo può essere esaminato in modo affatto speciale. Di che parliamo effettivamente, quando parliamo delle grandi Guide dell’orbe terrestre degli antichi tempi? Parliamo degl’iniziati. Sappiamo che questi iniziati hanno conseguito la loro altezza spirituale, perchè sono passati attraverso i varii santuari d’iniziazione, perchè di gradino in gradino hanno lavorato per inalzarsi, attraverso la conoscenza, alla veggenza spirituale, e per mezzo di ciò sono arrivati all’unione con gl’impulsi spirituali che agiscono nel mondo; in tal modo incorporarono nella vita sul piano fisico gl’impulsi che essi stessi accoglievano nel mondo spirituale. Se perciò incontriamo un iniziato del popolo persiano, indiano o egizio, chiederemo anzitutto: Entro quel popolo, entro quella razza, come è egli salito per la scala dell’iniziazione? Come è divenuto una Guida e un direttore spirituale del suo popolo? Questa domanda è giustificata – non lo è però quando ci si pone di fronte ai Profeti. Esiste una corrente teosofica che fa di ogni erba un fascio, e vuol parlare dei Profeti degli antichi Ebrei come si parla degl’iniziati degli altri popoli; ma a questo modo non si arriva a conoscere niente. Basta prendere la Bibbia (e appunto dalla Bibbia risulta, che essa non è un elemento infido, ma un elemento fedele) e basta osservare: i Profeti, da Elia fino a Malachia, attraverso Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele e considerare ciò che la Bibbia dice di queste figure, e si vedrà che non si possono collocare nello schema generale dell’iniziazione. Dove sta detto che i Profeti ebrei abbiano seguito le medesime regole d’iniziazione degl’iniziati degli altri popoli? Sta detto: essi sono sorti, nel mentre la voce del loro Dio si muoveva nell’anima loro e li rendeva capaci di guardare in modo diverso dall’uomo ordinario, li rendeva capaci di fare dichiarazioni sul futuro corso della sorte del loro popolo e anche sul futuro corso della storia del mondo. Questi vaticini irrompevano per via elementare dall’anima dei Profeti. Non viene ugualmente raccontato che essi passassero per l’iniziazione, come gli altri Profeti, dei quali si può indicare il passaggio per l’iniziazione. I Profeti ebrei si presentano in modo, che la loro veggenza, ciò che essi hanno da dire al loro popolo, all’umanità, si affaccia come emanante da genialità. E lo stesso si deve dire del modo come essi si riferiscono alla loro voce profetica, ai loro doni profetici. Osservate come parla un Profeta, quando ha da dire qualcosa; egli dice, che Iddio gliel’ha comunicata per mezzo dei suoi intermediari, o che è venuta come una verità elementare immediata. Questo induce a chiedere: Come vanno considerate queste figure di Profeti ebrei, che sono da collocarsi esteriormente allato agl’iniziati degli altri popoli (se facciamo astrazione da Elia e dalla sua rincarnazione, il Battista) se s’investigano le loro anime per via scientifico-spirituale? Ci si trova allora di fronte a qualcosa di straordinario. E se vorrete confrontare ciò, che ora vi comunico come risultato della ricerca scientifico-spirituale, con tutto quello che la storia e la tradizione religiosa ci dice intorno a queste figure, ne troverete certamente la conferma.

Se si seguono le anime dei Profeti ebrei si trova, che essi sono rincarnazioni di iniziati che avevano ricevuto la iniziazione presso altri popoli, e in quelli si erano già elevati a determinati gradi di iniziazione. Se si rintraccia dunque il passato dei Profeti ebrei, si arriva ad altri popoli; presso uno di questi si trova un’anima iniziata, che è rimasta lungamente in quel popolo; poi essa traversò la soglia della morte e si rincarnò nel popolo giudeo. E in quanto a tutte le singole figure – Geremia, Isaia, Daniele ecc. – se si vogliono ritrovare le loro anime nelle loro, precedenti incarnazioni, si devono cercare in altri popoli. Superficialmente parlando, si può dire, veramente, che gl’iniziati degli altri popoli si sono raccolti gradatamente nel popolo giudeo, dove si presentano con la figura di «Profeti».

Questo spiega perchè il dono profetico dei Profeti sembri essere un emergere elementare della loro interiorità. Si tratta del ricordo di ciò che essi si sono acquistati presso i vari popoli come iniziati. E questo affiorai ma in modo che non palesa sempre quella forma chiara e armoniosa, che ha avuto nelle passate incarnazioni. Perchè l’anima che era incarnata in un corpo persiano o egiziano deve prima adattarsi alla corporeità del popolo giudeo. In questa non potrà palesarsi gran parte di ciò che già prima in essa vi era. Perchè, quando l’uomo avanza in tal modo da incarnazione a incarnazione, non sempre vi è in lui tutto ciò che prima vi era; anzi qualcosa, che prima già vi era, per causa delle difficoltà che incontra nella nuova corporeità, può apparire disarmonico, caotico.

E così si vede, come i Profeti ebrei abbiano dato al loro popolo una somma d’impulsi spirituali che sono spesso ricordi disordinati, ma tuttavia grandiosi delle passate iniziazioni. Questa è la peculiarità che ci si affaccia in questi Profeti ebrei. E perchè succede questo? Succede per la semplice ragione, che effettivamente l’intiera evoluzione dell’umanità doveva passare per questo punto di transizione, affinchè ciò che era stato acquistato da varie parti venisse poi a raccogliersi come in un punto centrale, e dovesse poi rinascere dal sangue del popolo dell’antico Testamento. Perciò ovunque nella storia del popolo ebreo antico, e ciò non avviene per nessun altro popolo (succedeva soltanto per le razze, ma non per i popoli già diventati tali), s’insiste sulla comunanza della stirpe, sul corso del sangue attraverso le generazioni. Tutto ciò che è missione storica nel mondo del popolo dell’antico Testamento poggia sulla continuità del corso del sangue attraverso le generazioni, per cui colui che deve appartenere completamente al popolo ebreo viene sempre chiamato «Figlio di Abraham, di Isacco e di Giacobbe», vale a dire di quell’elemento che si è palesato dapprima nel sangue di Abraham, Isacco e Giacobbe. E in questo sangue che scorreva attraverso quelle generazioni dovevano incarnarsi gli elementi d’iniziazione dei varii altri popoli. Come raggi, che provenendo da diverse parti, si riuniscono in un punto centrale, così i raggi dell’iniziazione dei diversi popoli si sono riuniti, come in un punto centrale, nel sangue dell’antico popolo ebreo, attraverso il quale era necessario che l’elemento psichico dell’evoluzione dell’umanità passasse una volta. È importante tener conto di questo fatto occulto: perchè allora soltanto si comprende, perchè il Vangelo di Marco, per esempio, si basi fin dal principio sull’elemento dell’Antico Testamento.

Che cosa si verifica dunque ora con questo «raccogliersi» dell’elemento d’iniziazione dei diversi popoli in quest’ultimo centro?

Vedremo in seguito, perchè si verifica. Ma se si osserva l’intiero corso drammatico dell’Antico Testamento ci si accorge, come per mezzo di questa raccolta dell’elemento dell’iniziazione dei diversi popoli si formi a poco a poco nell’evoluzione dell’Antico Testamento l’idea dell’immortalità, la quale si palesa al massimo grado appunto nei figli dei Maccabei. Ma – si potrebbe dire – occorre che si lasci agire l’idea dell’immortalità sull’anima nostra in tutta la sua importanza originaria, in modo, da tener conto della coscienza che l’uomo ha del proprio rapporto col mondo spirituale.

Richiamo la vostra attenzione anche sopra un altro fatto. Cercate di osservare nell’Antico Testamento i passi dove esso tratta dell’elemento divino che risplende nella vita degli uomini. Quanto spesso viene detto, per esempio che per Tobia deve avvenire un evento qualsiasi, per esempio, come quando Tobia spedisce suo figlio fuori per sbrigare un affare; allora si presenta a lui in forma apparentemente umana l’Arcangelo Raffaele. In un altro punto arrivano altre entità supersensibili delle gerarchie superiori. È un ingerirsi dell’elemento divino spirituale nel mondo umano, un’intromissione che si verifica in modo, che l’elemento divino spirituale si presenta all’uomo come qualcosa di esteriore, che gli si presenta nel mondo esteriore. Nel libro di Tobia Raffaele si presenta a colui, che egli deve guidare, così come un uomo si presenta all’altro, avvicinandosi a lui dal di fuori. Se leggiamo l’Antico Testamento vedremo, che per lo più i rapporti con il mondo spirituale vengono regolati in quel modo. I passi dell’Antico Testamento che parlano di queste cose sono numerosi. Nello svolgimento dell’intiero libro si assiste a un processo drammatico, che raggiunge finalmente un punto massimo d’intensità con la morte per martirio dei sette figli dei Maccabei, i quali, dando espressione alle loro anime, parlano della riunione – anzi del risveglio – di queste ultime nell’elemento divino. L’intima certezza delle anime sulla propria interiore immortalità ci si palesa nei figli dei Maccabei, e anche nei fratelli di Giuda, i quali negli ultimi tempi ancora difendono il loro popolo contro re Antioco di Siria. L’elemento spirituale viene afferrato dall’interiorità. E il crescendo drammatico si presenta nella sua massima grandezza, se si segue l’Antico Testamento dall’apparizione di Dio a Mosè nel roveto ardente, dove si vede come la peculiarità dell’avvicinarsi del Dio sia qualcosa di esteriore, fino a ciò che affiora dai figli dei Maccabei come certezza interiore che, se qui muoiono, essi verranno risvegliati nel regno del loro Dio da ciò che vive in loro.

Questo è un progresso poderoso che rivela una unità interiore nell’Antico Testamento. In questo modo, della coscienza di venir presi da Dio, di venire da Dio, in certo qual modo, tolti dalla Terra, e di essere un arto nella Divinità – l’Antico Testamento in principio non parla, non dice se questo arto dell’anima umana, che viene assunto dalla Divinità e incorporato nel mondo divino, venga poi veramente risvegliato. L’intiero processo viene però svolto in modo, che sempre più va aumentando la coscienza che l’anima umana, per mezzo di ciò che essa è, cresce e penetra veramente nell’elemento spirituale. Da un atteggiamento passivo verso il Dio Jahve o Jehova si arriva gradatamente a una coscienza attiva interiore sulla natura dell’anima. Questo processo pervade l’Antico Testamento come un crescendo che s’intensifica di pagina in pagina. Nasce l’idea dell’Immortalità – ma nasce a poco a poco nel corso dell’Antico Testamento. E il medesimo progresso si verifica – stranamente – anche nel Profetismo. Osservate la storia e le promesse di ogni successivo Profeta; esse scendono sempre più e più nel campo dell’interiorità. Altro elemento drammatico, questo, di un mirabile crescendo. Quanto più si ritorna indietro nel passato, tanto più vi si parla di cose, che si riferiscono al corso esteriore degli avvenimenti, e invece più si procede innanzi nel tempo, tanto più anche da parte dei Profeti si parla della forza interiore, della certezza interiore e del sentimento di comunanza della stirpe. Così si va crescendo gradatamente – finchè l’Antico Testamento conduce al principio del Nuovo Testamento; e il Vangelo di Marco si ricollega direttamente a tutti questi rapporti. Perchè il Vangelo di Marco dice subito fin da principio, che vuole considerare l’avvento del Cristo Gesù completamente nel senso dell’antico Profetismo di guisa che, in certo qual modo, si può comprendere la comparsa del Cristo Gesù, quando si tengano presenti le parole del Profeta Malachia e del Profeta Isaia: «Ecco, che io spedisco innanzi a te il mio messo per prepararti la via. Ascolta la voce d’uno che grida dal deserto: preparate la via del Signore, addirizzate i suoi sentieri». In questo modo, come con una nota fondamentale che attraversa la storia dell’Antico Testamento, viene accennato alla comparsa del Cristo Gesù. Inoltre nel Vangelo di Marco vien detto – lo si intende chiaramente dalle parole, purchè si voglia leggere –: Così come già parlarono i Profeti parla ora in fondo di nuovo un uomo: il Battista. E la figura del Battista, se compresa in questo modo, si presenta a noi completa e grandiosa; gli antichi Profeti parlavano di un Messo di Dio, e di come nella solitudine egli indicherebbe la via, che il Cristo Gesù deve percorrere nell’evoluzione del mondo. Il Vangelo di Marco continua poi dicendo: «Così è sorto nel deserto Giovanni il Battista e ha predicato il Battesimo per il ravvedimento della peccabilità umana», perchè così si devono tradurre le parole, se si vogliono interpretare in modo adeguato. Vien dunque detto: Dirigete lo sguardo verso l’antico Profetismo, che si è evoluto in un nuovo rapporto con la Divinità, in una nuova credenza dell’immortalità e guardate la figura di Giovanni il Battista, come egli si è presentato e ha parlato del genere di evoluzione, per mezzo del quale si riconosce la peccabilità umana. Così ci viene indicato subito il Battista come una grande figura.

Vi è poi la mirabile figura del Cristo Gesù stesso, come ce la presenta il Vangelo di Marco, con un crescendo drammatico al contempo semplice e grandioso, quale, si può dire, mai, altrove è stato raggiunto! Vi prego di fermarvi a considerare con lo sguardo dell’anima. Che cosa sta detto? A un dipresso quanto segue: Dirigete lo sguardo sulla figura del Battista; lo comprenderete soltanto se considerate le figure degli antichi Profeti ebrei, la voce dei quali in lui si è fatta viva. Incontro a lui si mosse l’intiero paese giudeo per farsi battezzare. Ciò significa che sono stati molti a riconoscere che l’antico Profetismo parlava attraverso Giovanni Battista. Questo vien detto subito in principio del Vangelo di Matteo. Vediamo dinnanzi a noi Giovanni il Battista, in lui vediamo divenir vivente la voce dell’antico Profetismo, vediamo il popolo muoverglisi incontro e – se ci atteniamo al Vangelo di Marco – vediamo come egli venga dagli uomini riconosciuto come il Profeta risuscitato. Questo è il primo passo. E ora si presenta la figura del Cristo Gesù stesso. Non terremo conto per il momento del cosidetto Battesimo di Giovanni nel Giordano; non considereremo il Cristo dopo il Battesimo, e neppure dopo l’episodio della Tentazione – ma vogliamo abbracciare con lo sguardo il grandioso drammatico crescendo che si presenta a noi appunto nel Vangelo di Marco.

Dopo averci presentato il Battista e averci dimostrato l’atteggiamento degli uomini verso di lui e la sua missione, quel Vangelo ci presenta il Cristo Gesù stesso. Ma come? Dapprima vien detto soltanto, che egli vi è. Ma egli vien riconosciuto non soltanto dagli uomini, lo riconoscono anche altri esseri che non sono uomini. Di questo si tratta! Attorno a lui vi sono coloro che vogliono essere guariti dal demonismo, nei quali operano dei demoni. Attorno a lui stanno dunque uomini, in cui dimorano non soltanto anime umane, ma di cui hanno preso possesso anche degli spiriti supersensibili, che agiscono attraverso di loro. In un passo importante viene detto: questi spiriti riconoscono il Cristo Gesù! Il Battista vien riconosciuto dagli uomini, i quali vanno da lui e si fanno battezzare. Cristo viene riconosciuto dagli spiriti supersensibili, di guisa che Egli deve ordinar loro di non parlare di lui. Lo riconoscono dunque gli esseri, che sono del mondo supersensibile. Vien dunque detto: Comparisce allora un Essere, che vien riconosciuto non soltanto dagli uomini, ma che appena si presenta, viene riconosciuto e ritenuto pericoloso da entità supersensibili.

Questo è il crescendo grandioso che si presenta a noi fin dal principio del Vangelo di Marco; da un canto Giovanni Battista, che viene riconosciuto e venerato dagli uomini; dall’altro Colui, il quale viene riconosciuto e temuto dagli esseri supersensibili, che però hanno a che fare con la Terra, sicchè riconoscono che ormai devono andarsene. Questo è il Cristo Gesù! Mai si potrà trovare un crescendo drammatico rappresentato con tanta semplicità.

Se si tiene conto di questo, si sente la necessità di certe cose, le quali di solito passano semplicemente inosservate, proprio inosservate. Richiamo la vostra attenzione sopra un solo passo, il quale – poichè il Vangelo di Marco è così semplice e così grande – in quel Vangelo appunto può colpire maggiormente. Ricordatevi come là dove si parla dell’ordinazione dei dodici, al principio del Vangelo di Marco, e dove si tratta dell’assegnazione dei nomi, Cristo chiamò due dei suoi apostoli: «Figli del Tuono». Questo è qualcosa che non deve passare inosservato, ma di cui occorre tenere conto, se si vuol comprendere il Vangelo. Perchè li chiama Egli i «Figli del Tuono»? perchè essi diventino i suoi servi, egli vuol trapiantarli in un elemento che non sia della Terra, che provenga dal di fuori della Terra; perchè è il Vangelo dai regni degli angeli e degli arcangeli, perchè è qualcosa di completamente nuovo, e perchè non basta più parlare soltanto degli uomini, sibbene di un elemento celeste sopraterreno – l’Io – e perchè è necessario affermare questo fatto. Egli li chiama Figli del Tuono, per dimostrare che anche i suoi hanno un rapporto con l’elemento superterrestre. Il mondo a noi più vicino, e che si riattacca al nostro, è il mondo elementare, per mezzo del quale soltanto si può spiegare ciò che si esplica nel nostro mondo; e il Cristo dà ai suoi discepoli dei nomi, per mezzo dei quali vien detto, che il nostro mondo confina con un mondo vicino supersensibile. Egli dà loro i soprannomi delle qualità del mondo elementare. Di questo pure si tratta, quando egli chiama Simone l’«Uomo delle Pietre»; anche qui si accenna a qualcosa di supersensibile. E così attraverso l’intiero Vangelo si annunzia l’entrata dell’elemento «angelico», degli impulsi provenienti dal mondo spirituale.

Per comprendere questo, basta leggere giustamente, basta premettere, che il Vangelo è al contempo un libro, dal quale si può attingere la più profonda saggezza. Tutto il progresso conseguito consiste nel fatto, che le anime vengono individualizzate, che il rapporto col mondo supersensibile non l’hanno più soltanto per la via indiretta dell’elemento animico di gruppo, ma attraverso l’elemento dell’anima individuale. E Colui, che si presenta all’umanità in modo da venir riconosciuto nell’entità terrestre – ma che viene riconosciuto anche dalle entità supersensibili – per penetrare nelle anime di coloro che lo devono servire, ha bisogno di aggiungere alcunchè di elemento supersensibile elementare al migliore elemento umano. Gli occorrono quegli uomini, i quali nell’antico modo già hanno raggiunto il massimo progresso nelle loro anime. È oltremodo interessante seguire il divenire animico di coloro, che il Cristo raccoglie attorno a sè, che egli elegge a diventare i suoi dodici, i quali – si può dire –, quando si presentano a noi nella loro semplicità, hanno già compiuto nel modo più grandioso quel passaggio, di cui ieri vi ho voluto dare degli esempi nelle incarnazioni attraverso a diverse epoche di talune anime umane. L’uomo deve prima orientarsi nell’individualità. Dapprima egli vi si orienta difficilmente, quando da ciò che nella sua anima è radicato nell’elemento collettivo del popolo, viene condotto alla necessità di fare assegnamento soltanto su sè stesso. I dodici, appunto, erano profondamente radicati in una collettività nazionale che in modo grandioso era tornata a sentirsi nazione.

E la loro anima era come ignuda, come semplice, quando il Cristo li ritrovò. Si ha a che fare qui con epoche intermedie irregolarissime fra le incarnazioni. Lo sguardo del Cristo si poteva volgere giustamente sui dodici; ricomparivano le anime che erano state incarnate nei sette figli dei Maccabei e nei cinque figli di Matatia, i fratelli di Giuda; da queste è stato messo assieme l’apostolato. Esse erano state gittate nell’elemento dei pescatori e della gente semplice; ma erano nell’epoca, in cui l’elemento giudeo era salito a un punto culminante ed era compenetrato dalla coscienza, che esso a quell’epoca rappresentava massima forza, ma soltanto forza, e che ora, che si raggruppava attorno al Cristo, sorgeva individualizzato. Ci si potrebbe rappresentare qualcuno del tutto incredulo, che volesse considerare dal punto di vista semplicemente artistico, come alla fine dell’Antico Testamento si presentino sette e cinque, e come poi si ritrovino di nuovo dodici al principio del Nuovo Testamento. Se si considera questo fatto semplicemente dall’aspetto di un coefficiente artistico, già si può essere impressionati dalla semplicità e dalla grandezza artistica del libro biblico, a prescindere dal fatto, che i «dodici» si mettono assieme coi cinque figli di Matatia e coi sette figli della madre dei Maccabei. Bisognerà imparare ad accogliere la Bibbia anche come opera d’arte; allora soltanto ci si schiuderà il senso della grandezza che è riposta nella Bibbia come opera d’arte, e si acquisterà il senso di ciò a cui deve riferirsi quanto in essa sta artisticamente riposto.

Ora mi sia permesso ancora di far notare che fra i cinque figli di Matatia ve ne è uno, il quale già è chiamato «Giuda» nel Vecchio Testamento. Egli allora è colui, che più fortemente lotta per il suo popolo, il quale con l’anima sua è completamente dedicato al suo popolo, e al quale riesce pure di stringere un’alleanza coi Romani contro re Antioco di Siria. Questo Giuda è il medesimo che più tardi è esposto alla prova di commettere il tradimento, perchè egli, il quale più intimamente è collegato con l’elemento specificatamente proprio dell’Antico Testamento, non può subito trovare il passaggio all’elemento cristiano e ha bisogno di attraversare prima la dura prova del tradimento. Se si considera l’aspetto puramente artistico della composizione, si presenta mirabilmente, si potrebbe dire, la grandiosa figura di Giuda negli ultimi capitoli dell’Antico Testamento – e la figura di Giuda nel Nuovo Testamento. E ciò che è straordinario in questo evento sintomatico si è, che il Giuda dell’Antico Testamento stringe un’alleanza coi Romani; tutto ciò prepara quello che poi è avvenuto: cioè, la via percorsa dal cristianesimo attraverso la Romanità per penetrare nel mondo. Questo – si potrebbe dire – è lo sviluppo ulteriore. E se vi aggiungessi ciò che può pure essere saputo, ma non può essere detto in una conferenza con un uditorio così numeroso, allora vedreste come effettivamente, per mezzo appunto della successiva rincarnazione di questo Giuda, si verifichi la fusione dell’elemento romano con l’elemento cristiano, e come il Giuda rincarnato sia il primo il quale, per così dire, ha grande successo nella diffusione del cristianesimo romanizzato, e come la conclusione dell’alleanza del Giuda dell’Antico Testamento coi Romani sia il fatto profeticamente precursore di ciò che più tardi compirà colui che ricompare per gli occultisti come Giuda rincarnato, la cui anima doveva allora attraversare la dura prova del tradimento. E ciò, che per effetto dell’azione che egli ha esercitata più tardi, si è palesato in un medesimo tempo come cristianesimo nella Romanità e come Romanità nel cristianesimo, appare come un rinnovamento, trasferito nella spiritualità, dell’alleanza del Giuda del Vecchio Testamento coi Romani.

Quando ci stanno dinanzi questi fatti, si arriva gradatamente all’opinione che, considerata spiritualmente e astrazion fatta da tutto il resto, l’evoluzione umana stessa è l’opera d’arte più grande, che mai vi sia stata! Occorre però avere la vista adatta. Perchè dovrebbe essere infondata la pretesa, che l’anima umana possa acquistare questa vista? Quando una persona vede un dramma qualsiasi, con un intreccio e una soluzione drammaticamente trasparente, e non possiede la facoltà di penetrarne la costruzione, essa può vedere nel dramma il succedersi di tanti eventi, che si possono descrivere uno di seguito all’altro. La storia esteriore del mondo appunto fa a un dipresso a quel modo. Dalla storia dell’umanità allora non viene indubbiamente creata nessuna opera d’arte, sibbene una serie di eventi che si susseguono. Ora però l’umanità è già al punto di svolta, in cui deve verificarsi il seguente fatto: essa deve comprendere l’interiore progressiva formazione degli eventi, il loro intreccio e la loro soluzione nell’evoluzione dell’umanità. Allora risulterà chiaro, che l’evoluzione dell’umanità stessa ci dimostra come qua e là sorgano le figure individuali, le quali dànno impulsi, intrecciano dei nodi e li disciolgono; e soltanto quando si conosce il corso storico degli eventi, s’impara a conoscere come l’uomo sia collocato nell’evoluzione dell’umanità. Ma allora, poichè il tutto, da uno stato di semplice connessione, viene elevato al grado di organismo e a più che un organismo, si deve realmente collocare ogni cosa al suo posto e fare una distinzione, che gli uomini ritengono ovvia negli altri campi. Perchè a nessun astronomo verrà l’idea di porre il sole a paro degli altri pianeti; gli sembra una cosa naturale di considerare il sole a parte e di collocarlo, come un «monon» di fronte ai pianeti. Altrettanto naturale sembra a colui che penetra con lo sguardo nell’evoluzione dell’umanità, di collocare «un Sole» fra le grandi Guide dell’umanità: e come sarebbe completamente assurdo parlare del sole del nostro sistema planetario nello stesso modo come si parla, di Giove, di Marte ecc. così pure è assurdo parlare del Cristo come si parla dei Bodhisattwa e delle altre Guide dell’umanità. Ciò dovrebbe risultare talmente evidente che, purchè si guardino semplicemente i fatti, qualsiasi nuova rincarnazione del Cristo appare assurda, e tale che non mette conto discuterne. Ma è anche necessario approfondire veramente le quistioni, comprenderle nel loro vero aspetto, e non come vengono presentate da questo o da quel domma, o da questa o da quella sètta. Se si parla di una cristologia in un senso veramente cosmologico, non è necessario parlare di una superiorità del Cristianesimo rispetto alle altre religioni. Sarebbe come se nei libri sacri di una qualsiasi religione stesse scritto, che il sole è un pianeta come gli altri pianeti, e qualcuno allora dicesse: «Bisogna togliere il sole dal numero dei pianeti», e gli altri vi si opponessero dicendo: «questa però è una preferenza per il sole!» Non lo è affatto, è soltanto il riconoscimento della verità stessa. E così succede pure con il Cristianesimo. È semplicemente il riconoscimento della verità, di una verità che oggidì ogni religione della Terra può accogliere, purchè lo voglia. E se le altre religioni intendono veramente di ammettere l’uguale valore di tutte le confessioni religiose, se non si servono di questa ammissione come di una semplice insegna, allora esse pure non si offenderanno che l’Occidente non abbia accolto un Dio nazionale, sibbene un Dio, il quale sopratutto non ha a che fare con la nazionalità, ma è un’Entità Cosmica. Gl’indù parlano dei loro Dei nazionali. È naturale che essi debbano parlare diversamente dagli uomini che non hanno accolto e fatto valere un Dio nazionale germanico, ma che pongono a loro centro un’Entità, la quale non si è veramente incarnata sul loro suolo, ma si è incarnata lontano da loro presso un altro popolo. Si potrebbe parlare di un’opposizione del principio cristiano occidentale a quello indiano orientale, soltanto se, per esempio, qualcuno volesse porre Wotan al disopra di Krishna.

Per il Cristo però non è affatto così: fin dal principio Egli non è appartenuto a nessun popolo, ma personifica ciò che vi è di più bello nei principii della scienza dello Spirito: riconoscere il vero, senza differenza di colore, di razza, o di stirpe ecc.

Dobbiamo compenetrarci della necessità di considerare queste cose obbiettivamente. Quando riconosceremo i Vangeli, perchè riconosciamo ciò che sta a base di essi, allora soltanto comprenderemo queste cose nella loro verità. Da quanto oggi è stato detto sul Vangelo di Marco, sulla sua sublime semplicità e sul suo drammatico crescendo dalla personalità di Giovanni il Battista a quella del Cristo Gesù, si può vedere ciò che questo Vangelo contiene realmente.

3°Gli sfondi scientifico-spirituali della figura del Battista. Il senso del battesimo. L’entità spirituale di Elia. E1 ia-Giovanni- Raffaello.

Basilea, 17 Settembre 1912

Il principio del Vangelo di Marco ci conduce alla grande figura del Battista. Ieri già è stato accennato al modo significativo con il quale il Vangelo di Marco introduce da un canto Giovanni il Battista, e dall’altro lo contrappone al Cristo Gesù stesso. Se si permette al Vangelo di Marco, nella sua semplicità, di esercitare su di noi la sua azione, si acquisterà immediatamente un’impressione importante della figura del Battista. Ma quando poi si approfondisce lo sfondo scientifico-spirituale di questa figura, allora veramente il Battista ci appare, in certo qual modo, nella sua piena grandezza. Già spesso vi ho spiegato come il Battista sia da considerarsi anche nel senso del Vangelo stesso (poichè sappiamo che in questo sta detto chiaramente), come una rincarnazione del Profeta Elia. Dal punto di vista scientifico-spirituale perciò, per scrutare bene la causa più profonda della fondazione del cristianesimo e del Mistero del Golgotha, dovremo appunto considerare la figura del Battista sullo sfondo di ciò che si presenta a noi nel Profeta Elia. Ora accennerò soltanto brevemente a quello che si riferisce al Profeta Elia: perchè nell’ultima assemblea generale della sezione Tedesca della società Teosofica a Berlino ho parlato dettagliatamente del Profeta Elia. Tutto ciò che la scienza dello Spirito, la ricerca occulta, ha da dire sul Profeta Elia viene completamente confermato da ciò che sta scritto nella Bibbia stessa, mentre se questa viene letta nel modo ordinario, gran parte del capitolo che si riferisce a Elia riesce indubbiamente poco chiaro. Richiamo l’attenzione soltanto sopra il seguente fatto.

Si legge nella Bibbia che Elia, in certo qual modo, sfida l’intiero seguito e l’intiero popolo del re Ahab, sotto il cui dominio egli vive; che egli contrappone sè stesso ai sacerdoti di Baal, ai suoi avversari; che egli dispone, in certo qual modo, due altari, sopra uno dei quali permette ai sacerdoti di Baal di deporre le loro vittime, mentre sul suo altare depone le proprie, dimostrando poi l’insussistenza di ciò che i suoi avversari affermano riguardo ai sacerdoti di Baal, perchè nessuna grandezza spirituale si manifesta nel sacrificio di Baal, mentre nel sacrificio di Elia si manifesta subito la grandezza e l’importanza di Jahve o Jehovah. È una vittoria che Elia riporta sui seguaci di Ahab. Poi viene mirabilmente narrato come Elia abbia un vicino, Naboth, come questo Naboth possegga un vigneto che Ahab, il Re, desidera acquistare. Naboth però non lo vuol cedere, perchè quel vigneto gli è sacro, avendolo egli ereditato da suo padre. Ora, due fatti ci vengono narrati dalla Bibbia: da un canto, che Gezabella, la regina, diventa nemica di Elia e dichiara che essa provvederà, perchè Elia venga ucciso, così come per mezzo del suo trionfo sull’altare, i suoi avversari, i sacerdoti di Baal, erano stati uccisi. Ma questa morte per mezzo di Gezabella non si verifica come ci viene raccontata nella Bibbia; invece si verifica un altro fatto. Naboth, il vicino del Re, viene invitato a una specie di festa espiatoria alla quale vengono invitati gli altri dignitari dello Stato, e in occasione di questa festa, egli viene assassinato per istigazione di Gezabella.

Possiamo dunque dire: la Bibbia sembra narrare che Naboth viene ucciso per mezzo di Gezabella, ma Gezabella non annunzia affatto di voler uccidere Naboth, sibbene Elia. Questi fatti, dunque, non concordano. Subentra ora la ricerca occulta e dimostra: che con Elia si ha a che fare con uno spirito vasto, il quale si aggira, in certo qual modo, invisibilmente, nel paese di Ahab, ma che questo spirito a volte penetra, per così dire, nell’anima di Naboth e la pervade, di guisa che Naboth è la personalità fisica di Elia, e che quando si deve parlare della personalità di Naboth, si parla della personalità fisica di Elia, «Elia» è la figura invisibile nel senso della Bibbia – «Naboth» è la sua impronta visibile nel mondo fisico. Ho descritto tutto questo dettagliatamente nella conferenza di Berlino, tenuta nell’Architektenhaus il 14 Dicembre 1911, sopra «il Profeta Elia alla luce della scienza dello Spirito». Ma se si approfondisce l’intiero spirito dell’opera di Elia, e si fa agire sull’anima nostra l’intiero spirito di Elia, quale viene descritto nella Bibbia, si può dire: che in Elia si presenta a noi anzitutto lo spirito dell’intiero popolo ebreo antico. Tutto ciò che anima e palpita nell’intiero popolo ebreo antico è contenuto nello spirito di Elia. Possiamo parlare di lui come dello Spirito del popolo ebreo antico. Egli è troppo grande – e ce lo dimostra appunto la ricerca spirituale scientifica – per poter dimorare completamente nell’anima della sua figura terrena, nell’anima di Naboth; egli aleggia, per così dire, sopra di quella come una nube: ma egli non è soltanto in Naboth, sibbene si aggira come un elemento della natura nell’intiero paese, e agisce nella pioggia e nei raggi solari. Questo si palesa chiaramente, se si considera l’intiera descrizione, la quale comincia subito col dire, che domina la siccità e la sterilità, ma che per mezzo di ciò che Elia dispone per virtù del suo rapporto coi mondi divini spirituali, vien rimediato alla siccità e alla sterilità e provveduto a tutto ciò di cui il paese allora abbisognava. Egli opera come un elemento della natura, come una legge della natura stessa. E si potrebbe dire: il miglior modo per imparare ciò che opera nello spirito di Elia, è quello di lasciar agire su di sè il centoquattresimo Salmo, con l’intiera descrizione di Jahve o Jehovah quale divinità della natura che agisce attraverso ogni cosa. Elia, ben inteso, non si deve però identificare con questa Divinità stessa: egli è l’immagine terrena di questa Divinità, egli è quell’immagine terrena che è al contempo l’anima collettiva del popolo ebreo antico. Questo spirito di Elia è una specie di Jehovah differenziato, una specie di Jehovah terrestre, o pure è ciò che viene espresso nell’Antico Testamento: il volto di Jehovah.

Considerato in questa guisa, ci si spiega in particolar modo il fatto, che il medesimo spirito che vive nell’Elia – Naboth, sia ormai ricomparso in Giovanni il Battista. Come agisce esso in Giovanni Battista?

Nel senso della Bibbia – e specialmente nel senso del Vangelo di Marco – egli opera anzitutto attraverso ciò che è il Battesimo. Che cosa è in realtà questo Battesimo? per quale ragione veramente esso viene eseguito da Giovanni il Battista su coloro che acconsentono a lasciarsi battezzare? Occorre approfondire quale fosse veramente l’azione esercitata da questo battesimo sul battezzato. – Coloro che dovevano essere battezzati venivano immersi nell’acqua. Si verificava in essi allora ciò che si verifica, come spesso abbiamo descritto, quando un uomo subisce una scossa psichica, quale può sperimentare chi si trova davanti a un subitaneo pericolo di morte, perchè, per esempio, è caduto nell’acqua e sta per annegare, o è travolto da qualche frana; si verifica in tal caso un rilasciamento del corpo eterico. Il corpo eterico esce parzialmente dal corpo fisico, e come conseguenza – si verifica allora ciò che avviene sempre nell’uomo immediatamente dopo la morte: si verifica, cioè, una specie di visione retrospettiva dell’ultima vita. Questo è un fatto ben noto, spesso descritto anche dai pensatori materialisti della presente epoca. Succedeva qualcosa di simile anche col battesimo di Giovanni nel Giordano. La gente veniva immersa nell’acqua. Non era un battesimo come quello che si usa oggidì: sibbene per mezzo del battesimo di Giovanni si effettuava un rilassamento del corpo eterico dell’uomo e la possibilità di vedere di più di quello che con l’intelletto ordinario non si potesse comprendere. I battezzati vedevano la propria vita nello Spirito e anche le influenze che agivano su questa vita nella spiritualità. Essi vedevano ciò che il Battista insegnava, cioè, che l’antico tempo era compito, e che un tempo nuovo doveva iniziarsi. Nell’osservazione chiaroveggente, che essi per pochi momenti potevano avere durante l’immersione del battesimo, vedevano: «l’umanità è giunta a un punto di svolta nell’evoluzione: ciò che gli uomini hanno posseduto da lungo tempo, mentre facevano parte della collettività dell’anima di gruppo, sta per estinguersi: devono presentarsi condizioni affatto nuove». Questo essi vedevano per mezzo del loro corpo eterico liberato. Un impulso nuovo, facoltà nuove, devono venire agli uomini. Perciò il battesimo di Giovanni era un fatto di conoscenza. «Cambiate la direzione della vostra mente, non volgete più lo sguardo al passato, verso il quale ancora sarebbe possibile di volgerlo, ma guardate qualcosa d’altro: il Dio che si può manifestare nell’Io umano sta per venire: i regni del Divino stanno per venire!» Il Battista non solo predicava questo, ma lo faceva conoscere a coloro che battezzava impartendo loro il battesimo nel Giordano. E coloro che venivano battezzati, da allora in poi sapevano, per osservazione chiaroveggente propria, per quanto di brevissima durata, che le parole del Battista costituivano un fatto storico del mondo.

È soltanto considerando tutto questo che lo spirito di Elia, che agiva anche in Giovanni il Battista, ci appare nella sua giusta luce. Allora la questione ci appare in modo, che Elia ci rappresenta lo Spirito del popolo ebreo, lo spirito del popolo dell’Antico Testamento. Che Spirito era questo? Era già in un determinato modo lo Spirito dell’Io; ma non è sorto come lo spirito del singolo uomo, sibbene è sorto in Elia come lo Spirito dell’intiero popolo. Egli era lo Spirito non differenziato. Ciò che doveva dimorare più tardi nel singolo uomo, era, in certo qual modo, in Elia, ancora l’Anima Collettiva del popolo antico ebraico. Ciò che doveva discendere come anima individuale in ogni singolo petto umano era ancora nei mondi supersensibili, quando si avvicinò l’epoca di Giovanni. Esso non era ancora in ogni petto umano: non poteva ancora vivere in Elia in modo, da scendere nella personalità singola di Naboth, sibbene poteva aleggiare attorno alla singola personalità di Naboth; esso si manifestava però più precisamente in Elia-Naboth di quanto, in ultima analisi, non si manifestasse in ogni singolo uomo appartenente al popolo ebraico antico. Che esso, che in certo qual modo aleggiava sopra gli uomini e sulla loro storia, dovesse ormai sempre più e più penetrare in ogni singolo petto individuale, questo era il grande fatto, che Elia-Giovanni stesso ormai annunziava, dicendo a un dipresso, mentre battezzava la gente: Ciò che fino ad ora stava soltanto nel mondo supersensibile e da questo esercitava la sua azione, dovrà da voi ora essere accolto nelle vostre anime, come impulsi che dai regni dei cieli sono arrivati fino al cuore umano. – Lo spirito stesso di Elia dimostra, come egli debba oramai penetrare moltiplicato nei cuori umani, affinchè gli uomini possano accogliere gradatamente l’impulso del Cristo durante il corso della storia del mondo. Il significato del battesimo di Giovanni era appunto questo, che Elia era pronto a preparare il posto per il Cristo; questo era contenuto nel fatto del battesimo di Giovanni nel Giordano. «Voglio fargli posto, voglio preparargli la via nei cuori degli uomini; non voglio più soltanto aleggiare sopra gli uomini, sibbene voglio penetrare nei cuori umani perchè egli pure vi possa penetrare».

Stando così le cose, che dobbiamo aspettarci? È allora naturale che ci si possa aspettare, che nel Battista Giovanni si riaffacci, in un determinato modo, ciò che già è stato da noi osservato in Elia: che riesca, cioè, palese, che nella grandiosa figura del Battista non agisce soltanto questa singola personalità, sibbene ciò che è più di questa singola personalità, ciò che aleggia come un’aura sopra questa singola personalità, ma che nella sua attività si estende oltre questa singola personalità; insomma, ciò che vive come un’atmosfera fra coloro, in mezzo ai quali il Battista esercita la sua azione. Poichè Elia aveva già operato come un’atmosfera, così possiamo aspettarci che Elia operi di nuovo come un’atmosfera in Giovanni il Battista. Anzi possiamo perfino aspettarci dell’altro; cioè, che questa entità spirituale di Elia, che ora è legata a Giovanni il Battista, continui spiritualmente più oltre a esercitare la sua azione, quando il Battista non sarà più, quando sarà partito. Che cosa desidera questa entità spirituale? Essa vuol preparare la via per il Cristo. Possiamo dunque dire: è possibile, che il Battista se ne parta come persona fisica, ma la sua entità spirituale rimane come un’atmosfera spirituale sul suolo, nella contrada, dove ha esercitato la sua azione, e questa atmosfera spirituale prepara appunto il terreno sul quale il Cristo può ormai compiere l’opera sua. Questo possiamo aspettarci, e per meglio esprimerlo forse si può dire: «Giovanni il Battista è andato via, ma ciò che egli è come spirito di Elia ancora rimane, e in questo il Cristo può meglio agire: in quell’atmosfera egli può meglio riversare le sue parole, in essa egli può meglio imprimere le sue azioni – in quell’atmosfera, che è rimasta, ossia nell’atmosfera di Elia». Questo è ciò che possiamo aspettarci. E che cosa ci vien detto nel Vangelo di Marco?

È straordinariamente caratteristico il fatto, che due volte viene accennato nel Vangelo di Marco a ciò che appunto ho espresso. La prima volta sta scritto: «Ma dopo che Giovanni fu messo in prigione, Gesù andò nella Galilea, predicando il Vangelo dei Regni celesti» (Marco 1-14). Giovanni era dunque imprigionato, vale a dire che la sua persona fisica era nell’impossibilità di agire, ma nell’atmosfera, ch’egli aveva creata, è penetrata allora la figura del Cristo Gesù. E una seconda volta il Vangelo di Marco accenna di nuovo, in modo significativo, allo stesso fatto; questo secondo accenno è veramente grandioso. Occorre però leggere correttamente il Vangelo di Marco. Se si continua fino al sesto capitolo si trova completamente descritto come il re Erode facesse decapitare il Battista Giovanni. Ma cosa strana – dopo che la persona fisica di Giovanni fu non solo imprigionata, ma eliminata con la morte, si cominciarono a fare ogni specie di congetture. Ad alcuni sembrò che la forza miracolosa con la quale operava il Cristo Gesù provenisse dal fatto, che il Cristo Gesù stesso era Elia – o uno dei Profeti. – Ma Erode attinge dalla sua coscienza intimorita un presentimento strano. Quando egli ode tutto ciò che avverrà per mezzo del Cristo Gesù, esclama: «Giovanni, che ho fatto decapitare, è risuscitato». Erode intuisce che è proprio quando non è più come personalità fisica, che Giovanni è veramente presente! Egli intuisce che l’atmosfera di Giovanni, la sua spiritualità – la quale altro non è che la spiritualità di Elia – è ancora presente. Erode, dalla sua coscienza martoriata, osserva, che Giovanni il Battista – cioè Elia – ancora è; ma poi ci viene stranamente indicato, che il Cristo Gesù è venuto proprio nella contrada dove aveva operato Giovanni il Battista, dopo che questi aveva trovato la sua morte fisica. Vi è qua un passo mirabile, che vi prego di considerare in special modo, perchè non lo si deve trascurare; nei Vangeli le parole appunto non sono semplici fiori rettorici.

I Vangeli non hanno ancora adottato lo stile giornalistico. In quel passo sta scritto qualcosa di molto importante: Cristo Gesù entrò nella folla di coloro che erano seguaci e discepoli di Giovanni il Battista e questo viene espresso con parole di cui va tenuto conto. «E nello sbarcare Gesù vide gran folla (questo non può alludere che ai seguaci di Giovanni) e n’ebbe compassione...».

Perchè compassione? Perchè essi avevano perduto il loro Maestro, perchè essi stanno là senza Giovanni, del quale sta detto, che poco prima essi avevano dato sepoltura al suo corpo decapitato! Ma la ragione viene anche maggiormente precisata: «... imperocchè erano come pecore senza pastore, e incominciò a insegnar loro molte cose». Non si può indicare più chiaramente il fatto, che il Cristo istruisce i seguaci di Giovanni. Egli li istruisce, perchè lo spirito di Elia, che è al contempo lo spirito di Giovanni il Battista, è fra loro ancora attivo. Così in questo passo importante del Vangelo di Marco viene nuovamente indicato, con forza drammatica, come, in ciò che lo spirito di Elia-Giovanni ha diffuso, sia penetrato lo Spirito del Cristo Gesù. Tutto ciò non è però che un punto principale attorno al quale si raggruppano tante altre cose molto importanti. Vorrei far notare soltanto un altro fatto.

Già varie volte ho detto, come più tardi questo spirito di Elia-Giovanni sia stato ulteriormente attivo per mezzo dei suoi impulsi nella storia del mondo. E poichè ci troviamo fra antroposofi e possiamo approfondire i fatti occulti, ci è permesso di parlare della quistione. Spesso ho accennato,, che l’anima di Giovanni-Elia ricompare nel pittore Raffaello! Questo appartiene ai fatti, che possono farci meglio osservare, come la metamorfosi delle anime si verifichi appunto mediante il grande cambiamento arrecato dal mistero del Golgotha. Siccome nell’epoca post-cristiana anche un’anima di quel genere doveva agire in Raffaello per il tramite della singola personalità, per questa ragione – si potrebbe dire – ciò che negli antichi tempi aveva una tale vastità mondiale ricomparisce ormai in una personalità molto differenziata, quale era Raffaello. Ma non vi sembra che si possa sentire, che ciò che aleggiava come un’aura sopra Elia-Giovanni esiste pure in Raffaello? che anche in Raffaello vi è qualcosa di somigliante a quello che vi era negli altri due, di cui si può dire: è troppo grande, per entrare nella singola personalità, aleggia sopra di essa, di guisa che le rivelazioni che questa personalità fisica accoglie, operano come illuminazioni? Così veramente è stato per Raffaello! Esiste una prova apparentemente molto personale, ma tuttavia una strana prova di questo fatto, una prova alla quale già ho accennato a Monaco. Vorrei però tornare qui sull’argomento, non per approfondire la personalità del Battista, ma per parlare dell’intiera entità Elia-Giovanni e perciò anche dell’ulteriore esplicazione dell’anima di Elia-Giovanni in Raffaello. Chi desiderasse poi lealmente e coscienziosamente di approfondire ciò che era Raffaello, deve essere dotato per tale lavoro di un senso speciale.

Ho già cominciato a raccontarvi e a richiamare la vostra attenzione sul moderno storico d’arte Ermanno Grimm, al quale riusciva possibile di redigere con una certa qual facilità la biografia di Michelangiolo, ma che aveva provato tre volte di scrivere una specie di descrizione della vita di Raffaello. Siccome Ermanno Grimm non era un «erudito» comune (l’erudito comune naturalmente riesce a tutto), ma era un uomo universale, sincero di cuore nelle sue ricerche e nelle sue investigazioni, egli ha voluto ammettere, dopo aver terminato ciò che doveva essere una «vita di Raffaello», che non era affatto una vita di Raffaello. Così egli ha dovuto sempre ritentare la prova, senza rimanere, mai soddisfatto del proprio lavoro. E poco prima della sua morte si provò di nuovo (vedi le sue opere postume) ad avvicinarsi a Raffaello per comprenderlo come era desiderio del suo cuore, e il titolo che doveva essere dato a questo nuovo saggio è già di per sè caratteristico, cioè, «Raffaello come potenza mondiale». Perchè Grimm riteneva che, se ci si avvicina coscienziosamente a Raffaello, non lo si può descrivere se non come potenza mondiale, non lo si può descrivere se non si penetra con lo sguardo in ciò che stende la propria azione attraverso tutta la storia del mondo. È ben naturale che uno scrittore moderno, si potrebbe dire – si trovi a disagio, nel disporre le sue parole, quando deve descrivere nel modo, che agli Evangelisti invece riusciva naturale. Il migliore degli scrittori si troverebbe in tal caso imbarazzato a mettersi all’opera; nondimeno le figure che Grimm descrive, spesso gli strappano di bocca le parole adatte. È molto strano il modo come Ermanno Grimm parla di Raffaello nei primi capitoli che ha scritti, poco prima della sua morte. Quando egli parla di Raffaello è proprio come se sentisse nel suo cuore l’intuizione del rapporto fra quella figura e quella di Elia-Giovanni. Egli dice: «Se per un miracolo Michelangelo venisse richiamato dalla morte per rivivere fra noi, e io l’incontrassi, mi trarrei da parte con riverenza per lasciarlo passare; ma se incontrassi sul mio cammino Raffaello, lo seguirei, per cercare l’occasione di udire qualche parola dalle sue labbra. Per Leonardo e Michelangelo ci si può limitare a raccontare ciò che essi sono stati per i loro tempi; per Raffaello bisognerà prender le mosse da ciò che egli è per noi oggidì. Sopra quelli si è disteso un leggiero velo, ma non su Raffaello. Egli appartiene a coloro la cui crescenza per lungo tempo ancora non avrà termine; si possono immaginare sempre nuove generazioni di uomini a venire, alle quali Raffaello presenterà nuovi enimmi da risolvere» (1).

Ermanno Grimm descrive Raffaello come una potenza mondiale, come uno spirito che trascorre secoli e millenni, come uno spirito che non trova posto in un uomo singolo. Ma si leggono anche altre parole in Ermanno Grimm, che erompono – per così dire – dalla lealtà e onestà della sua anima. Esse sembrano voler esprimere, che attorno a Raffaello v’ha come una grande aura, che lo avvolge, così come lo Spirito di Elia aleggiava sopra Naboth. In questo modo soltanto si può esprimere ciò che Ermanno Grimm scrive:

«Raffaello è un cittadino della storia mondiale. Egli è come uno dei quattro fiumi, che secondo la credenza del mondo antico provengono dal Paradiso» (2).

Questo avrebbe potuto quasi scrivere un Evangelista, e così si potrebbe quasi scrivere di Elia! Cioè: anche lo storico moderno d’arte, se sente onestamente e lealmente, può sentire qualcosa di quei grandi impulsi mondiali che scorrono attraverso a tutte le epoche. Per comprendere la moderna scienza dello Spirito, non occorre veramente altro che dare ascolto alle esigenze animiche e spirituali di quegli uomini, i quali con tutte le loro aspirazioni si sforzano di arrivare fino alla verità nei riguardi dell’evoluzione dell’umanità.

Così si presenta a noi Giovanni il Battista; ed è bene che lo si senta in tal modo, non appena si apre il Vangelo di Marco fin dalle prime parole, e di nuovo nel seguito al sesto capitolo. La Bibbia non è destinata ad agire come un libro di cultura moderna, in cui, per così dire, viene esposto alla gente molto «chiaramente» (almeno così dicono), ciò che si deve leggere. Gran parte dei fatti misteriosi che ha da comunicare, la Bibbia li nasconde nella formazione della narrazione, dietro alla composizione grandiosamente artistica della narrazione. E così anche gran parte di ciò che riguarda il fatto del Battista, essa lo nasconde nello svolgimento artistico occulto del componimento. A questo proposito richiamo la vostra attenzione su qualche cosa, che va forse accolta soltanto come sentimento, come verità sentita, ma dalla quale potete vedere, che se ammettete altre verità, oltre quelle dell’intelletto, il rapporto dello spirito o dell’anima di Elia con lo spirito o l’anima di Giovanni il Battista si può trovare nella Bibbia. Osserviamo se questo è vero, e brevemente, per quanto è possibile, lasciamo agire su di noi un passo della descrizione di Elia tratto dal Vecchio Testamento.

«Elia si partì e andò a Sarephta. E nell’arrivar ch’ei faceva alle porte della città si vide dinanzi una donna vedova che raccoglieva della legna e chiamolla, e le disse: Dammi un po’ d’acqua in un vaso, affinchè io beva. – E mentre ella andava per portargliene, le gridò dietro, e disse: Portami di grazia anche un tocco di pane colla tua mano. – Rispose ella: Viva il Signore Dio tuo; del pane non ne ho, ma solo un po’ di farina in una pentola, quanto può capirne in una manata, e un pocolino di olio in un vaso; ora io raccoglierò due legna per andare a cuocerla per me e pel mio figliolo, affin di mangiarla e poi morire. – Dissele Elia: Non temere, ma va e fai quello che hai detto; ma fa prima per me con quel po’ di farina una stiacciata cotta sotto la cenere, e portamela; e poi ne farai per te e pel tuo figliolo. – Ora il Signore Dio d’Israele dice così: La farina della pentola non verrà meno, e il vaso dell’olio non calerà fino a quel giorno in cui il Signore manderà pioggia sopra la terra. – E quella andò, e fece come le aveva detto Elia; e mangiò egli, ed essa, e la sua gente: e da quel giorno in poi la farina della pentola non venne meno, e il vaso dell’olio non calò, secondo la parola detta dal Signore per bocca di Elia». (Libro III Re XVII, 10-16).

Che leggiamo in questo racconto di Elia? Leggiamo della venuta di Elia da una vedova, e di una maravigliosa moltiplicazione del pane. Per il fatto della presenza dello Spirito di Elia, sebbene vi sia poco pane, la carestia non si verifica. Il pane si moltiplica – questo ci vien detto dal momento in cui lo Spirito di Elia si presenta alla vedova. Per mezzo dello Spirito di Elia si verifica ciò che vien qui descritto come moltiplicazione del pane, come donazione del pane. Si potrebbe dire: dall’Antico Testamento risplende il fatto, che per virtù della comparsa di Elia viene effettuata una moltiplicazione del pane. – E ora leggiamo il 6° Capitolo del Vangelo di Marco. In questo vien raccontato anzitutto come Erode facesse decapitare Giovanni, e poi come il Cristo Gesù arrivasse alla folla dei seguaci di Giovanni; permettiamo ora a questo capitolo di esercitare la sua azione sull’anima nostra.

«E nello sbarcare Gesù vide la gran folla, e n’ebbe compassione, imperocchè eran come pecore senza pastore, e incominciò a insegnar loro molte cose. – E facendosi tardi, se gli accostarono i discepoli a dirgli: Questo è un luogo deserto e l’ora è già avanzata. Licenzia questa gente, affinchè vadano ne’ vicini villaggi e castelli a comperarsi da mangiare. – Ma egli rispose loro e disse: Datele voi da mangiare. – Ed essi dissero: Andiamo a comperare per dugento denari di pane e le daremo da mangiare. – Ed egli rispose loro: Andate e vedete quanto pane abbiate. E veduto che ebbero, gli dissero: Cinque, e due pesci. – E ordinò loro che facesser sedere tutta quella gente distribuita in tante tavolate sull’erba verde. –   
E si misero a sedere divisi in brigate, qual di cento e qual di cinquanta uomini l’una. –   
E presi i cinque pani e i due pesci, alzati gli occhi al cielo, benedisse e spezzò i pani, e li diede ai suoi discepoli affinchè li ponesser loro dinanzi; e divise fra tutti i due pesci. – E tutti mangiarono, e si satollarono» ecc.

Voi conoscete questo episodio: si tratta di nuovo di una moltiplicazione dei pani per mezzo dello

Spirito di Elia-Giovanni. La Bibbia non parla proprio in modo chiaro, come oggidì usa chiamarsi «chiaro», ma la Bibbia ripone ciò che ha da dire nel modo come compone la narrazione. E chi sa apprezzare le verità del sentimento desidererà soffermarsi col proprio sentimento su quel passo speciale, dove sta detto, che Elia arriva dalla vedova e moltiplica il pane, e dove poi l’Elia rincarnato abbandona il corpo fisico e il Cristo Gesù si accinge a riprodurre nuovamente ciò che va indicato come una moltiplicazione dei pani.

Questi sono i progressi interiori nella Bibbia; questi sono i rapporti interiori. Essi ci indicano che in ultima analisi soltanto una vuota erudizione può parlare della Bibbia come di una «raccolta di frammenti», e ci dimostrano pure che si tratta di una conoscenza vera della Bibbia, quando si riconosce ovunque in essa lo Spirito unitario che la compone, senza curarsi di sapere per ora chi sia questo Spirito unitario che la compone. Così ci vien presentato il Battista.

È molto strano come questo Battista stesso si trovi di nuovo posto nell’opera del Cristo Gesù. Due volte ci vien dunque indicato che effettivamente il Cristo Gesù penetra nell’aura del Battista, penetra là dove, per così dire, la personalità fisica scomparisce sempre più nell’ombra e finalmente si parte completamente dal piano fisico. Ma dopo, proprio dal semplice Vangelo di Marco, ci viene indicato con chiare parole, quanto tutto veramente vada diventando diverso per effetto della penetrazione del Cristo Gesù nell’elemento appunto di Elia-Giovanni; ci viene indicato come un impulso affatto nuovo sia entrato a quel modo nel mondo.

Per comprendere questo, occorre abbracciare con lo sguardo l’intiera descrizione data nel Vangelo, dal momento in cui il Cristo si presenta, dopo l’imprigionamento di Giovanni il Battista, per parlare dei regni divini – fin dove: si parla dell’uccisione di Giovanni per ordine di Erode, e poi di nuovo nei capitoli che seguono. Prendiamo tutte queste narrazioni fino alla storia di Erode e troviamo che se le si considerano nel loro vero carattere, esse tendono tutte a rendere più evidente l’essenza del Cristo Gesù. Già ieri si è accennato, che questa essenzialità del Cristo Gesù opera in modo, che egli vien riconosciuto, non soltanto dagli uomini, ma vien riconosciuto anche dagli spiriti, dai quali i demoniaci sono posseduti, di guisa che anche le entità supersensibili lo riconoscono. Questo ci si affaccia a noi dapprima con spiccata evidenza, ma poi ci si palesa come ciò che dimora nel Cristo Gesù sia nondimeno qualche cosa di diverso da ciò che viveva in Elia-Naboth, per il fatto che lo spirito di Elia non poteva completamente entrare in Naboth. L’intenzione del Vangelo di Marco, dunque, è quella di narrare, come ciò che è il Cristo penetri completamente nel Gesù di Nazareth, ne riempia completamente la personalità terrena che aveva, e che nel Cristo agisce ciò che si riconosce quale Io umano universale. Che cosa spaventa talmente i demoni, che ossessionano gli uomini, quando il Cristo Gesù si fa, loro incontro? È il fatto, che essi devono dirgli: «Tu sei colui, che porta Iddio in sè!» e che lo riconoscono come una Potenza divina nell’umanità, che costringe i demoni a riconoscerla e a uscire dagli uomini, per virtù della Potenza di ciò che risiede nella personalità dell’uomo. Ecco la ragione per cui questa figura viene elaborata e posta in tale rilievo nei primi capitoli del Vangelo di Marco; essa, in un determinato modo, è come il contrapposto di Elia-Naboth e anche di Elia-Giovanni. Mentre in questi non poteva dimorare completamente ciò che ne era l’elemento vivificatore, invece nel Cristo Gesù questo elemento animatore è completamente contenuto. Perciò il Cristo Gesù, sebbene viva in lui un principio cosmico, sta posto di fronte agli altri uomini, anche a coloro che guarisce, del tutto individualmente, quale singola Personalità umana.

Di solito le descrizioni che si riferiscono al passato vengono accolte nell’epoca nostra in un senso particolare. Specialmente molti degli attuali naturalisti, «monisti», come usano pure chiamarsi, quando vogliono prospettare delle concezioni del mondo, accolgono quelle descrizioni in un senso affatto peculiare. Si potrebbe precisare il loro atteggiamento dicendo: questi buoni scienziati, questi buoni filosofi naturalisti, albergano sempre intimamente l’idea, sebbene imbarazzati a esprimerla, che sarebbe stato meglio, se il buon Dio avesse dato loro l’incarico di ordinare il mondo; perchè l’avrebbero organizzato meglio. Consideriamo uno di questi naturalisti scienziati, che giurano che la saggezza è giunta agli uomini soltanto negli ultimi venti anni (altri ritengono soltanto da cinque anni, e chiamano pregiudizi ciò che è anteriore all’ultimo quinquennio); egli rimpiangerà sopratutto profondamente il fatto, che quando il Cristo Gesù si aggirava sulla Terra, non vi fosse ancora la medicina moderna fondata sulla scienza naturale con tutti i diversi suoi mezzi; perchè sarebbe stato meglio che tutti – come, per esempio, la suocera di Simone e anche gli altri – fossero stati guariti coi mezzi della medicina attuale, perchè a parer loro sarebbe completamente perfetto un Signore Iddio che ordinasse il proprio intelletto in conformità dei concetti degli scienziati naturalisti moderni; Egli non avrebbe dovuto fare aspettare agli uomini per tanto tempo l’erudizione naturalista moderna; ma il mondo pur troppo, quale lo ha fatto il Signore Iddio, è alquanto abborracciato, rispetto a ciò che uno scienziato naturalista ne avrebbe fatto. Non lo dicono apertamente, si sentono imbarazzati a dirlo; ma si può leggere fra le righe. Bisogna pur dare il loro vero nome alle cose che frullano oggidì nel capo degli scienziati naturalisti materialisti. E se si parlasse una volta a quattr’occhi con uno di essi, potrebbe proprio capitare di sentirsi dire: Non si può veramente fare a meno di essere atei, quando si vede quanto poco, all’epoca del Cristo Gesù, il Signore Iddio abbia saputo avvalersi dei metodi della scienza naturale moderna per guarire gli uomini!

A una cosa però gli uomini non riflettono; la parola evoluzione, che tanto spesso pronunziano, deve essere presa seriamente e onestamente; e perchè il mondo arrivi al suo scopo, occorre che tutto venga compreso nell’evoluzione e non si segua soltanto il progetto che la scienza naturale moderna vorrebbe stabilire, se fosse incaricata di creare un mondo. Ma si pensa a questo modo, perchè non si sa ancora bene, che l’intiera costituzione dell’uomo, la connessione dei corpi più sottili, era prima completamente diversa. A quell’epoca non si sarebbe ottenuto nessun risultato nelle personalità umane con i metodi della scienza naturale. Il corpo eterico era allora molto più attivo, più forte, di quello che oggi non sia; si poteva agire allora sul corpo fisico in modo affatto diverso, per la via indiretta del corpo eterico. E a quell’epoca, l’azione che si otteneva quando, per esempio – si può dire chiaramente – si curava con i sentimenti, quando il sentimento si riversava da una persona nell’altra, era ben diversa dall’effetto che oggi ne risulterebbe.

Quando il corpo eterico era veramente più forte e dominava ancora il corpo fisico, ciò che si chiamano i mezzi curativi psichico-spirituali potevano esercitare la loro azione in modo affatto diverso. Gli uomini avevano una costituzione diversa e dovevano perciò essere curati diversamente. Se s’ignora questo fatto, come scienziato naturalista si potrà dite: «Non crediamo più ai miracoli; e ciò che vien detto delle guarigioni tratta appunto di «miracoli» e va scartato». E quando si è un illustre teologo moderno ci si trova in speciale imbarazzo; si vorrebbe sostenere la verità dei fatti, ma invasi dai preconcetti moderni che così non si può curare e che si tratta di «miracoli», si escogitano allora tutte le possibili spiegazioni sulla possibilità o impossibilità dei miracoli. Una cosa però non si sa: e cioè, che tutti i fatti descritti nel Vangelo di Marco, fino al sesto capitolo, non costituivano per quei tempi affatto dei miracoli, così come oggidì non si tratterebbe di un miracolo, se con un qualsiasi rimedio s’influisse sopra una funzione qualsiasi dell’organismo umano. Nessun uomo avrebbe allora considerato come un miracolo, se qualcuno avesse detto a un lebbroso, stendendo la mano: «Io voglio, sii mondato!» Tutto ciò che veniva a quel modo naturalmente trasfuso costituiva appunto il mezzo curativo. Oggidì non potrebbe più agire, perchè attualmente l’intiera connessione del corpo eterico umano e del corpo fisico è completamente diversa. Ma a quei tempi i medici per lo più curavano a quel modo. Perciò non vi è niente di straordinario che il Cristo Gesù abbia curato i lebbrosi per mezzo della compassione e dell’apposizione delle mani; era cosa naturale per quei tempi. Ciò che va rilevato in quel capitolo è qualcosa di affatto diverso e che deve essere osservato bene e giustamente.

Gittiamo uno sguardo sul modo in cui, per esempio, i medici minori o maggiori venivano allora educati. Erano educati in scuole, ordinate accanto alle scuole dei Misteri, e disponevano di forze, che dai mondi spirituali agivano attraverso di loro, di guisa che i medici che curavano a quei tempi erano, in certo qual modo, mediatori delle forze supersensibili. Essi trasferivano le forze supersensibili attraverso la propria medianità, e a questa venivano elevati nelle scuole mediche dei Misteri. Quando un medico siffatto apponeva le mani sul malato, non affluivano le sue forze sul malato, sibbene affluivano forze dal mondo supersensibile; e il fatto, che egli potesse servire di canale all’azione di forze supersensibili, si verificava per virtù della sua iniziazione nelle scuole dei Misteri. E la notizia che un lebbroso o un febbricitante fosse stato guarito per mezzo di processi psichici siffatti, non sarebbe sembrata particolarmente strana agli uomini di quei tempi. Il fatto importante non era che venissero effettuate delle guarigioni, bensì, che si presentò un uomo, il quale, senza essere stato nelle scuole dei Misteri, poteva guarire a quel modo, il fatto che sorse un uomo, nel quale la forza, che affluiva dai mondi superiori, stava riposta nel cuore, nell’anima stessa, e che questa forza era diventata forza personale, individuale. Doveva essere stabilito il fatto, che il tempo è compito, che l’uomo ormai non può più essere tale da servire di canale alle forze supersensibili; ciò deve terminare. E anche a coloro che si lasciavano battezzare da Giovanni nel Giordano era risultato evidente che questo tempo doveva terminare, e che tutto ciò che sarebbe stato fatto nell’avvenire dovrebbe effettuarsi attraverso l’Io umano, per mezzo di ciò che deve dimorare nell’intimo centro divino dell’uomo – essi vedevano che là fra gli uomini, vi era Uno, il quale per virtù propria operava ciò che gli altri effettuavano per mezzo dell’aiuto che ad essi affluiva da coloro, che vivono nei mondi supersensibili.

Chi volesse descrivere dunque i processi di guarigione come qualcosa di straordinario non coglierebbe affatto il senso della Bibbia. Tutto ciò non era straordinario all’epoca del tramonto dei tempi antichi, in cui tali guarigioni ancora potevano effettuarsi, e in cui vien detto, che il Cristo compie guarigioni all’ora del tramonto – ma le compie con le forze nuove, che da allora in poi dovevano esservi. Perciò anche con massima chiarezza, che nulla potrebbe velare, viene dimostrato, come il Cristo Gesù eserciti la sua azione completamente da uomo a uomo. Dappertutto viene detto, che Egli agisce da uomo a uomo. Questo fatto risulta specialmente chiaro, là dove il Cristo Gesù guarisce la donna, al 5° Capitolo del Vangelo di Marco. Egli la guarisce per il fatto che essa si avvicina a lui, afferra il suo abito, ed Egli si accorge che una corrente di forza è uscita da lui. Nella narrazione ci vien descritto: La donna si avvicina al Cristo Gesù, afferra sua veste; egli dapprima non fa niente. Essa fa qualcosa, afferra, cioè, l’abito del Cristo. Una corrente di forza si parte da lui. Per quale ragione? Non perchè Egli abbia stavolta emanato quella corrente, sibbene perchè essa glie l’ha sottratta! Ed Egli non se ne accorge che più tardi; questo viene chiaramente detto. E quando Egli se ne accorge, come si esprime? «Figlia, la tua fede ti ha salvata: va in pace, e sii guarita del tuo male». Egli stesso si accorge soltanto allora, mentre sta lì, come il Regno Divino affluisca nella sua interiorità e da questa scorra fuori. Egli non sta di fronte ai suoi pazienti come stavano gli antichi medici che guarivano dai demonii. Allora il paziente poteva credere, o non credere: la forza che scorreva per il tramite del medico si riversava nel malato. Ormai però, che si trattava dell’Io, questo Io doveva collaborare, ora tutto diventava individualizzato. Ciò che importa è la descrizione appunto di questo e non del fatto, per quei tempi naturale, che si potesse agire sul corpo attraverso l’anima; si trattava dunque che con l’inizio della nuova epoca l’Io dovesse entrare in rapporto con l’Io. Prima la spiritualità stava nei mondi superiori, aleggiava sopra gli uomini; ora i regni dei cieli si erano avvicinati e dovevano penetrare nei cuori degli uomini, dovevano dimorare nei cuori degli uomini come in un centro. Questo è ciò di cui si tratta. Per una tale concezione del mondo il fisico esteriore e il morale interiore confluivano in modo nuovo, in modo, che per i tempi anteriori alla fondazione del Cristianesimo fino ad oggi non poteva esistere che la fede – e da ora in poi può diventare conoscenza. Si prenda un antico paziente degli antichi tempi, che sta di fronte al suo medico, come appunto è stato descritto. Venivano tratte giù delle forze magiche per il tramite del medico, il quale era stato appositamente preparato nelle scuole dei Misteri, e queste forze scorrevano attraverso il corpo del medico sul paziente. Non vi era nessun rapporto in quel processo con l’elemento morale del malato, perchè l’intiero processo ancora non toccava l’Io del paziente. Non aveva importanza allora l’elemento morale, perchè le forze scorrevano giù magicamente dai mondi superiori. Ma s’iniziò un tempo nuovo, e gli elementi morali e fisici curativi confluirono in modo nuovo. Quando si sa questo si può comprendere un altro racconto. «E alcuni giorni dopo entrò nuovamente in Capharnaum; e si riseppe ch’Egli era nella casa, e si radunò molta gente, dimodocchè non capivano nemmeno nello spazio d’intorno alla porta; e predicava loro la parola. E vennero da lui alcuni che conducevano un paralitico portato da quattro persone. E non potendo presentarglielo per la folla, scoprirono il palco dalla parte dov’egli stava; e fatta un’apertura, calarono il lettuccio, nel quale giaceva il paralitico. E Gesù, veduta la loro fede, disse al paralitico: «Figliuolo, ti son rimessi i tuoi peccati». (Marco, 2, 1-5).

Che cosa avrebbe detto un medico antico? Che cosa si aspettavano i Farisei, gli scribi, quando doveva verificarsi una guarigione? Da un medico antico si sarebbero aspettati ch’egli dicesse: «Le forze che penetrano in te e nelle tue membra paralizzate potranno farti muovere». Come dice il Cristo Gesù? «Ti son rimessi i tuoi peccati», ossia l’elemento morale di cui l’Io è partecipe. Questo è un linguaggio che i Farisei non capiscono affatto. Non lo possono capire. Sembra loro una bestemmia, che vi sia uno che parli a quel modo, perchè non si può parlare di Dio, che per dire, che Egli vive nei mondi supersensibili e da quelli esercita la sua azione, e perchè la remissione dei peccati non può provenire che dai mondi supersensibili. Che la remissione dei peccati possa aver a che fare con Colui che guarisce è un fatto, che essi non possono comprendere. Perciò il Cristo dice ancora: «Che cosa è più facile, il dire al paralitico: Ti son rimessi i tuoi peccati, oppure il dire: Alzati, prendi il tuo letticciuolo e cammina? Ora affinchè voi sappiate che il Figliuolo dell’Uomo ha potestà in terra di rimettere i peccati (disse al paralitico): Dico a te: Sorgi, prendi il tuo letticciuolo e vattene a casa tua. E immantinente quegli si alzò e, preso il suo letticciuolo, “a’vista di tutti se ne andò». (Marco, 2, 9-12).

Egli collega l’elemento morale all’arte magica della guarigione – e dà così il passaggio dalla condizione priva di un Io, a quella riempita dall’Io, e questo fatto si verifica in ogni singola descrizione. Dobbiamo comprendere le cose in questo modo, perchè così stanno dette. E paragonate ora quello che la scienza dello Spirito ha da dire; con tutto ciò che sta detto nelle interpretazioni della Bibbia sulla remissione dei peccati, troverete in queste ultime le più strane spiegazioni – ma non troverete mai qualcosa che soddisfi, perchè non si sapeva ciò che fosse effettivamente il Mistero del Golgotha.

Ho detto più sopra che si trattava di fede. Perchè di fede? Perchè l’espressione del morale nel fisico non si compie in un’unica incarnazione. Se oggi ci troviamo dinnanzi ad un uomo con un difetto fisico, non dobbiamo attribuire la causa di questo al nesso morale e fisico della singola incarnazione: soltanto quando si risale al di là della singola incarnazione si troverà il rapporto fra il fisico e il morale del suo Karma. Siccome fino a ora poco o niente è stato parlato del Karma, possiamo dire: fino ad ora il rapporto fra il fisico e il morale non poteva essere che un atto di fede. Ora, che è permesso avvicinarsi per via scientifico-spirituale al Vangelo, diventa una conoscenza. Allora il Cristo Gesù sta accanto a noi e c’illumina il Karma quando svela: «Posso guarire quell’uomo; me ne avvedo dalla sua personalità: il suo Karma è tale, che egli può ora alzarsi e muoversi». Un passo siffatto ci permette di vedere come la Bibbia possa essere compresa soltanto quando si è forniti dei mezzi della moderna scienza dello Spirito. E il nostro compito è di dimostrare, che questo libro mondiale contiene la saggezza più profonda sull’evoluzione dell’umanità. Quando si sarà compreso ciò che succede cosmicamente sulla Terra – e faremo sempre più e più rilevare nel corso di queste conferenze (perchè il Vangelo di Marco ce ne dà l’occasione) quale sia l’importanza cosmico-terrestre di questo Mistero del Golgotha – allora non si potrà mai più trovare che quanto viene detto in appoggio dei Vangeli, possa in un modo qualsiasi essere offensivo per le altre confessioni religiose del mondo. La giusta conoscenza della Bibbia, per le ragioni esposte alla fine dell’ultima conferenza, e anzitutto perchè una giusta conoscenza della Bibbia non può rimanere limitata ad alcuna confessione religiosa, ma deve divenire universale, sarà basata, per virtù della propria verità interiore, sul terreno della scienza dello Spirito e attribuirà a tutte le confessioni religiose ugual valore. Per questo fatto le religioni si riconcilieranno. E come un principio di tale riconciliazione appare ciò che vi ho potuto dire nella prima conferenza sul conto di quell’indiano che ha tenuto una conferenza sul «Cristo e la Cristianità», nella quale veramente egli si attiene a tutti i pregiudizi della sua nazione, ma nondimeno contempla il Cristo in senso interconfessionale. La missione dell’azione spirituale scientifica nelle varie confessioni religiose sarà quella di dimostrare, che si deve cercare di comprendere quella figura. Perchè mi sembra che il compito del movimento spirituale debba essere quello di approfondire le confessioni religiose in modo, da cogliere e approfondire l’essenza ulteriore di tutte le singole religioni.

Colgo questa occasione per ricordare l’atteggiamento che un Buddhista, antroposofo, avrà verso un antroposofo, che come tale sia cristiano. Il Buddhista allora dirà: «Gotama Buddha, dopo che da Bodhisattwa è diventato Buddha, è salito dopo la sua morte a tale altezza, che non occorre più che egli ritorni sulla Terra». Il cristiano che è antroposofo risponderà: «Lo comprendo, perchè io stesso credo questo del tuo Buddha, quando penetro nel tuo cuore e credo ciò che tu credi». Questo significa «comprendere la religione dell’altro»; inalzarsi alla religione dell’altro. Il Cristiano, divenuto antroposofo, può comprendere tutto ciò che l’altro dice. Che cosa dirà a sua volta il Buddhista, che è diventato antroposofo? Dirà: «Cerco di comprendere ciò che è il nucleo interiore del Cristianesimo; cioè, che il Cristo è qualcosa di diverso da un semplice «fondatore di religione»; che nel Mistero del Golgotha si tratta di un fatto impersonale, che non si tratta cioè di un uomo, «Gesù di Nazareth», come fondatore di religione», sibbene si tratta che il Cristo è penetrato in lui, è morto sulla croce, – e ha compiuto così il Mistero del Golgotha». E questo Mistero del Golgotha è un fatto cosmico, questo è ciò che importa. E il Buddhista dirà: «Ora che ho afferrato l’intima essenza della tua religione, come tu hai afferrato quella della mia, non potrò più fraintendere ciò di cui si tratta, e non considererò più il Cristo come qualcuno che torni ad incarnarsi; perchè ciò che importa è quello appunto che allora è successo. E parlerei in modo strano, se dicessi che il Cristianesimo dovrebbe essere in qualche sua parte migliorato, che a quell’epoca con una migliore comprensione del Cristo non lo si sarebbe inchiodato dopo tre anni sulla croce, che un fondatore di religione avrebbe dovuto essere trattato diversamente ecc. «Perchè questo appunto è ciò che importa, che il Cristo è stato inchiodato sulla croce!» Non si tratta di pensare, che è stata allora commessa un’ingiustizia e che il cristianesimo potrebbe oggi essere migliorato. Nessun Buddhista, che sia antroposofo, potrebbe oggi fare a meno di dire: «Io cerco di comprendere realmente l’intima essenza della tua religione, come tu comprendi quella della mia». – Che cosa verrà, quando i singoli seguaci dei varii sistemi religiosi s’intenderanno, quando il cristiano dirà al Buddhista: «Io credo al tuo Buddha, come tu stesso credi in lui», e quando il Buddhista dirà al Cristiano: «Io posso comprendere il Mistero del Golgotha, come tu stesso lo comprendi», – che cosa verrà all’umanità, quando questo atteggiamento diventerà generale? Verrà la pace agli uomini, il reciproco riconoscimento delle religioni! E questo deve venire! E il movimento antroposofico deve essere una siffatta reciproca reale comprensione delle religioni: e sarebbe contrario allo spirito dell’antroposofia se un cristiano, divenuto antroposofo, dicesse al Buddhista: «Non è vero che il Gotama, dopo essere diventato Buddha, non debba più incarnarsi; egli deve ricomparire nel ventesimo secolo come uomo fisico». Allora il Buddhista risponderebbe: «La tua antroposofia non ti serve che a dileggiare la mia religione?» E in luogo della pace verrebbe coltivata la discordia fra le religioni. Ma anche un Cristiano dovrebbe dire a un Buddhista, che parla di miglioramenti del cristianesimo: «Se tu ritieni che il Mistero del Golgotha sia un errore e che il Cristo debba ritornare in un corpo fisico per incontrare oggi miglior sorte, allora non ti dài pena di comprendere la mia religione – allora dileggi la mia religione». Ma la scienza dello Spirito non vi è per dileggiare alcuna confessione religiosa di fondazione antica o recente che si sia affermata, altrimenti si fonderebbe una società per il reciproco dileggio – e non per la reciproca conciliazione delle religioni.

Occorre che ci s’imprima tutto questo nell’anima, per comprendere lo spirito e l’essenza occulta della scienza dello Spirito; e il miglior modo per comprendere è quello di stendere su tutte le religioni la forza e l’amore che domina nei Vangeli. E che questo si possa verificare specialmente con l’appoggio del Vangelo di Marco, ci verrà dimostrato dalle prossime conferenze.

4°Il Buddha e Socrate. Correnti evolutive contrapposte nella storia dell’umanità; il loro congiungimento ad opera del Cristo Gesù.

Basilea, 18 Settembre 1893

Oggi vorrei che il vostro sguardo si volgesse verso due immagini, tratte dall’evoluzione umana degli ultimi millenni, che si possono raffigurare davanti al nostro occhio spirituale. E vorrei cominciare col dirigere il vostro sguardo sopra un fatto successo circa la metà e verso la fine del quinto secolo dell’èra precristiana. Si tratta di un fatto già noto, ma lo esamineremo ora con gli occhi dell’anima.

Guardiamo come il Buddha abbia raccolto attorno a sè in India un certo numero di scolari, di discepoli, e come ciò che si è svolto allora fra il Buddha e i suoi seguaci, i suoi discepoli, sia stato il punto di partenza di quel grande, potente movimento, che ha risuonato attraverso i secoli in oriente; movimento a ondate possenti, che ha portato a innumerevoli uomini la salute interiore, la libertà interiore dell’anima, l’elevazione e la coscienza dell’umanità. Se vogliamo caratterizzare ciò che allora è avvenuto, basta, per così dire, considerare il momento culminante dell’insegnamento del Buddha e dell’azione del Buddha.

La vita, così come l’uomo può trascorrerla sulla Terra nella sua incarnazione terrestre, è dolore, e viene effettuata per il fatto, che l’uomo, attraverso la serie delle sue incarnazioni, soggiace allo stimolo verso sempre nuove rincarnazioni. Uno scopo meritevole di aspirazione è quello di liberarsi da questo stimolo verso le rincarnazioni, di estinguere nell’anima tutto ciò che provoca il desiderio di penetrare in una incarnazione fisica, per poter salire finalmente a un’esistenza, in cui l’anima non senta più lo stimolo di essere unita per mezzo dei sensi fisici, degli organi fisici con l’esistenza; di salire insomma a ciò che si chiama il Nirvana. Dalle labbra del Buddha scorreva il grande insegnamento, che la vita è dolore, e che l’uomo deve trovare il mezzo per rendersi libero dal dolore, per poter diventare partecipe del Nirvana. Se vogliamo trovare delle espressioni per rappresentarci, per così dire, pienamente, con concetti familiari all’occidente quale fosse l’impulso che risiede in questo insegnamento del Buddha, a un dipresso si potrebbe dire: Buddha, per mezzo della forza e della potenza della sua individualità, dirigeva lo sguardo dei suoi discepoli verso l’esistenza terrestre e cercava, dall’infinita abbondanza della sua compassione, di dar loro i mezzi per trasportare la loro anima, con tutto ciò che in essa vi era, dalla sfera terrena in quella celeste; di trasportare il pensiero umano, la filosofia umana, dal terrestre al celeste.

Questo è ciò che possiamo stabilire come una formula, se vogliamo indicare pienamente e realmente l’impulso emanato dalla grande predica di Benares, per mezzo del Buddha. Così vediamo il Buddha raccogliere attorno a sè dei discepoli, che lo seguono fedelmente. Che cosa scorgiamo nelle anime di questi discepoli? che cosa arrivano gradatamente a professare? Essi professano che ogni aspirazione dell’anima umana deve ormai essere diretta a liberarsi dallo stimolo verso le rincarnazioni, a liberarsi dall’attaccamento all’esistenza dei sensi, a cercare il perfezionamento del Sè, in quanto questo Sè si libera da tutto ciò che lo vincola   
esistenza sensibile, e si unisce a tutto ciò che lo ricollega con le sue origini primordiali divine spirituali. Questi erano i sentimenti che vivevano nei seguaci del Buddha: liberarsi da tutte le tentazioni della vita, rimanere uniti con il mondo soltanto per mezzo di quell’espressione dell’anima, che risplende nello Spirito e che sperimentiamo nella compassione, ma inalzarsi con l’aspirazione verso la perfezione spirituale, attraversare l’esistenza a quel modo, spogliati da ogni desiderio e, per quanto è possibile, poco attaccati a ciò che vincola gli uomini esteriori all’esistenza. Così questi discepoli di Buddha si aggirano per il mondo e così vedono lo scopo e la mèta del loro discepolato col Buddha. E se si seguono i secoli in cui il Buddhismo si estende e si chiede: «Che cosa viveva nel Buddhismo che si propagava, che cosa viveva nelle anime, nei cuori dei seguaci?» otteniamo la risposta: questi uomini tendevano verso alti scopi; ma nel centro di tutto il loro pensare e del loro sentire viveva la grande figura del Buddha, la visione di tutto ciò che egli ha detto con parole così affascinanti, così importanti, sulla liberazione dal dolore della vita; nel centro di tutto il pensare e sentire la vasta, possente autorità del Buddha viveva attraverso i secoli nei cuori dei suoi discepoli, nei cuori dei suoi seguaci. Per questi discepoli, per questi seguaci del Buddha le parole che egli ha dette sono sacre. Per quale ragione queste parole del Buddha avevano per i suoi seguaci, per i suoi discepoli, il valore di un messaggio dal cielo stesso? La ragione di questo sta nel fatto, che questi discepoli e questi seguaci vivevano nella credenza, nella convinzione, che quando si verificò l’evento sotto l’albero del Bodhi, la vera conoscenza dell’esistenza del mondo si accese nell’anima del Buddha, e la luce, il sole dell’universo la illuminarono. Ciò che importa appunto è questo atteggiamento che viveva nei cuori dei discepoli del Buddha, dei seguaci del Buddha, la santità di questa disposizione della loro anima, la peculiarità, la caratteristica di tale atteggiamento. Rappresentiamoci tutto questo dinanzi al nostro occhio spirituale per imparare a comprendere ciò che successe a quell’epoca, cioè, un mezzo millennio prima del Mistero del Golgotha.

E ora contempliamo un’altra immagine della storia del mondo. Sono tanto lunghe le epoche dell’evoluzione dell’umanità, che gli eventi che distano fra di loro circa di un secolo si possono veramente chiamare «contemporanei». Un secolo non vien tenuto in considerazione nell’evoluzione dell’umanità quando si tratta di millenni e di millenni. Possiamo perciò dire: sebbene l’immagine che ora ci raffigureremo sia veramente da assegnarsi a un secolo più tardi, nondimeno, per l’evoluzione dell’umanità, essa può considerarsi quasi contemporanea all’evento del Buddha, ora appunto caratterizzato.

Nell’antica Grecia, nel quinto secolo prima dell’èra cristiana, vediamo un’altra individualità riunire gradatamente attorno a sè discepoli e seguaci. Questo è pure un fatto ben noto. Ma per arrivare a comprendere bene l’evoluzione degli ultimi secoli è utile rievocare l’immagine di questa individualità: vediamo Socrate, nell’antica Grecia, raccogliersi attorno dei discepoli. E basta, per poter citare Socrate in questa concatenazione, tenere in considerazione l’immagine che il grande Platone ha tracciata di Socrate, e che sembra anche essenzialmente confermata dal grande filosofo Aristotile; basta tener conto che il grande filosofo Platone ha tracciato in modo così efficace l’immagine di Socrate, per poter dire: da Socrate è emanato un movimento nell’occidente. E chi veramente abbraccia con lo sguardo l’intiero carattere dell’evoluzione culturale dell’occidente si accorgerà, che per l’occidente ciò che si può chiamare «l’elemento socratico» ha avuto influenza decisiva. Sebbene questo elemento socratico si propaghi in occidente attraverso fluttuazioni della storia del mondo, in modo più sottile che non l’elemento buddhistico in oriente, si può nondimeno tirare un parallelo fra Socrate e Buddha. Ma occorre in particolar modo caratterizzare i discepoli e i seguaci di Socrate diversamente dai seguaci e dai discepoli del Buddha. Si potrebbe dire: si ritrovano tutte quelle caratteristiche che distinguono l’occidente dall’oriente, quando si considera la differenza fondamentale che vi è fra Buddha e Socrate.

Socrate raccoglie i suoi discepoli attorno a sè. Quale è il suo sentimento? È già stato varie volte ripetuto quale fosse il suo modo di sentire verso i suoi discepoli. Il suo modo, la sua arte di comportarsi verso i suoi discepoli è stata chiamata un’arte da ostetrico, perchè ciò che i discepoli dovevano sapere, ciò che dovevano imparare, veniva da lui tratto dalle anime dei discepoli stessi. Egli poneva i suoi quesiti in modo da attivare la disposizione fondamentale interiore delle anime dei discepoli, di guisa che effettivamente egli non trasferiva nei suoi discepoli niente di suo, ma traeva fuori tutto dai discepoli stessi. L’elemento alquanto arido, freddo, della concezione mondiale, e dell’arte della concezione mondiale socratica proviene dal fatto, che Socrate veramente faceva appello all’indipendenza, alla ragione fondamentalmente propria di ciascun discepolo, nel mentre si aggirava con il suo seguito per le sue strade di Atene, in modo un poco diverso, ma pur somigliante, al modo come Buddha andava in giro coi suoi discepoli. Ma mentre il Buddha annunziava ciò che egli aveva ottenuto per mezzo dell’illuminazione sotto all’albero del Bodhi, e mentre attraverso i secoli ciò che egli aveva ricevuto, dal mondo spirituale e che lasciava poi scorrere sui discepoli esercitava la sua azione, di guisa che continuava a vivere nei discepoli ciò che aveva vissuto nel Buddha, Socrate, invece, non aveva la minima pretesa di continuare a vivere come «Socrate» nei cuori dei suoi discepoli. Quando il trovava di fronte ai suoi discepoli, egli non voleva trasferire niente di suo nelle anime di quelli, anzi voleva che i discepoli attingessero in sè stessi ciò che essi avevano. Da Socrate niente doveva venir trasmesso ai discepoli, assolutamente niente. Non ci si può immaginare diversità più grande di quella che corre fra Buddha e Socrate. Nelle anime dei discepoli del Buddha doveva completamente vivere il Buddha. Nelle anime dei discepoli di Socrate, invece, Socrate stesso doveva vivere altrettanto poco, quanto nel bambino che nasce vive alcunchè datogli dalla levatrice. L’elemento spirituale doveva emergere nei discepoli di Socrate, per virtù dell’arte ostetrica spirituale di Socrate, che collocava l’uomo sulle sue proprie forze, traeva fuori dall’uomo ciò che l’uomo stesso ha in sè. Questo è ciò che Socrate voleva. Si potrebbe caratterizzare questa differenza fra Socrate e Buddha anche nel modo seguente: se una voce dal cielo avesse voluto indicare ciò che i discepoli di Buddha dovevano ricevere dal Buddha, essa avrebbe potuto dire: «accendete in voi ciò che è vissuto nel Buddha, perchè per mezzo del Buddha possiate trovare la via all’esistenza spirituale!» E se si volesse caratterizzare nello stesso modo ciò che Socrate voleva, si dovrebbe dire: Socrate voleva dire ai suoi discepoli: «Divieni ciò che tu sei!»

Quando ci si pone di fronte a queste due immagini, è naturale dire: due correnti dell’evoluzione dell’umanità stanno dinanzi a noi, due correnti di evoluzione però, diametralmente opposte. Esse ritrovano, in certo qual modo, un punto di contatto, ma soltanto nei loro estremi limiti. Non bisogna confondere le cose fra di loro, bisogna caratterizzarle nella loro differenziazione e poi dimostrare, come tuttavia una unità sia sempre possibile. Quando ci si immagina il Buddha di fronte a un discepolo, si potrebbe dire: egli si sforza (lo riconoscete dai discorsi del Buddha) con elevatissime parole, con continue ripetizioni (e queste sono necessarie, non si possono tralasciare nella traduzione dei discorsi del Buddha) di accendere nell’anima del discepolo ciò che occorre, per poterlo inalzare nei mondi spirituali, con l’aiuto di quello, che il Buddha stesso ha sperimentato sotto l’albero del Bodhi. E le parole sono scelte in modo, che tutte parlano dell’allontanamento dalla Terra, sono come una comunicazione celeste, dal mondo celeste, pronunziata da labbra che parlano sotto l’impressione diretta che è sorta dall’illuminazione e che esse vogliono riprodurre. E come: possiamo rappresentarci Socrate di fronte ai suoi discepoli? Essi stanno di fronte in modo, che Socrate, quando cerca di spiegare ai discepoli il rapporto dell’uomo col divino, per mezzo delle considerazioni logiche più semplici della vita giornaliera, dice al discepolo, come egli debba pensare, come si connettano i rapporti logici. Ovunque il discepolo viene rivolto verso ciò che vi ha di più arido, di più usuale, ed egli deve poi applicare ciò a cui può arrivare con la logica comune, a quello che può acquistarsi come conoscenza. Una sola volta Socrate sembra inalzarsi a tale altezza che – si potrebbe dire – egli parla come il Buddha ai suoi discepoli. Una volta – si può dire – egli appare così: quando sta di fronte alla morte, quando parla dell’immortalità dell’anima immediatamente prima della sua morte. Egli parla allora indubbiamente come un grande illuminato, ma anche allora parla in modo, che tutto quello che dice può essere compreso soltanto, se si tiene in considerazione l’intiera sua esperienza personale. Perciò ci penetra talmente nel cuore, ci parla talmente all’anima il discorso platonico sull’immortalità dell’anima, in cui Socrate dice a un dipresso: Tutta la mia vita non ho forse aspirato ad acquistare per mezzo della filosofia, ciò che come uomo si può conseguire, per diventare libero dal mondo dei sensi? e ora, che la mia anima sarà presto liberata da tutto ciò che è materiale, non dovrebbe essa penetrare con gioia nell’elemento animico, non dovrei penetrare con gioia in ciò a cui ho sempre aspirato, a cui sempre tendevo filosoficamente? – Chi può comprendere l’intiera disposizione dello spirito di questo discorso di Socrate nel «Fedone» di Platone, si sente trasferito direttamente in un sentimento, quale emana dagli elevati insegnamenti del Buddha, quando questi parla ai cuori dei suoi discepoli: e allora, riguardo alla differenza, alla diversità opposta di queste due personalità, si può dire: a un dato punto si elevano a tale altezza, che un’unità si palesa anche nella loro diversità diametralmente opposta. Se volgiamo lo sguardo verso il Buddha troveremo che nel loro insieme i discorsi del Buddha sono tali, da permetterci di dire: il sentimento che suscita in noi il discorso di Socrate sull’immortalità dell’anima, lo si sperimenta di fronte a tutti i discorsi del Buddha. Intendo parlare della disposizione, della tensione dell’anima. Ciò che pervade però tutti gli altri discorsi socratici, che tendono sempre a far sì, che l’uomo poggi sulla propria ragione, si trova di rado – poche volte soltanto – nel Buddha; di rado risuona nei suoi discorsi. Si ha la sensazione precisa che si tratti della riproduzione di un discorso socratico, quando il Buddha vuole spiegare al discepolo Sona, che, da un canto, non è bene trattenersi soltanto nell’esistenza dei sensi, e dipendere soltanto dall’esistenza dei sensi – nè, dall’altro, di mortificarsi o di vivere soltanto come vivevano gli antichi uomini che si mortificavano, ma che è bene invece seguire la via di mezzo. Buddha sta di fronte al discepolo Sona e gli parla a un dipresso così: «Senti, Sona, potrai suonare bene sul liuto, se le corde sono troppo lente?» «No», risponde Sona «non potrò suonare bene sul liuto se le corde sono troppe lente». «Orbene», dice Buddha a Sona, «potrai suonare bene sul liuto se le corde del liuto sono troppo tese?» «No», dice Sona, «non potrò suonare bene sul liuto, se le corde del liuto sono troppo tese». «Allora», dice il Buddha, «quando potrai suonare bene sul liuto?» «Quando le corde non sono nè troppo tese nè troppo lente» rispose Sona. «E così», dice Buddha, «succede pure all’uomo: l’uomo non potrà arrivare a tutte le conoscenze, se si abbandona troppo intensamente alla vita dei sensi; e neppure arriverà a tutte le conoscenze se, continuamente mortificandosi, si ritira dall’esistenza. La via di mezzo, che si deve seguire per tendere le corde del liuto, deve essere seguita anche nei riguardi della disposizione dell’anima umana».

Si può dire, che questo discorso del Buddha con il discepolo Sona avrebbe potuto essere fatto ugualmente da Socrate, perchè così Socrate parla ai suoi discepoli, facendo appello alla loro ragione. Quello che appunto vi ho narrato è un «discorso socratico» che Buddha faceva al suo discepolo Sona, ma un discorso socratico siffatto è altrettanto raro per il Buddha, quanto è raro per Socrate tenere un discorso, per così dire, «buddistico» sull’immortalità dell’anima, come quello che egli tenne prima della sua morte ai suoi discepoli. Occorre sempre ripetere, che si arriva alla verità soltanto, quando si analizza a questo modo. Sarebbe più facile, se si dicesse: l’evoluzione dell’umanità progredisce per mezzo di grandi Guide, queste grandi Guide annunziano in fondo sempre le stesse cose, ma in forme diverse, e le parole di tutte le singole Guide dell’umanità sono soltanto elaborazioni di un’unica Parola. Certamente: questo è vero, ma questo modo di spiegare è superficiale quanto mai. Si tratta di darsi la pena di riconoscere le cose, di cercare sia l’unità che la differenziazione, di caratterizzare le cose in ordine alla loro diversità, poi di ricercare nella diversità stessa la superiore unità. Questa osservazione metodica è necessaria; occorre farla, perchè nei riguardi delle osservazioni spirituali, essa soltanto corrisponde in generale alla vita. Si può dire così facilmente: «tutte le religioni contengono soltanto un medesimo principio», per poi essere imbarazzati nel caratterizzare questo «unico principio» e dire: «tutti i diversi fondatori, di religioni non hanno dato veramente che diverse elaborazioni di quell’unico principio». Ma questa caratterizzazione è oltremodo superficiale anche se espressa con belle parole. Si conclude altrettanto poco in tal modo, che se si volessero caratterizzare a priori, secondo un’unità astratta, due figure come quelle del Buddha e di Socrate, senza ricercarne la differenziazione essenziale; invece, appena si esaminano le forme del loro pensiero, si riconosce presto di che si tratta. Pepe e sale, zucchero e zenzero, sono i condimenti, che stanno sulla tavola per gli alimenti; sono tutte un’unica cosa, cioè condimenti per i cibi; ma sebbene si possa dire che si tratta di «un’unica cosa», nessuno certamente vorrà equiparare questi singoli condimenti, e versare, per esempio, pepe o sale, invece di zucchero, nel caffè. Ciò che non si può accettare nella vita, non si dovrebbe neppure accettare per la spiritualità. Non è ammesso dire che Krishna e Zarathustra, Orfeo o Ermete non sono, in ultima analisi, che aspetti diversi dell’«Unico Essere». Ciò vale altrettanto poco, per una caratterizzazione seria e veritiera, che se si dicesse: pepe e sale, zucchero e zenzero non sono che diversi aspetti di un’unica cosa, cioè sono condimenti per il cibo. Si tratta di comprendere realmente e metodicamente queste cose e di non accettare come vera la spiegazione più comoda.

Se ci raffiguriamo queste due immagini, Buddha e Socrate, esse ci appaiono come due aspetti diversi, quasi polarmente contrapposti delle correnti di evoluzione dell’umanità. E mentre, come abbiamo dimostrato, riuniamo ormai queste due figure in un’unità superiore, possiamo riconnettere ad essa una terza figura, una grande Individualità, attorno alla quale si raccolgono discepoli e seguaci: il Cristo Gesù. Se di questi discepoli e di questi seguaci che si raccolgono attorno a lui, si osservano anzitutto i discepoli più intimi, i dodici, si può dire che il Vangelo di Marco sopratutto ci parla con chiarezza del rapporto del Maestro con i suoi discepoli; è qualcosa che somiglia a quello che appunto abbiamo caratterizzato in altro campo nei riguardi del Buddha e di Socrate. Quel Vangelo parla di quel rapporto con la maggior chiarezza possibile. E quale è l’espressione più chiara, più completa, più sintetica di quel rapporto? È quella che dice quanto segue: Il Cristo si presenta (questo ci viene ripetuto varie volte) alla folla di coloro che lo vogliono ascoltare. Egli parla a questa folla, come dice il Vangelo, in «parabole» o in immagini. Egli indica alla folla – e questo vien pure accennato in modo così grandiosa e semplice nel Vangelo di Marco – dei determinati fatti profondi e importanti del divenire del mondo e dell’evoluzione dell’umanità, per mezzo di parabole e di immagini. E vien poi detto: quando Egli era solo coi suoi discepoli più intimi, spiegava loro queste immagini. Nel Vangelo di Marco ci viene anche citato una volta uno speciale esempio di come il Cristo parlasse alla folla con immagini e di come queste venissero poi da lui spiegate ai discepoli più intimi. «E insegnava loro molte cose per via di parabole e diceva loro secondo la sua maniera d’insegnare: Ponete mente: Ecco che il seminatore andò a seminare. E mentre seminava, parte (del seme) cadde lungo la strada; e vennero gli uccelli dell’aria e lo mangiarono. Un’altra parte cascò in luogo sassoso, dove non trovò molta terra; e subito nacque, perchè non aveva terreno profondo: ma levatosi il sole, fu arso dal calore; e perchè non aveva barbicato, seccò. Un’altra parte cadde tra le spine; e cresciute le spine lo soffocarono e non recò frutto. Altra cadde in buon terreno; e diede frutto che venne su rigoglioso, e rese dove trenta per uno, dove sessanta, e dove cento. E diceva loro: Chi ha orecchie da intendere, intenda». (Marco. 4, 2-9).

Questo è un esempio tipico completo del modo in cui il Cristo Gesù insegnava. Ci è stato detto il modo come insegnava il Buddha e come insegnava Socrate. Del Buddha possiamo dire, nel nostro linguaggio occidentale, che ciò che gli uomini sperimentano nel campo terrestre, egli lo inalzava a quello celeste. Di Socrate è stato spesso detto, che l’assieme della sua tendenza è giustamente descritta, quando si dice: egli portava la filosofia dal cielo giù sulla Terra, perchè faceva appello direttamente all’intelletto terreno. Ci si può fare una chiara immagine del rapporto di queste due individualità con i loro discepoli.

Quale era il rapporto del Cristo Gesù con i suoi discepoli?

Il suo rapporto con la folla era diverso: insegnava a quella in parabole; altro era il suo rapporto con i discepoli, che erano più intimi con lui; ad essi spiegava le parabole, cioè, spiegava quel tanto che essi potevano intendere, ciò che poteva essere direttamente compreso dall’intelletto umano. Occorre dunque spiegarsi in modo più complesso, quando si vuol caratterizzare il modo d’insegnare del Cristo Gesù. Vi è un tratto caratteristico che è comune a tutti gl’insegnamenti del Buddha, che caratterizza appunto gl’insegnamenti del Buddha; perciò troviamo pure un solo genere di discepoli che appartengono direttamente al Buddha. Di un unico genere pure sono i discepoli di Socrate, perchè l’intiero mondo potrebbe far parte del discepolato di Socrate; e Socrate a sua volta, ha un solo rapporto con i suoi discepoli. Il Cristo invece si presenta con due aspetti; si presenta in un modo alla folla, e in modo diverso ai suoi discepoli più intimi. Perchè? Quale è la causa di ciò?

Se si vuol conoscere questa causa bisogna rendersi chiaramente conto, nell’anima nostra, dell’intiera svolta che l’epoca del Mistero del Golgotha rappresenta nel divenire dei tempi. Sta per terminare l’epoca, in cui l’antica chiaroveggenza era una facoltà comune a tutta l’umanità. Quanto più si torna indietro nell’evoluzione dell’umanità, tanto più si arriva ai tempi, in cui l’antica chiaroveggenza era un dono posseduto da tutti gli uomini, in cui gli uomini potevano vedere i mondi spirituali. Come potevano penetrarvi dentro con lo sguardo? Essi hanno potuto vederli perchè avevano la visione dei segreti del mondo sotto forma di immagini, di immaginazioni incoscienti e subcoscienti, li vedevano per mezzo di una chiaroveggenza trasognata, di immaginazioni trasognate, non con dei concetti intellettuali, come quelli con cui l’uomo oggidì si rende conto delle cose che vuol conoscere. Ciò che oggi è «scienza», ma anche ciò che oggi è pensiero popolare, ciò che è arida ragione e discernimento non esisteva a quei tempi. Quando l’uomo stava di fronte al mondo esteriore, egli lo vedeva semplicemente. Ma non lo analizzava con dei concetti; l’uomo non aveva logica, non pensava sulle cose per combinarle insieme. Per l’uomo odierno è perfino difficile rendersi conto di uno stato simile, perchè l’uomo oggidì riflette su tutto. Ma l’uomo antico non pensava a quel modo: egli passava davanti alle cose; le guardava, imprimeva in sè le immagini, e tutto questo gli sembrava chiaro, quando negli stati intermedii fra veglia e sonno, egli guardava trasognato nel suo mondo immaginativo. In esso vedeva delle immagini. Rappresentiamoci questo fatto in modo più concreto; rappresentiamoci che un antico uomo, del passato, molti, molti millenni addietro, guardando il mondo che lo attorniava, si fosse accorto della presenza di un Maestro, che spiegava ai suoi discepoli qualche fatto. Questo antico uomo avrebbe ascoltato quali parole il Maestro diceva ai suoi discepoli. E se vi fossero stati varii discepoli, egli avrebbe ascoltato come uno di essi accoglieva le parole con fervore; come un altro le ascoltava pure, ma senza raccoglierle, come un terzo invece fosse talmente occupato col proprio egoismo, che non dava ascolto. Un tale uomo antico non avrebbe, intellettualmente, potuto paragonare, per esempio, questi tre discepoli fra di loro. Ma quando egli si fosse trovato negli stati intermedii fra veglia e sonno, tutto ciò gli si sarebbe affacciato all’anima come immagine; egli avrebbe allora potuto vedere, per esempio, un seminatore che camminava e spargeva la semenza – lo avrebbe veduto veramente come immagine chiaroveggente – e un seme gittato sul terreno buono dove fiorisce bene, l’altro seme gittato su terreno cattivo, e il terzo seme caduto su terreno pietroso: del seme caduto nel secondo terreno non ne germoglia che poco, quello caduto nel terzo terreno va completamente perduto. L’uomo antico non avrebbe detto come l’uomo odierno: «un discepolo accoglie le parole, l’altro non le accoglie affatto ecc.». Ma negli stati intermedii fra veglia e sonno avrebbe veduto quell’immagine: e in quella vedeva la spiegazione. In altro modo, egli non avrebbe mai parlato di quel fatto. Se gli fosse stato chiesto come si spiegava il rapporto del Maestro con i discepoli, egli avrebbe raccontato l’immagine del suo sogno chiaroveggente. Questa era per lui la realtà, ma anche la spiegazione del fatto. Così egli avrebbe parlato. Orbene, la folla che si trovava dinanzi al Cristo Gesù non aveva che degli ultimi residui dell’antica chiaroveggenza, ma le anime erano ancora capaci di ascoltare, quando con delle immagini veniva loro parlato del divenire dell’esistenza e dell’umanità. E il Cristo Gesù parlò appunto alla folla come a gente che si era conservata ancora l’ultima eredità dell’antica chiaroveggenza e l’aveva portata seco nella vita abituale dell’anima.

E quali erano i discepoli più intimi?

Abbiamo saputo come i dodici fossero stati messi insieme dai sette figli della madre dei Maccabei e dai cinque figli del Matatia. Abbiamo udito come essi si fossero andati inalzando, attraverso l’intiero popolo ebraico antico, alla forte accentuazione dell’Io immortale. Essi erano veramente i primi che il Cristo Gesù poteva scegliersi per fare appello a ciò che vive in ogni anima, e che vive in esse in modo da servire di nuovo punto di partenza per il divenire degli uomini. Egli parlava alla folla, presupponendo che essa comprenderebbe ciò che è stato conservato come eredità dall’antica chiaroveggenza; ai suoi discepoli parlava in modo, che poteva presupporre che essi fossero i primi a essere capaci di comprendere già qualcosa, di ciò che viene detto oggidì agli uomini intorno ai mondi superiori. Ci si palesa dunque, che durante tutto il periodo di svolta, il Cristo Gesù parla in modo diverso alla folla, di quando parla a coloro, che erano i suoi discepoli più intimi. Egli situa quei dodici, che ha attirato a sè, in mezzo alla folla. Ciò che nel tempo avvenire doveva diventare un dono comune a tutti gli uomini, cioè, la capacità di comprendere intellettualmente quello che si riferisce ai mondi superiori e ai misteri dell’evoluzione dell’umanità, era ormai il compito assegnato alla cerchia più ristretta di discepoli del Cristo Gesù. Egli si serviva (osservate l’insieme di ciò che egli diceva), nell’esporre le parabole ai suoi discepoli, anche di parole, che si potrebbero dire socratiche; perchè ciò che egli allora diceva lo traeva pure da ogni singola anima; ma mentre Socrate si limitava piuttosto ai rapporti terrestri, o si potrebbe dire, alla logica comune, il Cristo Gesù invece parlava di argomenti spirituali. Ma quando egli parlava di argomenti spirituali ai suoi discepoli più intimi, ne parlava in modo socratico. Quando Buddha si rivolgeva ai suoi discepoli, spiegava loro le cose spirituali, ma le esponeva nel modo come vengono date dall’illuminazione, come vengono date dunque soltanto all’anima umana che dimora nei mondi superiori. Quando il Cristo si volgeva alla folla, parlava nel modo in cui l’anima ordinaria umana soleva sperimentare nei mondi superiori nei tempi passati. Egli parlava alla folla – si potrebbe dire – come un «Buddha popolare»; ai suoi discepoli più intimi parlava come un «Socrate superiore, un Socrate spiritualizzato». Socrate traeva fuori dalle anime dei suoi discepoli l’intelligenza individuale terrestre: il Cristo traeva fuori dall’anima dei suoi discepoli l’intelligenza celeste. Il Buddha, ai suoi discepoli, dava valore all’illuminazione celeste; il Cristo però, alla folla, dava l’illuminazione terrestre nelle sue parabole. Vi prego, considerate queste tre immagini. Laggiù, nel paese del Gange, il Buddha coi suoi discepoli, immagine opposta di Socrate; in Grecia, invece, Socrate coi suoi discepoli, immagine opposta del Buddha. E poi, in mezzo a quelle, quattro o cinque secoli più tardi, questa sintesi mirabile, questa unione meravigliosa. Così ci si presenta dinanzi all’anima il corso naturale del divenire dell’evoluzione dell’umanità.

L’evoluzione dell’umanità progredisce passo per passo. Molto di ciò che è stato esposto negli scorsi anni, ai primi gradini della conoscenza spirituale scientifica, potrebbe a molti essere sembrato una specie di teoria, una specie di semplice dottrina. Difatti, per esempio, molti hanno creduto che si trattasse di un mero insegnamento, di mera teoria, quando è stato detto, che l’anima umana va considerata come una cooperazione dell’anima senziente, dell’anima razionale o affettiva, e dell’anima cosciente. Certo, v’ha gente che giudica precipitosamente. Noi pure abbiamo sperimentato che si può giudicare ancora più precipitosamente; anche più di coloro che ritengono completa una dimostrazione quando non ne hanno avuto che i primi elementi destinati a essere ulteriormente sviluppati. Vi sono veramente molti altri giudizi di questo genere. È bene che agli antroposofi venga fatto notare anche il modo, come non si deve pensare. A volte capitano degli esempi evidenti di come non si dovrebbe pensare, mentre molta gente invece crede bene pensare a quel modo. Stamani qualcuno mi ha riferito un esempio grazioso di un modo strano di pensare. Me ne servo qui soltanto come esempio, come esempio molto utile, che ci si dovrebbe imprimere profondamente nell’anima, perchè come antroposofi dobbiamo non soltanto imparare a conoscere i difetti del mondo, ma dobbiamo effettivamente fare sempre qualcosa per favorire l’ulteriore perfezionamento dell’anima. Perciò non è per una ragione personale, ma per una ragione spirituale d’interesse generale, che mi servo dell’esempio raccontatomi stamani.

Mi è stato detto: che in un determinato paese di Europa vi è un tale, il quale ha permesso che venissero pubblicate, molto tempo fa, notizie inesatte su ciò che viene insegnato nella «Teosofia» dello Steiner, o sul contegno in generale di quest’ultimo nei riguardi del movimento spirituale. Orbene, qualcuno parlando a un conoscente di quel tale signore ha criticato la pubblicazione di simili inesattezze. Che cosa ha risposto la persona interpellata? «Veramente quel mio conoscente comincia ora soltanto a studiare seriamente le opere del Dr. Steiner!» Dunque quel bravo signore aveva già pubblicato il suo giudizio da molti anni, e gli viene concesso, come scusa per le sue inesattezze, che egli comincia ora soltanto a studiare sul serio! Come è mai possibile tale modo di pensare nel nostro movimento? Nei tempi avvenire, in cui si parlerà di questo movimento dal punto di vista storico, verrà sollevato il quesito: ma può mai essersi verificato il fatto, che a qualcuno sia venuto in mente di dire, dopo che un uomo da molti anni aveva dato il suo giudizio sopra un argomento: «che ora soltanto egli comincia a studiarlo?» Queste cose fanno parte dell’educazione antroposofica e non progrediremo veramente, che quando diventerà generale l’opinione, che simili fatti non devono essere possibili nel movimento antroposofico, assolutamente non devono avvenire! L’onestà interiore c’impone di non pensare a quel modo. Non si può progredire di alcun passo nella conoscenza della verità, se ancora si è capaci di errare in tal guisa, ed è un dovere degli antroposofi di osservare queste cose, e di non sorvolarle con indifferenza, parlando dell’«amore umano universale». Perdonare a un uomo un fatto simile, significa peccare per mancanza di amore verso di lui, nel senso più alto della parola; perchè a quel modo lo si condanna karmicamente all’illusione e all’inutilità dopo la morte. Se invece si richiama la sua attenzione sul fatto, si allevia la sua esistenza dopo la morte. Questa è l’importanza più profonda della quistione.

Non si deve dunque accogliere leggermente la verità che si cerca anzitutto di stabilire, e cioè che l’anima umana si compone di tre arti, anima senziente, anima razionale o affettiva e anima cosciente. Nel corso dei passati anni già è risultato evidente, che un simile fatto ha un’importanza molto più profonda che non una semplice ripartizione sistematica dell’anima. E stato spiegato che, nei tempi postatlantei, le singole civiltà si sono evolute gradatamente: l’antica indiana, l’antica persiana, l’egizio-caldaica, la greco-latina e poi la nostra. Ed è stato dimostrato, che l’essenziale del periodo di civiltà babilonese-caldaico-egizio sta nel fatto, che a quell’epoca l’anima senziente dell’uomo ha realmente attraversato una speciale evoluzione: ugualmente vi è stato nell’epoca greco-latina una speciale cultura dell’anima razionale o affettiva, e all’epoca nostra una cultura dell’anima cosciente. Questo è il nostro rapporto con queste tre epoche di cultura: questa è la loro azione sull’educazione e sull’evoluzione dell’anima umana stessa. Questi tre arti dell’anima non sono qualcosa di immaginario, sibbene qualcosa di vivente, che si evolve successivamente nelle epoche che si susseguono.

Ma tutto deve formare un unico connesso. Il passato deve essere sempre trasportato nell’avvenire, e similmente, in ciò che si verifica prima, deve anticipatamente esser compreso ciò che si verifica dopo. In quale epoca di cultura vivono Buddha e Socrate? Nella quarta epoca postatlantea. Essi sono vissuti in quell’epoca, quando l’anima razionale o affettiva è giunta in special modo a esprimersi. Ambedue hanno in quella la loro missione; Buddha ha il compito di conservare la cultura dell’anima senziente dall’epoca precedente, cioè di conservarla dalla terza per la quarta epoca. Ciò che il Buddha comunica, che i discepoli del Buddha accolgono nel loro cuore, è ciò che dalla terza epoca di cultura postatlantea, che è il periodo di cultura dell’anima senziente, deve risplendere nella quarta, nell’epoca dell’anima razionale o affettiva: di guisa che nell’epoca dell’anima razionale o affettiva, nel quarto periodo di cultura postatlantea, tutto viene riscaldato, infervorato, illuminato dall’insegnamento del Buddha, da ciò che è stato prodotto dall’epoca di cultura che tuttavia era pervasa dalla chiaroveggenza dell’anima senziente. Il Buddha è il grande conservatore della cultura dell’anima senziente nella cultura dell’anima razionale o affettiva. Quale missione spetta a Socrate, che si è presentato alquanto più tardi? Egli si trova pure situato nell’epoca dell’anima razionale o affettiva: egli fa appello alla singola individualità dell’uomo, a ciò che può esplicarsi soltanto nella nostra quinta epoca di cultura. Egli deve accogliere l’epoca dell’anima cosciente, in una forma ancora astratta, nell’epoca dell’anima razionale o affettiva. Buddha conserva ciò che ha preceduto. Perciò quello che egli comunica appare come una luce che riscalda e risplende. Socrate accoglie ciò che per lui sta nell’avvenire, ciò che rappresenta la caratteristica dell’anima cosciente; perciò appare all’epoca sua come qualcosa di freddo, di puramente intellettuale, di arido. Così nel quarto periodo di cultura si trovano riuniti il terzo, il quarto e il quinto; il terzo viene conservato dal Buddha, il quinto viene compreso anticipatamente da Socrate. V’è un Occidente e un Oriente appositamente per accogliere questi due aspetti diversi; L’Oriente, per accogliere la grandezza del tempo passato, l’Occidente si occupa di accogliere anticipatamente ciò che deve manifestarsi nell’avvenire.

Attraverso lungo cammino, attraverso i tempi primordiali dell’evoluzione dell’umanità, il Buddha è sempre ricomparso come Bodhisattwa, fino all’epoca in cui il Bodhisattwa è salito a essere «Buddha»; è lunga e grande quest’epoca che trova il suo termine nel Buddha, e che trova veramente il suo termine per il fatto, che il Buddha sperimenta la sua ultima incarnazione terrestre, e non discende più sulla Terra. È una grande epoca che ha trovato il suo termine, in quanto ha trasportato seco dai tempi primordiali la cultura dell’anima senziente della terza epoca postatlantea di cultura, e l’ha fatta nuovamente risplendere. Leggete i discorsi del Buddha da questo punto di vista, e coglierete il giusto tenore del loro contenuto; così questa comparsa dell’epoca dell’anima razionale o affettiva acquisterà per voi forse anche valore ben diverso. Allora, considerando i discorsi del Buddha, direte: In questi tutto è disposto in modo da parlare direttamente alla mente umana; ma immediatamente dietro vi è qualcosa che si sottrae a questa mente e appartiene a un mondo superiore. Perciò quel peculiare movimento ritmico, che riesce così molesto all’intelletto ordinario umano; perciò quelle ripetizioni nei discorsi del Buddha, che si cominciano appunto a comprendere soltanto, quando dal fisico si entra nell’eterico, che è il campo supersensibile più vicino a quello materiale sensibile. Chi comprende come molto di ciò eserciti un’azione nel corpo eterico, che sta dietro al corpo fisico, comprende pure perchè molto di quanto vien detto nei discorsi del Buddha venga sempre nuovamente ripetuto. Non è permesso togliere ai discorsi del Buddha questa loro peculiarità, escludendone le ripetizioni. Alcune persone cultrici di astrazioni hanno creduto bene di riprodurre il solo contenuto dei discorsi, escludendone le ripetizioni. Invece è importante, che tutto sia lasciato come ci è stato dato dal Buddha.

Se ora si osserva Socrate, senza servirsi del ricco materiale che da allora in poi ci viene offerto dalle scoperte della scienza nel campo della natura e dell’uomo, e il modo come egli si attiene alle cose ordinarie, e lo si esamina poi con l’appoggio del materiale della scienza naturale, ci si presenta ovunque il metodo socratico; anzi se ne sente il bisogno, e lo si vuole avere. Si tratta di nuovo di una grande linea, che comincia con Socrate, penetra nella nostra epoca e andrà sempre acquistando maggiore perfezione. Abbiamo così una corrente dell’evoluzione dell’umanità che arriva fino al Buddha, e in lui trova il suo termine; e abbiamo un’altra corrente, che comincia con Socrate e si avvia verso un lontano avvenire. Socrate e Buddha stanno uno accanto all’altro, in certo qual modo, come due nuclei di comèta, se ci è permesso servirci di questa immagine: la luce della coda della comèta del Buddha attornia il nucleo e si volge lontano, lontano nell’orizzonte incerto del passato; la luce della coda della cometa di Socrate circonda pure il nucleo e risplende verso le incerte lontananze dell’avvenire. Due comete divergenti, in due direzioni completamente diverse, di cui i nuclei risplendono contemporaneamente, questa è l’immagine di cui mi vorrei servire per rappresentare il rapporto fra Socrate e Buddha.

Passa un mezzo millennio, e una specie di congiunzione delle due correnti si effettua per mezzo del Cristo Gesù. Abbiamo già caratterizzato questo fatto esponendone alcuni particolari. Domani vogliamo proseguire il nostro studio per rispondere al quesito: caratterizzata giustamente, quale è la missione del Cristo nei riguardi dell’anima umana?

5°Le rivelazioni di Krishna. Buddha, il successore di Krishna. Giovanni il Battista, precursore del Cristo Gesù.

Basilea, 19 Settembre 1912

Ieri abbiamo cercato di abbracciare con lo sguardo, da un determinato punto di vista, la situazione storica mondiale dell’epoca, in cui si è verificato il Mistero del Golgotha. Per riuscirvi abbiamo considerato due Guide importanti dell’umanità, Buddha e Socrate, le quali ambedue hanno preceduto di alcuni secoli l’evento del Mistero del Golgotha. Ci siamo così accorti, che il Buddha rappresenta il termine importante di una corrente di evoluzione. Nel quinto e già nel sesto secolo prima del Mistero del Golgotha troviamo il Buddha, che proclama quell’insegnamento profondamente importante, che poi è stato conosciuto come «la rivelazione di Benares»; in quello egli ha riassunto, in una determinata guisa, ciò che ha potuto scorrere nelle anime umane dai millenni dei tempi primordiali, e lo ha rinnovato e proclamato nel modo appunto, come conveniva che fosse sinteticamente annunziato un mezzo millennio prima del Mistero del Golgotha, con forma adatta per quei popoli e quelle razze. Fino a qual punto il Buddha segni il grande termine di una corrente mondiale risulta soprattutto evidente, quando si considera il suo grande predecessore, di cui il ricordo, in certo qual modo, già si perde nel crepuscolo dell’evoluzione dell’umanità: Krishna, il grande Maestro indiano, in un senso completamente diverso, ci appare pure come la fine dei millenni delle antiche rivelazioni. Krishna si può collocare a un dipresso qualche secolo prima del Buddha. Ma non si tratta ora di questo. La cosa principale si è, che quanto più si lascia agire su di noi ciò che è Krishna e ciò che è il Buddha, tanto più ci si avvede, che da un determinato aspetto la rivelazione del Buddha si manifesta nel Krishna con luce ancor più chiara, e che nel Buddha – come ora dimostreremo – essa trova, in un determinato modo, il suo termine.

Krishna – in questo nome si riassume effettivamente qualcosa, che stende la sua luce nell’evoluzione spirituale dell’evoluzione dell’umanità attraverso molti, molti millenni. E se si approfondisce tutto ciò che si può indicare come rivelazione del Krishna, il nostro sguardo si eleva ad altezze eccelse di rivelazione spirituale umana, di fronte alle quali c’invade il senso, che nei riguardi di ciò che risuona dalla rivelazione del Krishna, di ciò che in essa è contenuto, non può esservi progresso; non vi è niente che possa superare l’elevatezza di ciò che risuona da quella rivelazione; la rivelazione di Krishna raggiunge nel suo genere un’altezza somma. Naturalmente viene a essere compreso così nella persona di Krishna molto di ciò che si dovrebbe attribuire a parecchi altri Rivelatori. Ma effettivamente, ciò che nel corso dei millenni e dei secoli è stato a grado a grado comunicato dai suoi predecessori, da coloro che hanno dovuto essere i veicoli della rivelazione nei tempi antecedenti, è stato da lui rinnovato, riassunto e portato a termine per rivelarlo al suo popolo. E se si considera il modo come Krishna parla dei mondi divini e spirituali, del rapporto dei medesimi coll’umanità, e del corso degli avvenimenti mondiali, se si considera la spiritualità, alla quale noi stessi ci dobbiamo elevare, per penetrare nel senso più profondo dell’insegnamento di Krishna, allora forse, in un determinato modo, nel successivo corso dell’evoluzione dell’umanità, un solo altro esempio si trova, a cui possa in parte essere paragonato. – Della rivelazione di Krishna si può dire: questa è, in certo qual modo, una dottrina occulta. Perchè una dottrina occulta? Lo è per la semplice ragione, che pochi uomini si possono procurare la capacità interiore di elevarsi all’altezza necessaria per comprendere quelle cose. Le rivelazioni come quelle di Krishna non occorre racchiuderle «sotto chiave» perchè rimangano occulte: esse rimangono «occulte» per la semplice ragione; che pochissimi uomini sono capaci di elevarsi all’altezza necessaria per comprenderle. Le rivelazioni come quelle di Krishna si possono diffondere fra la gente, divulgare largamente, dare in mano ad ognuno – e nondimeno rimarranno occulte; perchè il mezzo per impedire che rimangano occulte, non è già quello di divulgarle, sibbene occorre che le anime progrediscano, perchè gli uomini possano unirsi a quegl’insegnamenti. Difatti tali cose aleggiano a una determinata altezza spirituale e ci parlano poi in un modo, che rappresenta una specie di apogeo spirituale. Chi accoglie le parole che emanano da siffatte rivelazioni non è autorizzato affatto a credere di conoscerle, neppure se è uno scienziato del ventesimo secolo. Si comprende oggidì perfettamente quando da molti viene detto, che non esiste nessuna «Dottrina Segreta»; lo si comprende, perchè spesso coloro che giudicano di tali cose posseggono le parole, e credono con quelle di possedere il tutto. Ma «l’aspetto occulto della dottrina» risiede nel fatto, che essi non comprendono ciò che hanno. Vi è qualcosa – come ho detto – a cui la caratteristica speciale che distingue quegl’insegnamenti che si ricollegano al nome di Krishna, può essere paragonata, e cioè, alle parole che risuonano molto più tardi da tre uomini, che, in un determinato modo, ci stanno vicini. Ma queste si presentano a noi in modo affatto diverso, in modo che si possono comprendere, in modo filosofico; intendo parlare di ciò che si ricollega, nei tempi moderni, ai tre nomi di Fichte, Schelling e Hegel. Nei riguardi dell’aspetto occulto gl’insegnamenti di questi tre uomini si possono in parte paragonare ad altre «dottrine segrete» dell’umanità. Perchè sebbene si possono avere gl’insegnamenti di Fichte, Schelling e Hegel, nondimeno nessuno negherà, che nel senso più largo della parola, siano rimasti veri «insegnamenti occulti». Sono veramente rimasti degl’insegnamenti occulti. Ben pochi uomini desiderano assumere un atteggiamento qualsiasi di fronte alle cose di cui queste tre persone hanno scritto. Per una certa – si potrebbe dire – cortesia filosofica alcuni circoli filosofici tornano oggi a parlare di nuovo di Hegel e perciò si obietta a quello che appunto è stato detto, che vi sono tuttavia persone che si occupano di Hegel. Ma se si considera ciò che queste persone producono, e con cui concorrono alla comprensione di Hegel, si arriva all’opinione, che per queste persone quella di Hegel è rimasta veramente una dottrina segreta. Ma in Fichte, Schelling e Hegel, ciò che ci risplende nel Krishna dall’Oriente, ci si presenta in un modo astratto, concettuale; occorro tuttavia una qualità speciale per osservare quella somiglianza; occorre una ben determinata costituzione dell’anima umana. Ma sarà bene esprimere una volta francamente che cosa sia che occorre.

Quando un uomo oggidì dotato, non vorrei dire di una coltura media, ma di una cultura perfino superiore, prende in mano un’opera filosofica qualsiasi di Fichte o di Hegel, comincia a leggere e crede leggervi qualcosa, che rappresenta un progresso dell’evoluzione intellettuale; e la maggior parte degli uomini concorderanno nel dire, che non c’è veramente molto da infervorarsi quando, per esempio, si apre l’«Enciclopedia delle scienze» di Hegel dove tratta dapprima di «Essere» e poi di «Non Essere». Si sentirà dire allora: «in questo libro è stato fatturato qualcosa della più alta astrazione concettuale; sarà bellissimo, ma al mio cuore, alla mia anima, al mio fervore non dà niente». Conosco molte persone che dopo aver letto due o tre pagine appunto di questo libro di Hegel lo hanno presto richiuso e messo da parte. Ma una cosa la gente non vuole ammettere, cioè, che forse la colpa per cui quel libro non c’infervora, per cui quel libro non desta in noi delle lotte vitali che ci sbalzano dall’inferno al cielo, risiede proprio in noi stessi. Questo non si ammette volentieri. Perchè in ciò che la gente chiama «i concetti astratti» di questi tre filosofi, vi è la possibilità di sperimentare delle lotte vitali, e di sentire non soltanto del calore vitale, bensì di sentire l’intiera gamma dal freddo esteriore della vita fino al calore più esteriore della vita; di sentire che queste cose sono state direttamente scritte col sangue umano e non soltanto con concetti astratti.

Si può paragonare ciò che risplende a noi da Krishna con questa cosiddetta fase moderna di evoluzione dell’ascesa umana nelle altezze spirituali; vi è nondimeno una differenza importante. Ciò che si presenta a noi in Fichte, Schelling e Hegel, in questi pensatori del Cristianesimo, in questi pensatori più maturi del Cristianesimo, si presenta a noi nell’epoca precristiana, quale allora doveva essere, nel Krishna. Che cosa è questa Rivelazione di Krishna? È qualcosa, che più tardi mai più poteva ritornare, qualcosa che deve essere accolta nella sua elevatezza, perchè, nel suo genere, non può essere superata. E chi ha intendimento per queste cose acquista un concetto, un’idea, della forza di luce spirituale che a noi risplende da quella rivelazione, soltanto, quando lascia agire su di sè tutte quelle cose che si riconnettono con quella cultura, dalla quale ci proviene il Krishna. Occorre soltanto far agire su di sè le cose nel loro giusto senso. Quando (citerò soltanto pochi esempi) si lasciano agire su di sè in modo giusto delle parole come quelle – appartengono alla Bhagavad Gita – che Krishna adopera per spiegare il proprio essere, si arriva a conoscenze, a sentimenti, che in seguito caratterizzeremo più precisamente. Krishna dice: «Io sono lo Spirito del Divenire, il principio, il mezzo e anche la fine di esso. Negli esseri Io sono sempre ciò che v’ha di più nobile fra quanto è divenuto. Fra gli esseri spirituali Io sono Vishnu, fra le stelle Io sono Sole; fra i luminari, la Luna, fra gli elementi sono il Fuoco; delle montagne Io sono l’alto Monte Meru, delle acque sono il grande oceano, dei fiumi Io sono il Gange, fra tutti gli alberi sono l’Asvattha. Sono il Signore, nel vero senso della parola, degli uomini e di tutti gli esseri che vivono; fra i serpenti sono quello che è in eterno, che è il fondamento stesso dell’esistenza».

Prenderemo ora un’altra manifestazione della medesima cultura, che trovasi nei Veda. I Deva si riuniscono sotto al trono dell’Omnipossente e gli chiedono devotamente chi Egli sia. Allora l’Omnipossente (è dunque il Dio dell’Universo, nel senso antico indiano) risponde:

«Se oltre di me vi fosse un altro, mi descriverei per mezzo suo. Sono stato dall’eternità e sarò per tutta l’eternità. Sono la prima Causa di tutto, la Causa di tutto ciò che si trova a Occidente, a Oriente, a Nord e a Sud, sono la Causa di tutto nelle altezze e nelle profondità. Io sono tutto, sono più vecchio di ciò che vi è. Io sono il Dominatore dei Dominatori. Io sono la Verità stessa, sono la Rivelazione stessa, sono la Causa della Rivelazione. Io sono la Conoscenza, sono la Pietà e sono la Giustizia. Io sono Omnipossente».

E questo antico documento narra, che quando nell’ambito di quella cultura si chiede la Causa del tutto, la risposta dice:

«Questa Causa del Mondo è il Fuoco, è il Sole, è anche la Luna; così pure è questo puro Brahman e quest’acqua e questa suprema fra le Creature. Tutti i momenti e tutte le settimane e tutti i mesi e tutti gli anni e tutti i secoli e tutti i millenni e tutti i milioni di anni sono promanati da lui, sono promanati dalla sua Personalità radiante, che nessuno può comprendere, nè su, nè giù, nè attorno, e neppure nel centro, là dove noi stiamo!»

Tali parole ci risuonano da quei tempi primordiali. Ci abbandoniamo a queste parole. Queste parole, osservate spregiudicatamente, quali sentimenti destano in noi? Esse esprimono delle determinate cose. Abbiamo visto che Krishna parla di sè stesso: abbiamo visto che vengono dette varie cose sul Dio dell’Universo, e sopra la Causa Prima dell’Universo. Per virtù del grado di conoscenza, con cui qui vengono espresse, le cose sono dette in modo così grandioso e significativo, come mai nel passato erano state dette, e come sappiamo che mai nell’avvenire potranno essere dette. Cioè, qualcosa venne allora introdotto nell’evoluzione dell’umanità, che deve rimanere quale è, e che così deve essere accolto, e che è arrivato a un termine. E quando più tardi gli uomini hanno riflettuto su queste cose, avranno forse creduto di potere, secondo i metodi nuovi delle epoche successive, riassumere questo o quello con concetti più chiari, di fare queste o quelle modificazioni, ma nondimeno non sono riusciti a dirle meglio – mai vi sono riusciti – e se qualcuno intendesse dire qualcosa di meglio su questi argomenti, sarebbe in errore.

Prendiamo prima il passo della Bhagavad Gita, dove Krishna caratterizza, per così dire, la propria entità. Che cosa caratterizza egli effettivamente? Ciò che egli dice è veramente straordinario. Dice di essere lo Spirito del Divenuto, di essere Vishnu fra gli Spiriti Celesti, il Sole fra le stelle, la Luna fra i luminari, il fuoco fra gli elementi ecc. Se vogliamo trascrivere quel passo in modo, da riassumerlo con una formula, possiamo dire: Krishna indica sè stesso come l’Essenza, l’Entità in tutto, e in modo, che l’Entità è Lui; che l’Entità rappresenta ovunque l’aspetto più puro, più divino. Quando dunque si penetra dietro le cose e se ne cerca l’essenza si arriva, secondo quel passo, all’Entità di Krishna. Si prenda un dato numero di piante della medesima specie; si cerchi l’entità di questa specie, che non è visibile, ma che si esprime nelle singole forme visibili della pianta: qual’è l’essenza che sta dentro? Non dobbiamo raffigurarci questo essere soltanto come identico a una pianta, sibbene come ciò che vi ha di più elevato, di più puro nella forma; sicchè abbiamo ovunque, non soltanto ciò che: è l’entità, ma questa entità nella sua forma più pura, più nobile, più elevata. Veramente di che parla Krishna? Non parla altro che di ciò, che anche l’uomo, se rientra in sè stesso, può riconoscere come la propria entità; ma non l’entità che egli rappresenta nella vita abituale, sibbene quella che sta dietro alla manifestazione abituale dell’uomo e dell’anima umana. Egli parla dell’entità umana, che risiede in noi, perchè la vera entità umana è Una col Tutto. Non è già che la conoscenza si atteggi egoisticamente in Krishna, vi è alcunchè in Krishna che vuole indicare quanto di più alto vi ha nell’uomo, quello che si può considerare come identico, omogeneo, a quell’essenza che vive in tutte le cose. Così come oggi si parlerebbe di qualcosa che si ha in mente, così Krishna parla di ciò che egli ha in mente per la sua cultura. Se oggi penetriamo con lo sguardo nel nostro proprio essere vediamo anzitutto l’«Io» (come troverete descritto nel libro «Come si consegue la conoscenza dei mondi spirituali?») Oltre a questo Io abituale si distingue anche l’Io superiore supersensibile, che non comparisce nell’esistenza sensibile, ma che si presenta come contemporaneamente riversato, – non soltanto in noi – ma sull’essere delle cose tutte. Quando si parla dunque del nostro Io superiore, dell’entità superiore che dimora nell’uomo, non si parla di ciò, di cui l’uomo usa abitualmente dire «Io sono», sebbene nel nostro linguaggio si esprima con lo stesso suono. Nella bocca di Krishna non avrebbe avuto lo stesso suono. Egli parla dell’entità dell’anima umana nel senso dell’intendimento di quell’epoca, come oggi noi parliamo dell’«Io». Per quale ragione poteva succedere, che il nostro Io abituale fosse così somigliante a quello che noi stessi riconosciamo come Io superiore?

Ciò poteva verificarsi, perchè la cultura, dalla quale è provenuto Krishna, era stata preceduta nei passati millenni dalla cultura chiaroveggente dell’umanità, e gli uomini erano abituati, quando vo-levano considerare l’essere delle cose, a rivolgersi sempre in alto, alla visione chiaroveggente. E si può comprendere un linguaggio come quello che si presenta a noi qui, nella Bhagavad Gita, se lo si considera come la fine dell’antica concezione chiaroveggente del mondo, se ci si rende conto che dal momento in cui l’uomo, negli antichi tempi, si trasferiva in alto, in quello stato intermedio fra sonno e veglia, che allora era comune a tutti gli uomini, egli si trovava talmente trasmutato nelle cose, che non succedeva più come avviene per la vista fisica, che le cose sono «qui», e l’uomo è al di fuori di esse, sibbene egli era allora riversato su tutti gli esseri, si sentiva in tutti gli esseri, si sentiva uno con tutti gli esseri; egli si sentiva Uno con ciò che vi era di meglio nelle cose, e ciò che egli di meglio aveva era in tutte le cose. E se non prendete le mosse da un sentire astratto come quello dell’uomo odierno, ma dal modo di sentire appunto caratterizzato dell’uomo antico, allora comprendete quelle parole, che ci risuonano da Krishna nella Bhagavad Gita: le comprendete quando chiedete, a voi stessi: «come vedeva sè stesso l’uomo dell’antica chiaroveggenza?» e vi rendete poi chiaramente conto, che quello stato che si consegue oggidì per mezzo dell’educazione spirituale scientifica, quando l’uomo acquista la libertà del suo corpo eterico, di guisa che si sente espandere, si sente riversato sopra ciò che vi è in tutte le cose, era pure, se non nel modo come può succedere oggidì per mezzo dell’educazione spirituale scientifica, tuttavia lo stato naturale degli uomini degli antichi tempi. Per virtù di tali condizioni, che si verificavano di per sè stesse, gli uomini si sentivano come dentro in tutte le cose. E quando poi le rivelazioni assumevano forma, quando ciò che vedevano arrivava a essere espresso con bellissime parole, si presentava, per esempio, come in questa rivelazione di Krishna. Perciò si potrebbe dire a un dipresso: che Krishna ha detto ai suoi uomini: «Voglio annunziarvi con delle parole ciò che i migliori fra noi hanno veduto, quando si trovavano nelle condizioni supersensibili, ciò che i migliori fra noi hanno scorto del loro rapporto con il mondo: perchè l’avvenire non troverà più gli uomini quali erano allora, e voi stessi non potete più essere come erano i vostri avi primordiali. Voglio riprodurre con le parole il modo come gli avi primordiali hanno veduto, per farlo permanere, perchè l’umanità non potrà più ritrovarsi in quelle condizioni come in un suo stato naturale». In certo qual modo, nelle «Rivelazioni di Krishna» è stato tradotto in parole possibili per quell’epoca ciò che era stato impartito all’umanità attraverso i millenni, perchè anche i posteri, che non potranno più vedere chiaroveggentemente, possano conoscere tutto ciò, per mezzo della Rivelazione di Krishna.

Possiamo intendere in questo modo anche le altre parole. Supponiamo che all’epoca in cui Krishna ha fatto le sue rivelazioni, uno scolaro si fosse presentato dinanzi a un altro saggio maestro e avesse chiesto: «Oh saggio maestro, che cosa vi è dietro le cose che vedo ora soltanto con i miei occhi?» Il saggio maestro avrebbe risposto: «Dietro queste cose che vedi ora soltanto con i tuoi occhi esteriori, sensibili, vi è lo Spirito, il Supersensibile». Ma nelle antiche epoche gli uomini, in condizioni naturali, ancora potevano vedere questo supersensibile; e il mondo supersensibile più vicino, che confina col nostro, è il mondo eterico; in questo essi guardavano. In esso vi è la causa di tutto ciò che è sensibile; in esso gli uomini hanno veduto quale è la Causa. Ora posso esprimerla soltanto con parole. È il fuoco...! (ma non come si palesa ora nel sole, perchè a quell’epoca, appunto per l’antica chiaroveggenza, ciò che ora l’occhio vede risultava invece in special modo invisibile; la sfera bianca infocata del sole appariva come oscurità, e per tutti gli spazii si spandevano le influenze solari, le irradiazioni dell’aura solare, scomponendosi e ricomponendosi in immagini multicolori, in guisa però, che ciò che s’immergeva a quel modo nelle cose, era al contempo luce creatrice; è il sole; ed è pure la luna (che appariva eziandio diversa alla vista); perchè dentro vi è intiero il puro Brahman».

Che cosa è il puro Brahman?

Quando si inspira e si espira l’aria, l’uomo materialista crede di respirare con l’aria soltanto dell’ossigeno. Ma questo è un errore. Con ogni soffio di aria che si inspira; si inspira spirito, e si espira spirito. Ciò che vive nell’aria respirata come spirito penetra in noi ed esce fuori da noi, e all’antica chiaroveggenza che vedeva questo, non sembrava, come al materialista, di inspirare soltanto ossigeno; questo è un pregiudizio materialistico; l’antica chiaroveggenza sapeva, che veniva inspirato l’elemento eterico dello spirito, «Brahman», dal quale proviene la vita. Come oggidì si crede, che la vita provenga dall’ossigeno dell’aria, cosi l’uomo antico sapeva, che la vita proviene da Brahman, e che accogliendo Brahman, egli viveva. Il puro Brahman è la causa della nostra propria vita.

E a quali vette della intelligenza s’inalza questa pura saggezza primordiale, questa saggezza che è pari all’etere, pari alla luce?

Gli uomini credono oggidì di poter pensare con molto acume. Ma quando si vede il modo come gli uomini, quando cominciano a dare qualche spiegazione, confondono allegramente ogni cosa, ci rimane veramente poco rispetto per il loro modo di pensare, e sopratutto per l’attuale pensiero logico. È necessario a questo proposito che io esponga (con la maggior semplicità possibile) alcune brevi considerazioni apparentemente molto astratte. – Supponiamo che ci si presenti un animale, giallo, con criniera: a questo animale diamo il nome di «leone». Ora cominciamo a chiedere: «Che cosa è un leone?», La risposta è: «Un animale feroce!» Chiediamo più oltre: Che cosa è un animale feroce? Risposta: Un mammifero. Chiediamo più oltre: Che cosa è un mammifero? Risposta: Un essere vivente! E così andiamo avanti descrivendo una cosa per mezzo dell’altra. La maggior parte degli uomini crede di essere chiarissima quando fa a quel modo sempre nuove domande, come ora è stato indicato per il leone, per la belva, per il mammifero, ecc. Quando si parla di argomenti spirituali, – anche delle cose spirituali più elevate, – succede spesso, che vengono rivolte sempre nuove domande, allo stesso modo come si chiede che cosa sia un leone, che cosa sia una belva ecc. E in quelle occasioni in cui viene annunziato, perchè non si può fare diversamente, che verranno distribuiti dei fogliettini, e che alla fine della conferenza risponderò alle domande, queste per lo più sono del medesimo tenore, e contengono continuamente i medesimi quesiti, per esempio: «Che cosa è Dio?» o pure: «Che cosa è il principio del mondo?» o pure: «Che cosa è la fine del mondo?» La maggior parte degli uomini effettivamente vuol sapere nientemeno che questo: Che cosa è Dio, il principio del mondo, e la fine del mondo? Essi chiedono questo, così come si chiede: Che cosa è un leone ecc. Credono che le domande adatte per i casi ordinari possano servire anche quando si tratta di cose più elevate. Essi non riflettono, che la caratteristica delle cose superiori deve essere quella appunto, di non consentire più simili domande. Perchè, risalendo da una domanda all’altra, dal «leone» alla «belva» ecc. è pur inevitabile arrivare a qualcosa che non può più essere descritta a quel modo, e per la quale non vi è più senso di chiedere: che cosa è? perchè una domanda siffatta implica la richiesta di aggiungere un predicato al soggetto. Vi deve pur essere un’Entità superiore, che si possa concepire per sè stessa. La domanda: Che cosa è Dio? è logicamente priva di senso. Si può far risalire tutto fino all’Altissimo, ma a ciò che vi è di più alto non si può aggiungere un predicato; perchè per esso segue la risposta: «Dio è». Allora ciò per mezzo di cui si descrive Iddio dovrebbe essere più alto ancora di lui. Questa è la contraddizione più strana che vi sia. Il fatto che questa domanda venga oggidì ancora sempre ripetuta dimostra quanto sublime si palesasse nei tempi antichissimi Krishna, quando disse: «I Devas si raccolgono attorno al trono dell’Omnipotente e chiedono con devozione all’Omnipotente chi egli sia. L’Omnipotente risponde: Se oltre di me vi fosse un altro, mi descriverei per mezzo di lui». Egli non lo fa però, non descrive sè stesso per mezzo di un altro. E così noi, si potrebbe dire, veniamo pure condotti, come i Devas, con devozione e con umiltà davanti alla sacra cultura primordiale e ne ammiriamo al tempo stesso la grandiosa e logica elevatezza, che non le è pervenuta per virtù di pensiero, bensì per mezzo dell’antica chiaroveggenza, per il fatto che gli uomini sapevano per via immediata, che quando si arriva alle cause, ogni domanda viene meno, perchè le cause si vedono. Guardiamo con ammirazione ciò che ci perviene da quei tempi primordiali, come se gli Spiriti che ce lo hanno trasmesso volessero dire: «Sono quelli i secoli, in cui gli uomini hanno guardato direttamente nei mondi spirituali. Non sarà così nell’avvenire. Vogliamo però registrare ciò a cui ci possiamo elevare, ciò che una volta era stato dato alla chiaroveggenza umana».

Così sono registrate nella Bhagavad Gita, nei Veda, tutte le cose che in Krishna possiamo riassumere, come in un quadro finale, che non può essere superato, e che potrà di nuovo essere veduto per mezzo di una nuova chiaroveggenza, ma non potrà mai essere investigato per mezzo delle capacità acquistatesi più tardi dagli uomini. Perciò vi sarà sempre ragione, se si rimane nell’intero campo della cultura umana, di quella cultura esteriore o odierna che si svolge nell’esistenza sensibile, di dire: entro questa cultura, se si prescinde da ciò che può nuovamente venir conseguito da una chiaroveggenza acquistata per mezzo di una disciplina speciale, entro questa cultura attuale, dico, non si può mai più arrivare a ciò che fu la sacra Rivelazione primordiale, che giunse al suo termine in Krishna: ma l’anima, per mezzo della sua evoluzione, per mezzo dell’educazione spirituale-scientifica può nuovamente inalzarsi e riacquistare quella rivelazione. Ciò che nei tempi antichi era stato concesso per via normale, se ci è permesso tale espressione, all’umanità, non le è ormai più ordinariamente concesso in condizioni che le sia dato raggiungere per via naturale. Perciò queste verità sono andate perdute. Ma quando vi sono pensatori come Fichte, Schelling e Hegel, che hanno elevato il loro pensiero a massima purezza, queste cose – sebbene non con quella vitalità, con quella nota direttamente personale come in Krishna – ma sotto forma di idee, possono di nuovo presentarsi a noi; però mai più come gli uomini le hanno comprese nell’antica chiaroveggenza. E la conoscenza spirituale ci mostra, come già spesso ho ripetuto, che lentamente e gradatamente, nel corso dell’epoca postatlantea l’antica chiaroveggenza si è estinta. Quando guardiamo indietro nel primo periodo postatlanteo di cultura, nell’antica epoca indiana, possiamo dire: di essa non esistono tradizioni scritte, perchè gli uomini allora guardavano ancora nel mondo spirituale. Ciò che è stato rivelato agli uomini a quell’epoca può essere ritrovato soltanto per mezzo della cronaca dell’Akasha. Quella è stata una rivelazione sublime. Ma l’umanità, gradatamente, sempre più è discesa, e nel secondo periodo postatlanteo di cultura, nell’epoca persiana primordiale, le rivelazioni ancora vi erano, ma non più così pure. E meno pure ancora furono quelle del terzo periodo di cultura, L’egizio-caldaico. Dobbiamo tener conto, se vogliamo veramente osservare le condizioni di quei tempi, che da questi periodi di cultura – e non soltanto presso i popoli di cui essi hanno portato il nome – non esistono tradizioni scritte. Quando parliamo dell’antica cultura indiana intendiamo parlare di una cultura, di cui non ci è pervenuto nulla di scritto. Così pure non ci è rimasto niente di scritto dalla cultura paleo-persiana; perchè quegli scritti che ci sono pervenuti non rappresentano che un’eco di ciò che è stato trasmesso. Soltanto dalla cultura babilonese-caldaica in poi – dunque dal terzo periodo di cultura in poi – esistono documenti scritti. Ma durante la cultura antica persiana, e parallela ad essa, si svolgeva un secondo periodo di cultura indiana; e mentre si svolgeva la cultura babilonese-caldaica-egizia, vi era in India un terzo periodo di cultura e da quell’epoca appunto datano le prime tradizioni scritte. Dagli ultimi tempi di questo terzo periodo di cultura provengono le comunicazioni contenute, per esempio, nei Veda, che poi sono penetrate nella vita esteriore. Questi sono gli scritti, che parlano anche di Krishna. Nessuno deve dunque pensare, quando parla di tradizioni scritte, che queste possano provenire dal primo periodo di cultura indiana; perchè per tutto ciò che è contenuto in documenti, si tratta di annotazioni registrate soltanto nel terzo periodo degli antichi Indù, perchè è appunto nel terzo periodo che i residui dell’antica chiaroveggenza sempre più e più si sono estinti. Questo è ciò che si può raccogliere riguardo alla persona di Krishna. Perciò dall’antica India ci viene narrato ciò che può essere investigato esteriormente. Se si considerano le cose fin nelle loro basi, tutto concorda pure con ciò che può venir attinto dai documenti esteriori. Quando terminò la terza età del mondo e gli uomini avevano perduto ciò che possedevano originariamente, è comparso Krishna, per conservare quello che andava perduto. Di quale età del mondo parla dunque la tradizione, quando dice: «Krishna è comparso nella terza età del mondo?» Parla dell’epoca che si chiama «la cultura egizio-caldaica!» E questo insegnamento indiano orientale di Krishna concorda precisamente con ciò che abbiamo caratterizzato. Quando l’antica chiaroveggenza, e tutti i tesori dell’antica chiaroveggenza dell’umanità cominciarono a venir meno, comparve Krishna e li rilevò nel modo in cui hanno potuto rimaner conservati per l’avvenire. In questo modo Krishna è la conclusione di qualcosa di grande, di possente. E tutto quello che è stato da noi detto negli anni passati, concorda completamente con ciò che ci vien dato anche dai documenti dell’Oriente, purchè si leggano giustamente. Parlare in questo caso di un «Occidentalismo» e un «Orientalismo» è assurdo: perchè poco importa che s’insegni in Oriente o in Occidente con queste o altre parole, sibbene importa che si parli con intendimento di ciò che è stato comunicato. E quanto più comprenderete ciò che è stato comunicato, tanto più vedrete che esso concorda con tutte le tradizioni dell’Oriente.

Krishna rappresenta dunque un termine. Pochi secoli dopo viene Buddha. In quale modo Buddha – per così dire – rappresenta l’altro polo di quel termine? quale è il rapporto di Buddha con Krishna?

Raffiguriamoci la caratteristica appunto descritta di Krishna, quale si presenta a noi: grandi, possenti rivelazioni chiaroveggenti dei tempi primordiali sono state raccolte in parole tali, che l’avvenire può comprenderle, e sentire in esse l’eco dell’antica chiaroveggenza dell’umanità. È così che Krishna ci appare! La sua rivelazione è per gli uomini qualcosa, che essi possono accogliere, e di cui possono dire: essa contiene la sapienza del mondo spirituale, che risiede dietro alle cose sensibili, il mondo delle Cause prime, dei fatti spirituali. Tutto ciò è contenuto con grandi, possenti parole nella rivelazione di Krishna. Questo essi potevano dire. E se si approfondiscono i Veda, se ci s’immerge in tutto ciò che nel suo insieme si può chiamare la rivelazione di Krishna, si può dire: «Questo è il mondo che è la vera patria dell’uomo, il mondo che sta dietro a quello che gli occhi vedono, che le mani possono afferrare ecc. Oh, anima umana, tu appartieni al mondo del quale Krishna ti parla!» Questa stessa anima umana, come poteva sentire nei secoli successivi? Essa poteva vedere come queste antiche meravigliose rivelazioni parlassero della vera patria spirituale celeste dell’umanità: essa poteva poi guardar fuori, e vedere ciò che l’attorniava. Vedeva con gli occhi, udiva con le orecchie, afferrava le cose con il senso tattile, rifletteva sulle cose con l’intelletto, che non penetra giammai nella spiritualità di cui parlano le rivelazioni di Krishna. E l’anima poteva dire a sè stessa: «Là vi è il mondo, la patria spirituale che circonda noi e questo mondo che è il solo che noi ora conosciamo. Non viviamo più nella patria spirituale; siamo stati espulsi da ciò di cui Krishna parla così mirabilmente».

Viene Buddha. Come parla egli di ciò di cui Krishna ha parlato, come di splendori del mondo verso il quale l’uomo non può che alzare gli occhi? «Veramente voi vivete nel mondo dei sensi. Vi siete stati condotti dallo stimolo che vi spinge da incarnazione in incarnazione. Ma io vi parlo della via che vi può fare uscire da questo mondo e può condurvi nel mondo del quale Krishna ha parlato. Vi parlo della via per mezzo della quale sarete liberati dal mondo che non è il mondo di Krishna». L’insegnamento del Buddha risuonava nei secoli successivi come una nostalgia per il mondo di Krishna. Così il Buddha ci appare come l’ultimo successore di Krishna, come il successore, quale allora doveva venire, di Krishna. E se Buddha avesse parlato di Krishna stesso che ne avrebbe potuto dire? Egli avrebbe detto a un dipresso così: «Sono venuto per parlarvi di nuovo di quel Sommo che mi ha preceduto. Rivolgete la vostra mente indietro verso il più grande Krishna e vedrete ciò a cui potete arrivare, se abbandonate il mondo, in cui non vi trovate più nella vostra vera patria spirituale. Vi indico le vie della Liberazione dal mondo dei sensi, vi riconduco da Krishna!» Così Buddha avrebbe potuto parlare. Egli non ha adoperato proprio quelle parole, ma ha espresso quell’idea con forma alquanto diversa quando ha detto: «Nel mondo dove vivete è dolore, dolore, dolore. La nascita è dolore, la vecchiaia è dolore, la malattia è dolore, la morte è dolore: non essere uniti con ciò che si ama è dolore: essere uniti con ciò che non si ama è dolore: chiedere ciò che si ama e non poterlo ottenere è dolore». E quando egli ha indicato l’«ottuplice sentiero», questo era un insegnamento che non oltrepassava ciò di cui Krishna aveva parlato, perchè era un insegnamento di ciò che Krishna aveva dato. «Sono venuto dopo di Colui che è più grande di me, ma voglio indicarvi le vie del ritorno a Colui, che è più grande di me». Queste sono le parole storiche mondiali che a noi risuonano dal paese del Gange.

Procediamo ora di un passo verso Occidente. Rievochiamo di nuovo dinanzi all’anima la figura del «Battista» e ricordiamoci delle parole che Buddha avrebbe potuto dire: «Sono venuto dopo di lui, dopo Krishna, perchè egli è più grande di me e voglio indicarvi le vie per tornare da lui fuori di questo mondo, in cui non è contenuto il mondo spirituale, del quale Krishna, ha parlato. Volgete indietro la mente!» E ora la figura del Battista. Come parlava? come esprimeva le sue idee, come esprimeva i fatti che gli venivano dati nel mondo spirituale? Egli accennava pure a un «altro»: ma non diceva, come il Buddha avrebbe potuto dire: «Sono venuto dopo di Colui ecc.;» sibbene ha detto: Dopo di me viene Uno più grande di me! Così dice il Battista. Ed egli non dice: «Nel mondo vi è dolore e vi voglio condurre a qualcosa al di fuori di questo mondo»; sibbene: «Cambiate la direzione della vostra mente! Non guardate più indietro, ma guardate in avanti. Quando verrà Colui che è più grande di me, sarà compito il tempo, nel mondo dove vi è il dolore entrerà il mondo celeste, e le anime umane rientreranno in un nuovo mondo, in ciò che esse hanno perduto!»

Così il Buddha è il Successore del Krishna, Giovanni il Battista è il Precursore del Cristo Gesù! Così tutto è invertito; così si presentano a noi i sei secoli, che corrono fra questi due eventi. Di nuovo abbiamo le due comete con i loro nuclei: Krishna col suo nucleo, che rappresenta tutto ciò che richiama al passato, e colui che riconduce gli uomini verso il passato, il Buddha; e altra cometa che addita l’avvenire, col proprio nucleo e con colui che si presenta come il «Precursore». Considerate il Buddha, nel miglior senso, come successore di Krishna – e Giovanni il Battista, come Precursore del Cristo Gesù: in questa formula avrete espresso nel modo più semplice ciò che si svolgeva in quell’epoca dell’evoluzione dell’umanità, nell’epoca del Mistero del Golgotha. – Così dobbiamo considerare le cose: allora le comprendiamo. Queste non sono cose che si riferiscono ad alcuna confessione religiosa; non sono cose che sia permesso di connettere con questa o quella religione nel mondo. Sono fatti storici mondiali, semplicemente fatti storici mondiali! E nessuno, che penetri in tutta la loro profondità, potrà mai descriverli diversamente, nè li descriverà diversamente. Perchè con questa descrizione non è stato in alcun modo tolto niente a nessuna manifestazione dell’umanità. È strano che qua o là venga affermato che noi assegnamo in qualche modo al Cristianesimo una posizione superiore alle altre religioni. Ma che significano le espressioni «superiore» o «più profondo?» Non sono che le parole più astratte che si possano adoperare «più alto» «più profondo» «più grande» «più piccolo!» Esse non hanno importanza, se si esamina bene ciò di cui si tratta. Abbiamo noi forse detto qualcosa di meno in lode di Krishna, di ciò che dicono coloro, che lo pongono più in alto del Cristo? Rinunziamo a qualificare le cose come «più o meno alte», e caratterizziamole invece nella loro verità. Non si tratta di sapere se poniamo il Cristianesimo più o meno in alto; ma di evitare che ci venga mossa l’accusa, che non caratterizziamo in modo giusto i fatti che lo riguardano. Leggete i libri che trattano di Krishna e chiedete a voi stessi, se da altri è stato veramente riferito qualcosa di più alto, di quello che noi abbiamo riferito nei riguardi di lui. Tutto il resto è polemica a base di parole. La verità viene alla luce, quando si esercita quel senso della verità, che penetra nell’essenza delle cose.

Lo studio di questo Vangelo, che è il più semplice e il più grandioso, ci ha porto l’occasione di esporre l’intiera situazione cosmico-terrestre del Cristo. Era dunque necessario esporre prima la grandezza di ciò, che ha trovato il suo termine al sorgere della nuova e rosea alba dell’avvenire dell’umanità.

6°Le concezioni del mondo orientale e occidentale; solo quest’ultima ha il senso della storia. L’anima di Elia e i dodici apostoli.

Basilea, 20 Settembre 1912

Ieri abbiamo cercato di dare un’idea della rivelazione di Krishna e del suo rapporto con ciò che si è presentato più tardi nell’evoluzione dell’umanità, cioè, con la rivelazione per mezzo del Cristo. È stato specialmente indicato che la rivelazione di Krishna ci può sembrare come il termine di una lunga corrente di evoluzione dell’umanità, come il termine dell’epoca chiaroveggente, primitivamente chiaroveggente, dell’evoluzione dell’umanità. Se consideriamo di nuovo da questo punto di vista ciò che ieri abbiamo potuto conoscere riguardo a questo termine che vien riassunto nella rivelazione di Krishna, possiamo dire: ciò che è stato conseguito in questa rivelazione esiste dunque nell’evoluzione dell’umanità, è arrivato a un determinato termine, e non può veramente essere accresciuto più oltre. Dei determinati insegnamenti, allora appunto impartiti, devono semplicemente essere accolti – si potrebbe dire – nell’intiera successiva evoluzione terrestre, così come allora furono dati.

Orbene, è necessario osservare da un determinato punto di vista tutta la speciale peculiarità di questa rivelazione. Essa si potrebbe considerare come una rivelazione che non tien conto, nel vero senso umano, del tempo e del processo del tempo. Tutto ciò che non tien conto del «tempo», come di un fattore reale, è contenuto nell’insegnamento di Krishna. Come va questo interpretato?

Ogni primavera vediamo spuntar le piante dal suolo, le vediamo crescere e maturare, portar frutto e seme, e da questi semi, quando vengono nuovamente riposti nella terra, vediamo l’anno seguente spuntar fuori piante uguali, che crescono nel medesimo modo, maturano e sviluppano nuovi semi. Questo processo si ripete così di anno in anno. Se si tratta di periodi di tempo, che l’uomo può prendere in considerazione, dobbiamo dire: si tratta veramente di una vera «ripetizione». I mughetti, le primule, i giacinti compariscono ogni anno uguali. Quali essi sono, così si ripetono nella stessa forma, nello stesso modo, ogni anno. Possiamo risalire, in un determinato modo, fino agli animali, e vi troveremo lo stesso fatto. Perchè se consideriamo il singolo animale, la singola specie leone, la singola specie iena, la singola specie scimmia, troviamo che, in certo qual modo, la disposizione a ciò che un tale essere deve divenire esiste fin da principio. Perciò, con un certo qual diritto, non si parla per gli animali di una vera «educazione». Delle persone scarse di comprensione cominciano, indubbiamente, nei tempi moderni, ad applicare varie idee educative e pedagogiche anche agli animali. Ma questo fatto non può essere giudicato di grande importanza, nè si può tenere in considerazione nella formazione di un giudizio veritiero. In fondo si può constatare la ripetizione, anche quando si contemplano brevi periodi di tempo: vediamo la primavera, l’estate, l’autunno, l’inverno ripetersi regolarmente attraverso i secoli. E soltanto quando si prendono grandi periodi di tempo, quali non rientrano nell’ambito dell’osservazione umana, si può vedere come sia necessario tener conto del concetto del tempo; si può osservare che le cose vi si svolgono diversamente, e si può verificare, per esempio, come il modo in cui il sole sorge e tramonta verrà modificato nel lontanissimo avvenire. Ma questi sono campi che ci si affacciano soltanto, quando si penetra nella vera Scienza dello Spirito. Per ciò che l’uomo può anzitutto osservare, ossia per la natura astronomica, vale pure la legge di ripetizione di ciò che è uguale o simile, quale si affaccia a noi in special modo nel ritorno annuale delle forme vegetali. Per questa ripetizione come tale, il tempo per sè stesso non ha importanza profonda; esso, essenzialmente, per il fatto di essere tempo, non è un fattore realmente attivo.

Ma è diverso quando si considera la singola vita umana. Anche la vita umana, come già sapete, si divide in periodi che si succedono e si ripetono. Si distingue uno di tali periodi, dalla nascita fino alla fine della prima dentizione, cioè, a un dipresso fino al settimo anno; poi un periodo dal settimo al quattordicesimo anno, fino alla maturità sessuale, indi un altro, dal quattordicesimo al ventunesimo anno ecc. e così di seguito. Insomma, nella singola vita umana si distinguono dei periodi di sette in sette anni. Possiamo pur dire, che in questi periodi settenari talune determinate cose si ripetono. Ma vi è qualcosa che colpisce anche più della semplice ripetizione, e cioè la progressiva trasformazione, il progresso stesso, che così si svolge. Perchè l’entità umana è completamente diversa nel secondo periodo settenario da quello che era nel primo, e di nuovo è diversa nel terzo. Non si può dire che così come la pianta si ripete nella pianta, l’uomo pure ripeta ugualmente nel secondo periodo settenario ciò che egli era nel primo periodo settenario, ecc. Invece, in questo caso, si vede che il tempo esercita nel progresso un’azione reale. Esso ha una importanza. E quando si vede come ciò che ha dunque una importanza per il singolo uomo si possa applicare all’intiera umanità, si può dire: nell’intiera umanità, nelle evoluzioni che si succedono, ci si palesa in un determinato modo tanto la ripetizione quanto il progresso. Per verificare questo, basta esaminare la cosiddetta epoca postatlantea. Si distinguono nell’epoca postatlantea, come primo periodo di cultura postatlantea, l’antica epoca indiana, come secondo l’antica persiana, come terzo la cultura egizio-caldaica, come quarto la greco-latina e come quinto, la nostra cultura attuale; altre due seguiranno la nostra, dopo le quali si verificherà di nuovo una grande catastrofe. Questo corso dell’evoluzione palesa replicatamente nei periodi che si susseguono delle analogie, che in un dato modo si possono paragonare alla ripetizione di ciò che è simile, quale si osserva, per esempio, di anno in anno nel regno vegetale. Vediamo che quei periodi si svolgono, per il fatto che in un determinato modo, al principio di tali epoche, delle speciali rivelazioni vengono fatte all’umanità; si potrebbe dire che una corrente di vita spirituale sembra data come impulso all’umanità, così come ad ogni primavera viene dato alla Terra l’impulso vegetale. E poi vediamo come su questo primo impulso venga poi edificato il resto, che arriva al frutto, e muore quando il periodo termina – così come muoiono le piante quando si avvicina l’inverno. Ma allato di questo, durante il susseguirsi dei periodi, si palesa qualcosa che somiglia al progresso del singolo uomo, e di cui possiamo dire, che il tempo vi esercita un’influenza, e vi si palesa come un coefficiente effettivo. Non è già che nella seconda epoca antica persiana siano stati posti di nuovo i germi che vi erano nella prima, o che nella terza sia stata ripetuta la prima; sibbene gl’impulsi sono sempre diversi, sempre più intensificati, sempre nuovi – e così è pure nella vita umana, in cui i periodi settenari hanno la loro differenziazione, il loro progresso.

Orbene, ciò che si era andato avvicinando all’umanità nel corso del tempo, le si era avvicinato in modo, che – si potrebbe dire – lentamente e gradatamente le cognizioni che formavano la somma della conoscenza si erano rivelate agli uomini. Non tutte le correnti dei varii popoli hanno sempre sviluppato contemporaneamente il senso per tutte le cose. Difatti, in quella corrente di evoluzione dell’umanità, che si esplica appunto con il Mistero del Golgotha, manca in un determinato modo il senso per il tempo, come fattore reale. Questo senso del tempo, quale fattore reale, manca, in ultima analisi, a tutta la conoscenza dell’Oriente; invece le è in special modo proprio il senso per la ripetizione di ciò che è uguale. Perciò tutto quello che si fa valere come ripetizione di ciò che è uguale è stato compreso in modo grandioso dalla conoscenza dell’Oriente. Di che cosa va tenuto conto, quando si considera la ripetizione di ciò che è uguale nei susseguentisi periodi di civiltà? Prendiamo come esempio la crescenza delle piante. Si vedono in primavera le piante spuntare dalla terra: si tratta della loro «creazione». Si vede come queste piante crescano e prosperino, finchè arrivano a un determinato apice, dopo il quale nuovamente s’inaridiscono, e nel morire contengono già in loro il germe per una nuova pianta. Abbiamo dunque a che fare con un triplice passo nel divenire: nascere, crescere e prosperare, e morire – e nella morte abbiamo già il germe per una nuova pianta simile. Quando non è particolarmente questione di tempo, ma di ripetizione, questo principio di ripetizione si può meglio concepire come triplice. La saggezza orientale, quella saggezza che ha preceduto il Cristianesimo, era dotata di attitudini speciali per comprendere il senso del ripetersi del divenire nella triplicità. E la grandezza di questa antica concezione dell’universo dipende dalla sua tendenza unilaterale verso, per così dire, l’eterno ripetersi del divenire; e quando questa concezione arriva al suo termine ci si affacciano da ogni parte delle trinità, le quali, in ultima analisi, sono l’espressione chiaroveggente di ciò che sta dietro al nascere, al deperire e al ristabilire: Brahma, Vishnù, Sciva. Questa trinità sta a base di tutto, rappresenta le Potenze Creatrici. All’epoca che precede la rivelazione di Krishna, è stata riconosciuta come trinità, – alla quale si poteva arrivare per mezzo della chiaroveggenza – la trinità di Brahma, Vishnù e Sciva. E la riproduzione di questo ternario si ritrova ovunque non si tenga conto del tempo altro che nel suo aspetto di successive ripetizioni di ciò che è sempre uguale.

Questo è il senso della conoscenza dell’epoca nuova: il sorgere della capacità di vedere storicamente, di vedere la successione storica, d’includere, cioè, il tempo nel calcolo che si fa di ciò che va effettivamente considerato nei riguardi dell’evoluzione, di concepire il tempo come un fattore reale di essa. Questo però spettava in special modo alla conoscenza dell’Occidente: cioè, lo sviluppo del senso storico e la penetrazione nella verità della storia. E questo è ciò che differenzia le due correnti di evoluzione, quella dell’Oriente da quella dell’Occidente: l’Oriente considera il mondo non storicamente, non nel suo svolgimento storico, sebbene il suo punto di vista raggiunga massima perfezione, mentre l’Occidente comincia con l’impulso a considerare il mondo storicamente, nel suo svolgimento storico. E la spinta alla visione storica emana dalla concezione mondiale ebraica antica; è questa che dà il primo impulso all’osservazione storica.

Esaminiamo ora una dopo l’altra le effettive essenze delle concezioni orientali del mondo. In esse ci viene sempre narrato delle epoche mondiali che si ripetono. Ci viene raccontato ciò che succede al principio e alla fine della prima età del mondo; poi ci vien narrato il principio della seconda età del mondo e la fine di essa; poi il principio della terza età del mondo e la sua fine. E il mistero del divenire del mondo all’epoca di Krishna viene caratterizzato giustamente, se si dice: allorchè l’antica cultura della terza età del mondo era divenuta arida e sterile, quando l’antica cultura entrò nel suo autunno e nel suo inverno, comparve come figlio del Vasudeva e della Devaki il Krishna, onde raccogliere per l’avvenire, cioè, per la quarta epoca, ciò che come germe, come nuovo seme, poteva essere trasportato dalla terza epoca nella quarta. Le singole età del mondo ci appaiono come gli anni che si susseguono nei riguardi della crescenza delle piante. Dei cicli di tempo, aventi per contenuto ciò che si ripete, ecco l’elemento essenziale delle concezioni orientali del mondo. Ora paragoniamo con queste concezioni del mondo, nella loro struttura più profonda – nella loro astrazione dal tempo – ciò, che ci si affaccia subito nell’Antico Testamento. Oh, questo presenta una differenza importante dalle concezioni orientali del mondo! Nell’antico Testamento tutto è disposto in ordine a una linea reale e continua di tempo. Prima si viene condotti alla Genesi, alla Creazione, e a questa viene a riconnettersi la storia dell’umanità. Si persegue un corso continuo attraverso i sette giorni della Creazione, attraverso l’epoca dei Patriarchi; da Abraham in giù, attraverso Isacco e Giacobbe – attraverso a ogni Divenire, a tutta la Storia. Che vi si ripete qualcosa? Il primo giorno della Creazione non viene ripetuto in modo astratto nel secondo; i Patriarchi non vengono ripetuti nei Profeti, l’epoca dei Re non è la ripetizione dell’epoca dei Giudici ecc. Poi viene l’epoca della cattività. Ovunque si viene condotti là dove il tempo esplica una vera funzione, come nella singola vita umana. Attraverso l’intiero Antico Testamento il tempo ci viene indicato come un fattore reale degli eventi – astrazion fatta da ciò che si ripete. Il progresso è ciò che si affaccia come elemento speciale nella descrizione dell’Antico Testamento. Questo Antico Testamento è il primo grande esempio di un metodo storico di osservazione! Per mezzo di esso vien trasmesso all’Occidente il legato del modo storico di osservare gli eventi. Soltanto lentamente e gradatamente gli uomini imparano ciò che vien loro rivelato nel corso del tempo.

E così si può dire, che proprio quando in un determinato senso delle nuove rivelazioni vengono date agli uomini, si verifica sempre una specie di ricaduta nel passato. Al principio del movimento teosofico sono state fatte grandi e importanti rivelazioni. Ma è successo appunto il fatto strano, che fin dal principio questa vita teosofica non è stata pervasa dal metodo storico di osservazione. Vi potete convincere di questo in special modo, se gittate uno sguardo in un libro del resto utile ed eccellente, cioè, nel Buddhismo esoterico del Sinnett. Tutti i capitoli che s’ispirano alla storia sono ben accetti all’anima occidentale. Ma al lato di quelli vi è un altro elemento, che si può chiamare «l’elemento non storico» quell’elemento strano, dove si tratta di grandi e piccoli cicli, del progresso per ronde e per razze; l’argomento viene sempre esposto in modo, come se la ripetizione fosse la cosa principale; come alla seconda ronda segua la terza, come una razza principale sia seguita da un’altra razza principale, come una sottorazza faccia seguito a un’altra sottorazza, e così di seguito. Ci si trova proprio in una specie di congegno di ruote, e l’importanza principale vien data alla ripetizione. Questa è stata una ricaduta in una maniera di pensare già superata dall’umanità. La maniera di pensare che risulta adatta per la cultura occidentale è invece quella storica. E quale è la conseguenza di questo elemento storico della cultura occidentale? E appunto la conoscenza dell’unico punto centrale di ogni divenire terrestre! L’Oriente considerava il Divenire come un processo vegetale, che si rinnova ogni anno. Così si presentarono in ogni periodo i singoli grandi Iniziati e ripeterono (per lo meno s’insiste principalmente su ciò che essi ripeterono) ciò che vi era già da prima. Viene specialmente insistito in modo astratto sul fatto, che ognuno di essi non è che l’aspetto speciale di quell’Uno, che si evolve più oltre da epoca in epoca. Ponevano speciale interesse nel rappresentare il continuo evolversi di ciò che è uguale, così come nella vegetalità si tiene assoluto conto di ciò che si manifesta come «forma» e non si distinguono i singoli anni. In un solo caso speciale l’uomo osserva come i singoli anni si differenzino anche nella vita vegetale. Quando vuol descrivere un giglio, o un pampano di vite, egli non tiene conto se la pianta sia cresciuta nell’anno 1857 o nel 1867; perchè i gigli si somigliano, sono repliche della medesima specie giglio. Ma – si potrebbe dire – quando questo elemento apollineo generale omogeneo, che si ripete, si trasforma, anche nel campo della crescenza vegetale, in «dionisiaco», allora l’uomo annette speciale importanza a che i singoli «anni» vengano bene distinti: sono gli anni dei vini! Allora egli ha interesse a distinguere; altrimenti poco gli importa di dire: questa è la forma del giglio nel 1890 o nel 1895. – Così pure l’Oriente, in un determinato senso, non aveva vero interesse – sebbene non si possa fare troppo assegnamento sul paragone – a distinguere l’incarnazione del Bodhisattwa nella terza epoca da quella della seconda, o della prima epoca. Era sempre l’incarnazione dell’«Uno». Questa tendenza verso quell’uno, questo mirare astratto verso ciò che è uguale, forma l’elemento non storico del pensiero orientale, e, in ultima analisi, di tutto il pensiero delle epoche precristiane – eccezion fatta per la natura storica dell’osservazione dell’Antico Testamento. – Con l’Antico Testamento si è affacciata in via di preparazione – e col Nuovo Testamento in modo più completo – il metodo storico di osservare gli avvenimenti. In questo, importa di considerare l’intiera linea del Divenire come tale, come un tutto; e bisogna non soltanto tener conto di ciò che torna a ripetersi nei singoli cicli, ma di ciò che forma il fuoco, il punto centrale di ogni Divenire. Allora è giusto dire, che è semplicemente assurdo affermare, che non vi debba essere un siffatto punto centrale unico del Divenire. E questo è l’argomento, sul quale i varii popoli della sfera terrestre devono cominciare per intendersi, in fatto di divenire storico, e in ordine al quale devono rendersi chiaramente conto, che questo elemento storico è assolutamente indispensabile per una vera e reale osservazione dell’umanità. Oggi può ancora succedere, anche se si portasse in Oriente un Cristianesimo non fanatico o settario, ma veramente ben inteso, e lo si volesse far valere soltanto obbiettivamente allato delle altre religioni dell’Oriente, di sentirsi dire: Voi non avete dunque che quel solo Unico Dio, il quale si è incarnato una volta sola in Palestina; noi però abbiamo molte incarnazioni di Dio; in questo vi abbiamo superato! «Questa risposta sarà del tutto naturale per parte dell’orientale; essa dipende dalla speciale sua attitudine a considerare la ripetizione dell’Uno. Per L’occidentale invece deve aver valore il fatto, che il Tutto ha un punto di gravità. Quando perciò si parla di varie incarnazioni del Cristo, si cade nell’errore che commetterebbe chi volesse dire: È assurdo pretendere che la bilancia abbia un solo punto di appoggio, da una parte del quale stia il carico e dall’altra i pesi; sosteniamo la bilancia in due, tre o quattro punti!» Questa però è un’assurdità; una bilancia non può avere che un solo punto di appoggio. E se si vuol comprendere l’intiero Divenire, bisogna ricercare quell’unico punto di appoggio, quell’unico centro di gravità, e non si deve credere di far meglio, cercando delle successive incarnazioni del Cristo. A questo riguardo le nazioni, i popoli del globo terrestre dovranno intendersi, e cioè, che nel corso della storia stessa la maniera di pensare storica, la concezione storica, come la più degna dell’uomo nel senso più elevato, doveva ancora presentarsi. Molto tempo ci è voluto perchè questo modo storico di osservare il divenire degli uomini – per così dire – abbia potuto lentamente svilupparsi dagli stati più primitivi. Questo divenire storico ci vien dapprima accennato, nell’Antico Testamento, per mezzo della continua affermazione, che riguardo alla natura del popolo dell’Antico Testamento si può dire: «appartengono al sangue di Abraham, Isacco e Giacobbe»; esso scorre attraverso le generazioni che si succedono, e ciò che si evolve è, in ultima analisi, una forma di discendenza del sangue, di propagazione del sangue. Come un uomo palesa il suo progresso nel corso del succedersi delle epoche della sua vita, di guisa che il tempo vi esplica una parte, così succede pure per l’intiero popolo dell’Antico Testamento. E se si esaminano le singole particolarità, si potrà effettivamente comprendere questo corso delle generazioni del popolo dell’Antico Testamento, così come si comprende la vita di un singolo uomo, in quanto egli si evolva regolarmente, in quanto egli sviluppi in sè ciò che, per così dire, può svilupparsi nell’uomo per virtù della sua disposizione fisica. Ciò che poteva succedere per il fatto, che l’elemento paterno si trasmetteva sempre nel figlio, e così di seguito, ci viene descritto nell’Antico Testamento, come pure viene detto in esso delle professioni di fede che potevano nascere per il fatto, che i discendenti si attenevano sempre a coloro, con cui erano legati per consanguineità. Quello che nella vita naturale del singolo uomo si verifica in modo importante per mezzo del sangue, viene applicato all’intiero corpo del popolo dell’Antico Testamento. E come nel singolo uomo, a un determinato momento, per così dire, l’elemento animico si fa particolarmente manifesto, ed esplica una parte speciale, così succede già pure – e ciò è oltremodo interessante – nello sviluppo storico dell’Antico Testamento.

Consideriamo il bambino; vedremo che in lui predomina il naturale: le necessità del corpo dapprima hanno il sopravvento. L’elemento animico sta dentro al corpo; non vuole ancora uscire completamente. Il benessere del corpo viene effettuato per mezzo d’impressioni piacevoli del mondo esteriore; le impressioni sgradevoli, penose, del mondo esteriore si manifestano anche nelle manifestazioni animiche del bambino. Poi l’uomo continua a crescere. Per mezzo di ciò che si sviluppa in lui naturalmente, l’elemento animico acquista gradatamente il predominio e si arriva a un’età della vita – nei diversi uomini quest’età è alquanto diversa, ma di fatto si tratta degli anni dai venti ai trenta – in cui l’uomo può sviluppare bene ciò che in lui vi è di animico, e allora passano in seconda linea i semplici dolori e le necessità corporee; la configurazione animica emerge in modo speciale. Viene poi il tempo, in cui l’uomo diventa più adatto a lasciar passare in seconda linea questo elemento animico che risiede in lui. Questo si verifica più o meno presto a seconda dell’individuo; forse può anche succedere, che una persona continui tutta la sua vita a conservarsi intatto questo suo particolare elemento animico. Ma succede a volte diversamente, anche quando l’uomo, nella terza decade dei suoi anni, palesa chiaramente ciò che «egli» è, poichè a lui sembra come se il mondo fosse stato fino allora in attesa dello speciale elemento animico che egli possiede. Questo si verifica in particolar modo, quando una persona ha forti tendenze spirituali per esempio, quando qualcuno ha delle tendenze filosofiche speciali; allora sembra come se il mondo non avesse aspettato che il suo arrivo perchè egli potesse esporre il giusto sistema filosofico, poichè soltanto il suo elemento animico è capace di tanto. Ma alle volte il risultato può anche essere giusto e buono: perchè spesso l’uomo durante quel tempo è specialmente adatto ad elaborare ciò che ha. – Poi viene il tempo in cui si comincia a vedere ciò che il mondo può offrire per opera di altri, in cui si fa eco della parola altrui e si accoglie ciò che fino allora è stato fatto.

Come è il singolo uomo, così l’Antico Testamento rappresenta l’intiero corpo del popolo antico ebraico. Vediamo tutto ciò che si sviluppa dalle peculiarità di razza di questo popolo nell’epoca di Abraham, Isacco e Giacobbe; come tutto ciò dipenda in questo popolo appunto da queste peculiarità del sangue e della razza. E se seguite ciò che vien descritto, direte: fino a un dato momento talune peculiarità della razza figurano nell’Antico Testamento come l’elemento che suscita gl’impulsi; poi segue il tempo, in cui questo popolo elabora la sua anima, e ciò si verifica allo stesso modo come il singolo uomo nella terza decade dei suoi anni pone il proprio elemento animico. È questo momento, in cui si presenta il Profeta Elia. Perchè il Profeta Elia appare come tutta la peculiare anima del popolo ebraico antico. Poi vengono gli altri Profeti, dei quali ho potuto dirvi alcuni giorni fa, che essi sono le anime di diversissimi iniziati di altri popoli, i quali si riuniscono nel popolo dell’Antico Testamento. Così l’anima di questo popolo ode ciò che le anime degli altri popoli hanno da dire. Ciò che rimane di Elia si fonde con ciò che le anime degli altri popoli hanno da dire per mezzo dei Profeti che s’incarnano nel popolo dell’Antico Testamento, come in una grande armonia, come in una sinfonia. In tal modo questo corpo del popolo dell’Antico Testamento si va maturando. E il popolo muore, in certa qual guisa, quando accoglie nella sua credenza, nella sua fede, soltanto ciò che è spirituale, ciò che rimane spirituale, e questo lo vediamo nella mirabile descrizione dei Maccabei. Si potrebbe dire, che in questa descrizione dei Maccabei si palesa l’ormai vecchio popolo dell’Antico Testamento, il quale come popolo invecchiato gradatamente si mette al riposo, ma comunica la coscienza dell’eternità dell’anima umana direttamente attraverso i figli dei Maccabei. «L’eternità del singolo» si presenta a noi come coscienza del popolo. E ora, mentre il corpo del popolo stesso muore, sembra come se quest’anima, con una forma affatto nuova, rimanesse quale seme di altre anime. Dove è quest’anima?

Quest’anima-Elia è al contempo l’anima del popolo del Vecchio Testamento, quando essai penetra nel Battista e vive nel Battista, allorchè questi viene imprigionato e poi fatto decapitare da Erode. Che cosa succede poi di quest’anima? Già lo abbiamo accennato. Quest’anima diventa indipendente, abbandona il corpo, ma continua ad agire come aura; e nel campo di quest’aura penetra il Cristo Gesù. Dove però è l’anima di Elia, l’anima di Giovanni il Battista? Il Vangelo di Marco lo indica abbastanza chiaramente. L’anima di Giovanni il Battista, l’anima di Elia, diventa l’Anima Collettiva dei Dodici; essa vive nei Dodici, prosegue la sua vita nei Dodici. Questo ci si palesa assai mirabilmente nel Vangelo di Marco. Questo fatto viene artisticamente delineato, ossia accennato, nella narrazione che precede la morte di Giovanni Battista, quando viene spiegata la differenza fra l’insegnamento, ossia il metodo d’istruire del Cristo Gesù per la gran folla, e quello adoperato per i suoi singoli discepoli. Già abbiamo parlato di questo. Ma ciò si modifica, quando l’anima di Elia si libera da Giovanni Battista, quando essa vive più oltre come Anima Collettiva dei Dodici. E a questo viene accennato. Perchè da quel momento in poi (rileggete, e vedrete che lo si rileva chiaramente) ciò che il Cristo esige dai suoi Dodici è di un ordine più elevato. Egli pretende da essi un intendimento superiore. Ed è notevole proprio ciò che essi dovrebbero comprendere, e che Egli più tardi rimprovera loro di non aver compreso. Leggete quel passo attentamente! A un aspetto delle cose già ho accennato, cioè, che si parla di una moltiplicazione di pani quando Elia arriva dalla vedova in Sareptha, e che, quando l’anima-Elia si libera da Giovanni il Battista, ci viene nuovamente raccontato di una moltiplicazione del pane. Ma ora il Cristo pretende dai suoi discepoli, che essi intendano questa moltiplicazione dei pani in modo affatto speciale. Prima Egli non rivolge loro parole di quel genere. Dopo però, quando essi devono comprendere quale sia la sorte di Giovanni il Battista dopo la sua decapitazione per ordine di Erode, e ciò che succede per mezzo dei cinque pani ai cinquemila, quando gli avanzi vengono raccolti in dodici canestri, e ciò che succede con i sette pani e i quattromila, quando gli avanzi vengono raccolti in sette canestri, allora dice loro: «Non avete voi ancora conoscimento, nè intelletto? ed è accecato tutt’ora il cuor vostro? Avete occhi, e non vedete? orecchie e non udite? Nè avete memoria? Allorchè cinque pani io divisi tra cinquemila uomini, quanti canestri furon gli avanzi che raccoglieste? Gli risposero: Dodici. E quando poi sette pani io divisi tra quattromila persone, quante sporte furon gli avanzi che raccoglieste? Risposero: Sette. E diceva loro: Come non ancora intendete?»   
(Marco 8, 17-21).

Egli volge loro l’aspro rimprovero, che essi non possono comprendere ciò che è contenuto in questa manifestazione. Perchè? Perchè Egli ha in mente «Ora lo spirito di Elia si è liberato; egli vive in voi, e dovete gradatamente dimostrarvi degni, dovete penetrare con la vostra intelligenza nella sua anima, per comprendere cose più elevate di quelle che prima potevate comprendere». Quando il Cristo Gesù parlava alla folla Egli parlava in parabole, in immagini, perchè questi uomini ancora rappresentavano la eco di coloro, che avevano veduto il supersensibile nelle immaginazioni, nella conoscenza immaginativa; di guisa che egli doveva parlare alla folla nello stesso modo come gli antichi chiaroveggenti solevano parlare. Egli poteva parlare socraticamente, esponendo cioè in modo adeguato all’intelligenza comune, a coloro, che come suoi discepoli sono provenuti dal popolo dell’Antico Testamento. Poteva spiegare loro le parabole; poteva parlare al nuovo intendimento, a ciò che era divenuto abituale per l’umanità dopo che l’antica chiaroveggenza era estinta. Ma per il fatto, che lo Spirito di Elia si è avvicinato ai Dodici come Anima collettiva, li ha pervasi come aura generale, per questo fatto, dico, essi divennero in un senso più alto – o potevano per lo meno divenire – chiaroveggenti, e vedere nel loro insieme, come dodici, illuminati dallo Spirito di Elia-Giovanni, ciò a cui singolarmente non potevano arrivare. A questo il Cristo voleva educarli. «A che cosa voleva educarli? Che cosa rappresenta in fondo tutto questo racconto della «moltiplicazione dei pani?» una volta con la spartizione di cinque pani fra cinquemila – gli avanzi riempiono dodici canestri – la seconda volta con la ripartizione di sette pani fra quattromila – gli avanzi riempiono sette canestri?».

Questo è stato sempre un fatto strano per gli interpreti della Bibbia. Oggidì questi interpreti si sono accordati nel dire: «la gente aveva con sè del pane di riserva; e quando sono stati allineati in fila, essi hanno tirato fuori i loro avanzi». Questa è la spiegazione che per così dire, come per tacito accordo, vien data anche da coloro, che vogliono attenersi strettamente al Vangelo. Ma certamente, se si accettano le cose in questo modo esteriore, esse si riducono a una specie di drappeggio esteriore, di cerimonia esteriore. Non si sa più allora perchè tutto ciò sia stato raccontato. D’altra parte non si deve naturalmente neppure pensare a magia nera; perchè l’evocazione magica di una abbondante quantità di pane da cinque e da sette pani sarebbe magia nera. Ma non può trattarsi di magia nera, e neppure di un processo che ai pedanti sembra specialmente colpire nel segno e, cioè, che la gente abbia portato seco del pane e lo abbia tirato fuori. Quella narrazione ha un significato speciale. Già nell’esporre gli altri Vangeli ho accennato a ciò di cui si tratta, e del resto nel Vangelo stesso è chiaramente indicato. «Ma ritornati gli Apostoli da Gesù, gli diedero parte di tutto quello che avevano fatto e insegnato. Ed Egli disse loro: Venite in disparte in luogo solitario e riposatevi alcun poco». (Marco 6, 30-31).

Dobbiamo tenere ben conto di queste parole. Il Cristo Gesù manda gli Apostoli in luogo solitario perchè essi riposino, cioè, perchè essi si traspongano in quella condizione, che appunto si consegue quando ci si ritira nella solitudine. E che cosa vedono allora? Che cosa vedono in questa nuova condizione? Essi vengono a una specie di nuova chiaroveggenza, nella quale vengono trasportati per il fatto, che lo Spirito di Elia-Giovanni li pervade. Fino ad allora il Cristo ha esposto loro le parabole; ora egli procura loro una chiaroveggenza nuova. E che cosa vedono? Essi vedono in grandiose immagini l’evoluzione dell’umanità, vedono l’avvenire, vedono gli uomini dell’avvenire accostarsi gradatamente all’Impulso del Cristo. Ciò che è stato qui raccontato della duplice moltiplicazione dei pani – è stato veduto dai discepoli nello Spirito. È un atto chiaroveggente! E quale atto chiaroveggente, è come qualunque altro atto chiaroveggente; esso dapprima passa rapidamente e inosservato quando non vi si è abituati. Perciò i discepoli tardano a comprenderlo.

Questo è ciò di cui ci occuperemo sempre più intensamente nelle prossime conferenze e cioè, che nello spirito riesce evidente, che nel Vangelo di Marco la narrazione dagli eventi dell’esistenza sensibile esteriore passa a rendere conto di momenti chiaroveggenti, e si comprende quel Vangelo soltanto, quando lo si intende dal punto di vista della ricerca spirituale. Ci si trova nel tempo, di cui è parola dopo la decapitazione di Giovanni, e    
che ha già lasciato agire su di sè l’Impulso-Cristo; questo Impulso è entrato nel mondo. Allo sguardo esteriore dei sensi, dapprima, il Cristo stesso appare come una Personalità isolata, che non può esercitare grande azione. Invece allo sguardo chiaroveggente, educato nel senso attuale, risulta che era giunto il tempo; il Cristo non penetrò soltanto fra coloro che stavano allora in Palestina, sibbene anche in coloro che sorgeranno in tutte le future generazioni. Essi si raccolgono tutti intorno a Lui e ciò che Egli può dar loro viene dato per migliaia e migliaia di uomini. E così lo vedono gli Apostoli, i Dodici; così lo vedono operare; essi vedono emanare la sua azione che da allora si estende attraverso i millenni,, vedono come Egli proietti spiritualmente l’Impulso in tutte le direzioni dell’avvenire, come tutti gli uomini del futuro si avvicinino a Lui. Questo essi vedono. È un processo, in cui essi sono in particolar modo uniti al Cristo nello Spirito.

Dobbiamo tenere speciale conto, che da quel momento in poi, la spiritualità pervade l’intiera descrizione del Vangelo di Marco. Lo studio di questa peculiarità e di come essa ci riveli il Vangelo in un crescendo di grandezza, formerà l’oggetto delle prossime conferenze. Ora però desidero richiamare la vostra attenzione sopra una scena, che può essere compresa soltanto per mezzo di questa indagine spirituale scientifica. Si tratta della scena che segue poco dopo quella sopra citata:

«   
E Gesù se n’andò co’ suoi discepoli per le castella di Cesarea di Filippo; e per istrada interrogava i suoi discepoli, dicendo loro: Chi dicono gli uomini che io mi sia? Essi risposero: Chi dice Giovanni Battista, chi Elia, chi uno dei Profeti. Allora disse loro: E voi, chi dite che io sia? Pietro risposegli: Tu sei il Cristo. E proibì loro strettamente il dir ciò di sè con alcuno. E cominciò a spiegar loro come doveva il Figliuolo dell’Uomo patir molto ed essere riprovato dai Seniori e da’ principi dei sacerdoti, e dagli Scribi, ed essere ucciso, e risuscitare tre giorni dopo. E parlava di questo fatto apertamente. E Pietro, presolo in disparte, cominciò a rampognarlo. Ma egli rivoltosi, e mirando i suoi discepoli, sgridò Pietro, dicendo: Va lungi da me, Satana; perchè non hai la sapienza di Dio, ma degli uomini». (V. Marco 8, 27-33).

Si potrebbe dire che si tratta di un osso duro per gl’interpreti dei Vangeli. Quale difatti è il significato di questo passo? Veramente, se non ci si serve dell’indagine spirituale, non lo si può comprendere. Cristo chiede ai discepoli: «Chi dicono gli uomini che io mi sia?» Ed essi rispondono: «Chi dice Giovanni Battista». Ma se Giovanni Battista è stato decapitato poco prima! e quando Giovanni Battista viveva il Cristo già insegnava. È mai possibile che la gente dica tale assurdità, e   
ritenga che il Cristo sia Giovanni Battista, quando quest’ultimo ancora vi era? Se dicessero che egli è Elia o un altro Profeta si potrebbe capire. Orbene, Pietro dice: «Tu sei il Cristo!» cioè, egli annunzia qualcosa di grandioso, che soltanto ciò che di più sacro è in lui può esprimere. E poche righe dopo il Cristo gli dice: «Va lungi da me Satana, perchè non hai la sapienza di Dio, ma degli uomini!» Chi accetta quell’interpretazione può mai credere, dopo che Pietro ha detto queste cose grandiose, che il Cristo lo interpelli come «Satana»? E si può mai comprendere ciò che prima sta detto: «E proibì loro strettamente il dir ciò di sè con alcuno?» Dunque quelle parole significano: di non dire a nessuno, che Pietro ritiene che egli sia il Cristo: e poi sta scritto più oltre: «E cominciò a spiegar loro come doveva il Figliuolo dell’Uomo patir molto, essere riprovato, ed essere ucciso e risuscitare tre giorni dopo. E parlava di questo fatto apertamente». E dopo che Pietro lo comincia a rampognare, egli chiama Pietro, «Satana». E ciò che vi è ancora di più strano si è, che sta scritto: «E Gesù se n’andò coi suoi discepoli per le castella di Cesarea di Filippo, ecc.». Sempre vien ripetuto, che essi gli parlano e poi vien detto di nuovo: «E cominciò a spiegar loro ecc.; ma dopo sta scritto: «Ma egli rivoltosi e mirando i suoi discepoli, sgridò Pietro».

Dunque prima sta detto, che egli parlava e insegnava loro. Ma poteva far tutto questo mentre voltava loro le spalle? perchè dopo sta scritto: «Ma egli rivoltosi, mirando i suoi discepoli». Voltava Egli loro forse le spalle e parlava all’aria?

Come vedete, questo passo è una matassa arruffata e incomprensibile. Ci si meraviglia soltanto, che tali cose vengano accolte, senza che se ne cerchi una vera genuina reale spiegazione. Sfogliate pure i commenti dei Vangeli e cercatevi delle spiegazioni: vedrete che quei commenti, o sorvolano tali passi, oppure ne dànno le più strane spiegazioni. Vi sono state sul proposito anche molte questioni e discussioni, ma pochi possono affermare di aver imparato molto da esse. Orbene, vogliamo ora fermarci a considerare quello che sta detto. Dopo l’indicazione, che dopo la morte di Giovanni Battista, poichè l’anima Elia-Giovanni si trasferisce come anima collettiva nei discepoli viene effettuato il primo vero «miracolo», del quale sempre più vedremo come vada inteso, viene un passo completamente incomprensibile, in cui si narra che il Cristo Gesù parla ai discepoli e chiede loro: «che dicono gli uomini di ciò che succede?» Difatti questa domanda si può presentare anche in questo modo, perchè alla gente importa sopratutto sapere donde emanano le influenze, che ora si verificano. I discepoli rispondono: la gente ritiene che sia in giro (per adoperare un termine usuale) Giovanni Battista o Elia o qualche altro Profeta: e che per questo fatto, si verificano le influenze appunto osservate. «Ma voi, da dove pensate che provengano?» chiede il Cristo Gesù. Allora   
 Pietro dice: «   
Provengono dal fatto, che tu sei il Cristo». Nel senso del Vangelo di Marco, Pietro, per la sua conoscenza, si sarebbe posto in tal modo come punto di congiunzione nell’evoluzione dell’umanità. Perchè, effettivamente, che cosa ha detto con quelle parole? Esaminiamo ciò che egli ha detto. Nei tempi precedenti, le grandi Guide dell’umanità erano degl’iniziati, che erano stati condotti fino all’ultimo atto dell’iniziazione nei sacri Misteri; erano coloro che erano arrivati fino alla soglia della morte, che erano stati immersi negli elementi, che avevano dimorato tre giorni fuori dei loro corpi, e durante questi tre giorni erano stati nei mondi supersensibili, che dopo erano di nuovo risuscitati e ormai erano Rivelatori, Messaggeri, dei mondi supersensibili. Le grandi Guide dell’umanità erano sempre iniziati, divenuti tali a quel modo; Pietro dice dunque: «Tu sei il Cristo», cioè: «Tu sei una Guida che non è passata a quel modo attraverso i Misteri, ma che è venuta dal Cosmo ed è ora Guida dell’umanità!» Storicamente – per una volta – doveva essere condotto sul piano della Terra ciò che di solito si effettuava in altro modo nell’iniziazione. Quello che, Pietro ha detto è qualcosa di straordinario! Che cosa andava detto a Pietro? Bisognava dirgli: «Questo è qualcosa che non va detto alla folla e qualcosa di cui le più sacre, le più antiche leggi dicono, che deve rimanere un mistero. Non si deve parlare dei misteri!» In quel momento andava detto questo a Pietro.

Orbene, l’intiero senso però dell’ulteriore evoluzione dell’umanità è appunto, che con il Mistero del Golgotha, ciò che si era sempre svolto nelle profondità dei misteri è stato esposto sul piano della storia mondiale. Per mezzo di ciò che è successo sul Golgotha, per mezzo della permanenza per tre giorni nella tomba, e della Risurrezione, è stato esposto storicamente sul piano terrestre ciò che di solito succedeva nelle profondità, nelle tenebre dei misteri. Insomma: è venuto il momento, in cui la legge sacra, per cui si doveva tacere di questo Mistero, deve essere infranta! Gli uomini hanno stabilito le leggi, secondo le quali si deve tacere dei misteri. Ormai però i misteri devono essere rivelati per mezzo del Mistero del Golgotha. Una decisione nell’anima del Cristo! La più grande decisione storica del mondo, poichè Egli si propone: Ciò che fino ad ora le leggi umane ordinavano di tacere, deve essere ora palesato davanti agli occhi di tutti, davanti alla storia del mondo!

Immaginiamoci un momento di riflessione storico-mondiale del Cristo, un momento di riflessione storica: «Io guardo l’intiera evoluzione dell’umanità, essa mi proibisce per mezzo delle sue leggi di parlare della morte e della Risurrezione, del Risveglio e dei Misteri Sacri dell’Iniziazione. No! Sono stato mandato dagli Dei sulla Terra per rivelarle quei misteri; non posso lasciarmi guidare da ciò che gli uomini dicono: mi devo regolare in conformità di ciò che mi dicono gli Dei!» La determinazione di rivelare i Misteri si prepara in quel momento. E il Cristo deve respingere dalla sua anima l’indecisione, che potrebbe provenirgli dal fatto di voler conservare nell’evoluzione ciò che le leggi umane hanno dato. «Lungi da me, oh indecisione! E cresca in me la decisione di esporre dinanzi all’intiera umanità ciò che è stato finora nelle profondità dei Misteri!» Il Cristo dice alla sua propria decisione, quando egli respinge da sè ciò che lo potrebbe rendere indeciso: «Lungi da me», e da questo momento si prefigge di eseguire ciò per cui Egli è stato mandato dal suo Dio sulla Terra.

A questo punto ci troviamo di fronte al più grande monologo storico del Mondo, che mai si sia verificato nell’intiera evoluzione della Terra: al Monologo di Dio sulla Rivelazione dei Misteri. Non è da meravigliarsi, che il Monologo di Dio non sia a tutta prima comprensibile per l’intelletto umano, e che occorra studiare profondamente, se in qualche modo vogliamo renderci degni di comprendere questo Monologo di Dio, per mezzo del quale l’azione della Divinità fa un passo innanzi. Domani ne parleremo ancora.

7°Il mistero del Golgota: un’iniziazione. Relazioni reciproche fra l’anima del Cristo e l’anima dei dodici. La compenetrazione della corporeità umana da parte dell’io.

Basilea, 21 Settembre 1912

Sarebbe meglio, indubbiamente, che nelle considerazioni destinate a spiegare questo o quel passo di un Vangelo, si potesse sempre fare astrazione dagli altri Vangeli; perchè così si acquisterebbe certamente una migliore e più pura comprensione dell’intonazione fondamentale dei singoli Vangeli. Però sarebbe facile, che un esame di tal genere in cui non fosse permesso ai diversi raggi di luce dei vari Vangeli di illuminarsi reciprocamente, potesse generare dei malintesi. Per esempio, quello che ieri è stato chiamato il «più grande Monologo della storia del Mondo» potrebbe facilmente essere frainteso, se qualcuno riferisse inesattamente, o superficialmente, ciò che, per esempio, deve essere detto e difatti è stato detto in appoggio al Vangelo di Matteo, a proposito del passo analogo. (3) E un’obiezione da un siffatto punto di vista sarebbe, nel senso logico più profondo, come se qualcuno scrivesse: «qui su questo podio vi era prima un uomo e alla sua sinistra vi era un mazzo di rose», e un’altra volta: «qui su questo podio vi era un uomo e alla sua destra un mazzo di rose!» e poi un terzo estraneo dicesse: «questo non concorda; una volta il mazzo di rose sta a destra, l’altra volta sta a sinistra!» Tutto dipende invece dalla posizione occupata dell’uomo; a seconda di quella entrambe le frasi sono giuste. Così bisogna considerare i Vangeli. Non si tratta appunto di una biografia astratta del Cristo Gesù, sibbene di un ricco mondo di fatti esteriori, e anche di fatti occulti, che ci vengono descritti. E per esaminare questo punto di vista, osserviamo ora ciò che ieri è stato chiamato: «il più grande Monologo della storia del Mondo», il soliloquio di Dio.

Dobbiamo renderci chiaramente conto, che ciò che si svolgeva nel corso generale di tutto l’insieme, succedeva in modo affatto speciale fra il Cristo Gesù e i suoi discepoli, i suoi seguaci più vicini. E di ciò che ieri è stato detto, e cioè, che effettivamente lo Spirito di Elia, dopo che fu liberato dal corpo fisico di Giovanni, Battista, operava come una specie di Anima collettiva dei discepoli, va tenuto in special modo conto in uno studio siffatto. Ciò che allora si è verificato non si è svolto soltanto in guisa, da potere essere raccontato semplicemente in modo esteriore, sibbene si è svolto in un modo molto più complicato. Si trattava, per così dire, di un profondo reciproco rapporto interiore fra l’anima del Cristo e l’anima dei Dodici. I processi che si svolgevano nell’anima del Cristo, erano, per quei tempi, tutti processi importanti, ricchi, svariati. Ma tutto ciò che si svolgeva nell’anima del Cristo si svolgeva nuovamente a sua volta, in certo qual modo, come in un’immagine riflessa, come in una specie di riverbero, nelle anime dei discepoli, ma scissa in dodici parti; di guisa che ognuno dei dodici sperimentava, come per immagine riflessa, una parte di ciò che si verificava nell’anima del Cristo Gesù; ma ognuno dei dodici sperimentava qualcosa di diverso. Ciò che si verificava nell’anima del Cristo Gesù si svolgeva come una grande armonia, come una grande sinfonia, e si rifletteva nell’anima di ognuno dei dodici a un dipresso come ciò che un singolo strumento può dare fra dodici strumenti diversi. Ogni evento, perciò, che si riferisce in special modo a uno o a varii discepoli si può descrivere sotto due aspetti. Si può descrivere come quel determinato evento si esplica nell’anima del Cristo; prendiamo per esempio ciò che ieri è stato esposto come il grande monologo storico mondiale del Cristo Gesù; se lo si può descrivere come in essa si è svolto, come in essa veniva sperimentato, esso ci si palesa proprio come ieri è stato descritto. Ma, in certo qual modo quell’evento, come immagine riflessa, si svolge anche nell’anima di Pietro. La medesima esperienza animica si svolge in Pietro, ma in modo, che mentre in lui essa abbraccia l’intiera sua natura umana, nel Cristo, invece, si svolge in guisa da corrispondere a un dodicesimo dell’insieme dell’umanità, a un dodicesimo, o a un segno zodiacale del complessivo Spirito del Cristo. Lo si deve perciò descrivere in altro modo quando si descrive nei riguardi del Cristo Gesù stesso. E così difatti si deve esporre, quando lo si descrive nel senso del Vangelo di Marco; perchè in questo Vangelo vengono descritti i fatti di maggior rilievo, e viene descritto in special modo ciò che si è svolto nell’anima del Cristo Gesù stesso. Nel Vangelo di Matteo, invece, viene descritto ciò che si riferisce piuttosto all’anima di Pietro, e ciò che il Cristo Gesù può contribuire per la spiegazione di quello che si svolge nell’anima di Pietro. Leggete attentamente il Vangelo di Matteo e vi accorgerete, che in quel Vangelo la descrizione, con parole appositamente aggiuntevi, si riferisce all’aspetto di Pietro. Perchè difatti vengono in quella aggiunte le parole: «Beato sei, tu, Simone Bar-Jona, perchè non la carne e il sangue te lo ha rivelato, ma il Padre mio che è nei Cieli». Insomma, qualcosa che è stato sentito dall’anima del Cristo Gesù, viene sentito anche dall’anima di Pietro. Ma quando l’anima di Pietro sente che il Cristo è il suo Maestro, ciò va interpretato nel senso, che Pietro viene inalzato per un momento allo sperimentare nell’Io superiore, viene soggiogato da ciò che in tal modo sperimenta, e dopo, per così dire, ricade nuovamente indietro. Ma nondimeno gli fu possibile di penetrare fino alla conoscenza, che si svolgeva con altro intento, con altra mèta nell’anima del Cristo. E perchè egli ha avuto questa capacità,, si verifica la trasmissione del potere delle Chiavi di cui è parola nel Vangelo di Matteo, e di cui pure è stato parlato nella spiegazione di quel Vangelo. A sua volta nel Vangelo di Marco abbiamo rilevato fortemente e unicamente quelle parole, che dimostrano, che l’evento – astrazion fatta da ciò che era in Pietro – si svolgeva al contempo, parallelamente, come Monologo di Dio.

Così vanno comprese queste cose. Allora però si sente pure il vero modo come il Cristo Gesù procedeva con i suoi; come li conduce di gradino in gradino, e come dopo che lo spirito di Elia-Giovanni si è trasferito sopra di loro, Egli può condurli più oltre nella comprensione dei segreti spirituali, di quanto prima non potesse. E allora soltanto si sente l’importanza del fatto, che al passo del Vangelo di cui abbiamo parlato alla fine dell’ultima conferenza e che abbiamo chiamato il Monologo del Dio, sta unita la cosiddetta scena della Trasfigurazione o Trasformazione. Questa a sua volta è una composizione drammatica del Vangelo di Marco. Per lumeggiare questa «Trasfigurazione» dobbiamo accennare ad alcuni particolari, che si riconnettono a molte altre notizie necessarie per la comprensione delle descrizioni nei Vangeli. E cominciamo col seguente.

Potete leggere spesso nel Vangelo di Marco e anche negli altri Vangeli che il Cristo Gesù dice, che il Figlio dell’Uomo dovrà patire molto, essere riprovato dai seniori e da’ principi dei sacerdoti, ed essere ucciso per risuscitare tre giorni dopo. Ovunque troverete indicato chiaramente, fino a un determinato punto, che gli Apostoli non possono comprendere dapprima questo modo di dire, del Figlio dell’Uomo sofferente, morente e risuscitato; essi incontrano appunto difficoltà a comprendere questo passo. Perchè ci si presenta questo fatto peculiare? Perchè sorgono per gli apostoli delle difficoltà proprio riguardo alla comprensione dell’effettivo Mistero del Golgotha? Che cosa è dunque questo «Mistero del Golgotha?» Già lo abbiamo spiegato; altro non è che il trarre fuori l’iniziazione dalle profondità dei Misteri e porla sul piano della storia del mondo. Naturalmente vi è una differenza molto importante fra ogni qualsiasi iniziazione e il Mistero del Golgotha. La differenza è la seguente.

Chi era stato iniziato nei Misteri dei varii popoli aveva, in certo qual modo, attraversato le medesime esperienze, aveva sperimentato il dolore, una morte «apparente» – si potrebbe dire – di tre giorni, in cui il suo spirito aveva dimorato al di fuori del suo corpo nei mondi spirituali; il suo spirito era stato poi ricondotto nel proprio corpo, di guisa che lo spirito si poteva ricordare, nel corpo, di ciò che aveva sperimentato nel mondo spirituale e diventare un messaggero dei misteri di esso. Si può dunque dire: un andare alla morte, non già proprio alla morte che distacca lo spirito completamente dal corpo fisico, ma a un distacco soltanto temporaneo, questo è l’iniziazione; un dimorare al di fuori del corpo e un ritornare nel corpo fisico – diventando in tal modo un messaggero dei segreti divini, questa è l’Iniziazione. Essa si effettuava dopo un’accurata preparazione, dopo che il paziente si trovava in condizione di aver densificato le forze dell’anima in sè stesso a tal punto, da poter vivere in questi tre giorni e mezzo senza servirsi degli strumenti del suo corpo fisico. Dopo però questi tre giorni e mezzo, egli doveva tornare a riunirsi al proprio corpo fisico. Sicchè, per così dire, per mezzo dell’ascesa in un mondo superiore – a prescindere dagli eventi storici abituali – egli aveva attraversato queste esperienze.

Il Mistero del Golgotha è stato diverso nella sua essenza interiore, ma analogo nell’apparenza esteriore. Gli eventi che si sono svolti durante la dimora del Cristo nel corpo di Gesù di Nazareth condussero al punto, che ormai effettivamente la morte fisica si verificò per il corpo fisico del Gesù di Nazareth, lo spirito del Cristo dimorò i tre giorni al di fuori del corpo fisico, ma poi ritornò – e ormai non nel corpo fisico, sibbene nel corpo eterico densificato, e densificato in modo, che, i discepoli lo poterono vedere, come vien raccontato nei Vangeli, di guisa che il Cristo poteva andare in giro e poteva diventare visibile anche dopo l’evento del Golgotha. In tal modo dunque l’iniziazione veniva presentata come un evento storico, mentre di solito rimaneva sottratta alla vista esteriore e si compiva nelle profondità dei Misteri; essa veniva esposta come unicissimo evento dinanzi all’intiera umanità. Così l’iniziazione veniva, in certo qual modo, tratta fuori dai Misteri ed effettuata per mezzo del Cristo dinanzi agli occhi di tutti. Ma questo fatto appunto segna la fine dell’antico mondo ed è il principio del tempo nuovo.

Dalla descrizione data dei Profeti avrete visto, che lo spirito del profetismo, e ciò che per mezzo di questo spirito è stato dato al popolo ebreo antico, era diverso dallo spirito dell’iniziazione degli altri popoli. Gli altri popoli avevano delle Guide, che erano degl’iniziati, e che avevano ricevuto l’iniziazione nel modo che sopra è stato descritto. Così non era per il popolo ebreo antico. Per questo popolo non era quistione di iniziazioni, come per gli altri popoli; sibbene, come già è stato detto, di un emergere elementare dello spirito nei corpi di coloro, che sorgevano come «Profeti»; di qualcosa che si affaccia come «Genio della Spiritualità». E perchè così possa essere, vediamo che nei Profeti medii si presentano nel popolo ebreo antico quelle anime, che erano state degl’iniziati nelle loro precedenti incarnazioni presso altri popoli, affinchè ciò che dànno al popolo ebreo antico, possa essere da esse sperimentato come un ricordo di quello che hanno ricevuto nell’iniziazione. Così lo schiudersi della vita spirituale fu diverso nel popolo dell’Antico Testamento, di quel che non fosse negli altri popoli; in questi ultimi si verificava per mezzo dell’azione, per mezzo dell’iniziazione; nel popolo dell’Antico Testamento veniva per mezzo delle doti che si trovavano inoculate in coloro, i quali operavano appunto come Profeti nel popolo. Per mezzo di quest’azione dei suoi Profeti il popolo ebreo antico venne preparato a sperimentare quella peculiare unicissima iniziazione, che non è ormai più l’iniziazione di un uomo, ma è l’iniziazione di un’Individualità cosmica, – se pure in tal caso si possa ancora parlare di iniziazione, perchè effettivamente il termine non sarebbe più esatto. Con tale mezzo il popolo ebreo antico venne preparato ad accogliere ciò che doveva subentrare al posto dell’antica iniziazione; e cioè, il modo giusto di guardare il Mistero del Golgotha. Ma da tale mezzo risultò pure, che gli apostoli appartenenti al popolo dell’Antico Testamento non potevano dapprima affatto comprendere le parole che caratterizzano l’iniziazione. Il Cristo Gesù parla dell’iniziazione e si esprime dicendo: affrettarsi verso la morte, rimanere tre giorni nella tomba, e poi essere risuscitati. Questa è la descrizione dell’iniziazione. Se Egli avesse dato questa descrizione dell’iniziazione ai suoi discepoli in modo diverso, essi lo avrebbero compreso; ma siccome questo modo di parlare non era familiare al popolo dell’Antico Testamento, i Dodici non compresero a tutta prima quel genere di descrizione. Giustamente dunque ci viene indicato, come gli Apostoli siano sorpresi e non sappiano di che Egli parli, quando Egli narra del patire, del morire e del Risorgere del Figlio dell’Uomo. – Tali cose concordano dunque completamente col senso della descrizione storica e dello spirito di ciò che è successo. Quando l’antico iniziato sperimentava la sua iniziazione, succedeva, che mentre si tratteneva al di fuori del proprio corpo, egli dimorava in un mondo superiore, non stava nel mondo dell’esistenza sensibile ordinaria. Egli si trovava unito al di fuori del corpo – si potrebbe dire – con i fatti di un piano superiore. Quando egli ritornava nuovamente nel proprio corpo, che cosa ne era di ciò che aveva sperimentato nel mondo spirituale mentre era libero dal proprio corpo? Ne rimaneva un ricordo. Egli doveva parlare in modo, da poter dire: «mi ricordo, come di solito ci si ricorda di ciò che si è sperimentato uno o due giorni prima, delle mie esperienze in una condizione incorporea». Ed egli ne poteva testimoniare. Essenzialmente non si trattava per gl’iniziati che di questo; essi portavano nella loro anima i segreti dei mondi spirituali così come l’anima umana porta in sè come ricordo le esperienze del passato. E come l’anima è unita con ciò che essa conserva come ricordo, così pure gl’Iniziati portavano in sè i segreti dei mondi spirituali, erano a quelli uniti.

Perchè era così? Era così perchè fino all’epoca del Mistero del Golgotha le anime degli uomini sulla Terra non erano in genere atti a lasciar penetrare i Regni dei Cieli, i mondi supersensibili nell’Io. Esse non potevano arrivare fino al vero Io, non potevano unirsi con l’Io. Soltanto quando l’uomo trascendeva sè stesso intuitivamente o per mezzo della chiaroveggenza, come succedeva negli antichi tempi; o pure si sognava al di fuori di sè stesso, o anche veramente usciva dall’Io per mezzo dell’iniziazione, allora soltanto, egli poteva penetrare nei mondi supersensibili. Ma dentro all’Io non vi era nessuna comprensione, non vi era nessun intendimento per i mondi superiori. Così era una volta. Con tutte le forze che appartengono all’Io, l’uomo, prima del Mistero del Golgotha, non poteva unirsi con i mondi spirituali.

Questo era il segreto che doveva diventare palese agli uomini per mezzo del battesimo di Giovanni, cioè, che ormai era giunto il tempo, in cui i Regni dei Cieli dovevano risplendere fin dentro nell’Io, essi dovevano arrivare fino all’Io, fino all’Io terreno. Veramente sempre era stato con insistenza accennato, attraverso a tutte le epoche, che effettivamente, negli antichi tempi, ciò che l’uomo poteva sperimentare, come elemento animico proprio, non poteva salire nei mondi super-sensibili. Vi era come una disarmonia, negli antichi tempi, fra lo sperimentare della vera patria umana, il mondo spirituale, e ciò che – se si vuol indicare anche l’antico elemento animico come «Io» – si svolgeva nell’interiorità umana. Questa interiorità umana era separata dal mondo spirituale; si poteva unire con quel mondo soltanto in condizioni eccezionali. E se tutta la forza di ciò che doveva divenire poi l’«Io», di ciò che doveva poi dimorare nell’uomo, se tutta la forza, tutti gl’impulsi di questo Io riempivano nondimeno una volta gli uomini – per esempio – per mezzo dell’iniziazione o per mezzo del ricordo di una precedente iniziazione sperimentata in altra incarnazione, – se dunque allora quell’Io, non ancora destinato per la corporeità umana, penetrava dentro con violenza, si spingeva dentro come forza nella corporeità umana, che cosa succedeva allora? A quello che allora succedeva, si è sempre accennato. Quella forza dell’Io che oltrepassa la corporeità umana non trova, nei tempi precristiani, per così dire, posto giusto nell’Io, essa spezza ciò che è destinato all’Io. Quegli uomini, perciò, che portano molto in sè dei mondi supersensibili, che dei mondi supersensibili portano in sè qualcosa, che già nei tempi precristiani ricorda, in certo qual modo, quello che l’Io più tardi dovrà diventare, schiantano con questa Forza dell’Io la loro corporeità, perchè nell’epoca precristiana questa Forza-Io è troppo forte. E a questo viene accennato, per esempio, per delle determinate individualità che hanno nella loro incarnazione questa forza dell’Io; questo Io appunto può dimorare in loro soltanto in quanto il loro corpo, in un modo qualsiasi, sia vulnerato o vulnerabile, o abbia un qualsiasi punto leggermente vulnerabile, che allora viene appunto vulnerato. In quel punto, per qualcosa che l’uomo ha in sè, egli è maggiormente esposto all’ambiente, di quello che non sia nel rimanente della sua corporeità. Basta ricordarsi della vulnerabilità del tallone di Achille, della vulnerabilità di Sigfrido, di Edipo, in cui la forza dell’Io spezza la corporeità. La presenza in tali casi della vulnerabilità, ci indica che soltanto un corpo spezzato è adatto alla grandezza dell’Io, alla forza sovrumana dell’Io che vi sta dentro.

Ciò che effettivamente dovrà essere detto a tal riguardo, potrà forse riuscirci più chiaro, se espresso in modo diverso. Supponiamo che un uomo qualsiasi, nell’epoca precristiana, fosse stato (sia pure incoscientemente) riempito di tutti gl’impulsi, di tutte le forze che dovevano penetrare più tardi nell’Io, e che egli con questa – si può dire – superforza dell’Io – con questa forza sovrumana, si fosse immerso nel proprio corpo; egli avrebbe spezzato questo corpo, e non lo avrebbe più veduto così come esso è, quando l’Io debole, o l’interiorità debole, vi sta dentro. Lo avrebbe veduto diversamente; l’uomo degli antichi tempi, che avesse avuto in sè tutta la forza dell’Io, di guisa da essere potuto uscire dal proprio corpo, avrebbe veduto quest’ultimo quale esso è, cioè, come un corpo infranto, sotto l’influenza del Super-Io; lo avrebbe veduto con innumerevoli ferite, perchè soltanto l’Io debole – o l’interiorità debole – che compenetrava negli antichi tempi il corpo debolmente, poteva rimanere in esso corpo completamente.

Ciò che ora ho detto è stato espresso dai Profeti. Essi a un dipresso hanno detto quanto segue: l’uomo che riunisce in sè tutta la forza dell’egoità, e vede di fronte a sè il corpo umano, vede questo corpo trafitto, ferito, perforato. Perchè la forza superiore dell’Io, che negli antichi tempi ancora non poteva dimorare nell’interiorità umana, perfora, compenetra, trafigge il corpo. È un impulso che scorre perciò attraverso l’evoluzione, attraverso lo sviluppo dell’umanità, ma per causa delle influenze luciferiche e arimaniche non poteva venir dato all’uomo nei tempi precristiani che una minima parte del suo Io, di ciò che l’intiero Io abbraccia. E poichè il corpo non è adatto che per questa quantità minima, e non per l’intiera forza dell’Io, esso non può resistere. E non perchè il fatto si sia verificato nell’epoca precristiana, ma perchè con il Cristo Gesù l’intiero Io è penetrato ad un tratto nella corporeità, perchè l’Io in quel momento vi è penetrato con massima forza, fu necessario che questa corporeità si vedesse non soltanto con una ferita – come è successo a tante individualità dell’umanità, che portavano in sè un: Super-Io – sibbene con cinque ferite, che sono appunto necessarie per causa del protendersi dell’Entità-Cristo – cioè del completo Io dell’uomo – che si pro-tende oltre la forma della corporeità, al di fuori della forma confacente alla corporeità stessa. Per causa di questa esuberanza si dovè, sul piano fisico della storia mondiale alzare la croce, che portava il corpo del Cristo così come diverrebbe il corpo umano, se per un momento tutta la somma dell’umanità, di cui l’uomo ha perduto gran parte per via delle influenze luciferiche e arimaniche, dovesse dimorare in un singolo uomo.

Questo è un Mistero profondo che ci presenta la Scienza Occulta dall’immagine del Golgotha. E chi comprende ciò che è l’umanità e l’uomo, ciò che è l’Io della Terra, quale è il rapporto dell’Io della Terra con la forma umana del corpo, con la forma del corpo umano, sa pure, che la penetrazione completa dell’Io della Terra nel corpo umano non può verificarsi come quella penetrazione normale, che si effettua nell’uomo che si aggira per il mondo; ma quando l’uomo esce dal proprio corpo e guarda sè stesso, può chiedere: «Come dovrebbe essere questo corpo, se l’Io intiero vi penetrasse dentro?» e lo vedrebbe con cinque ferite. La figura della croce sul Golgotha col Cristo e le ferite risulta di per sè dalla natura umana stessa e dall’entità terrestre. Dall’osservazione della natura umana, e da ciò che si può sapere, può risultare il Mistero del Golgotha perfino sotto forma di immagine. Questa è la peculiarità di quel fatto, che vi è una possibilità – non soltanto per mezzo della chiaroveggenza, in cui si palesa naturalmente di vedere come la croce sul Golgotha venga eretta, come la crocifissione si compia, e di guardare la verità di quell’evento storico; ma vi è perfino una possibilità, che per mezzo del Mistero del Golgotha la ragione umana si possa avvicinare a tal punto a quel Mistero, che se l’intelligenza si affina e si acuisce sufficientemente, essa si trasforma in immaginazione, in raffigurazioni, che contengono però ormai la verità; e per mezzo di queste, se si comprende ciò che è il Cristo, e il suo rapporto con la forma del corpo umano, la fantasia umana viene guidata in modo, che l’immagine del Golgotha sorge di per sè stessa. Così, per lo più, gli antichissimi pittori cristiani venivano guidati; essi non erano sempre dei chiaroveggenti, ma per virtù della forza della conoscenza del Mistero del Golgotha venivano spinti fino alla vista dell’immagine del Golgotha, di guisa che la potevano dipingere. Proprio a quel grande punto di svolta dell’evoluzione dell’umanità, dalla chiaroveggenza è venuta all’anima-Io dell’uomo la comprensione per l’entità-Cristo, cioè, per l’Io primordiale dell’uomo. La chiaroveggenza dà all’uomo la possibilità di vedere, al di fuori del corpo, il Mistero del Golgotha.

Per quale ragione?

Quando un rapporto col Mistero del Golgotha sia penetrato nel corpo, deve anche oggi essere possibile di vedere nei mondi superiori quel Mistero, e di scorgere così la completa corroborazione di questo grande punto di svolta dell’evoluzione dell’Umanità. Ma è possibile anche una comprensione di questo Mistero del Golgotha, e le parole che appunto ho detto hanno dovuto dare una possibilità per questa comprensione. Veramente bisogna meditare lungamente, bisogna riflettere lungamente su ciò che è stato detto. E se qualcuno sente, che quello che ora è stato detto è difficile a comprendersi, questo sentimento, veramente, si può dire giustificato; perchè naturalmente è cosa delle più difficili condurre l’anima umana alla completa comprensione di ciò che di più grande, di più elevato e di più importante è avvenuto sulla Terra. – I discepoli in un determinato modo dovevano essere condotti a quella comprensione; e fra coloro che alla loro volta dovevano essere portati gradatamente a una nuova comprensione dell’evoluzione dell’umanità, risultarono più adatti Pietro, Giacomo e Giovanni. È bene esaminare sotto varii aspetti l’importante periodo che si è svolto appunto nell’epoca del Mistero del Golgotha. Tutte le cognizioni che la comprensione umana può apportare possono convergere per far comprendere il fatto di massima importanza che allora si è presentato e che, maturatosi nei secoli precedenti, si è internato completamente nell’epoca del Mistero del Golgotha, e poi lentamente è andato preparando e regolando l’ulteriore evoluzione dell’umanità. Questo fatto si è presentato in diversi punti della Terra. Possiamo seguire le cose, non soltanto in Palestina, dove l’evento stesso del Golgotha si è verificato, ma possiamo seguirle, se procediamo in modo giusto, anche in altri punti della Terra, sebbene in questi l’evento del Golgotha non si sia svolto. Ma il discendere e il risalire dell’umanità, il sollevarsi dell’umanità per mezzo delle influenze del Mistero del Golgotha che si estende sul mondo occidentale, può da noi essere seguito. E sopratutto possiamo seguire il discendere dell’umanità, ed è interessante il modo, come si può seguire questa discesa.

Prendiamo di nuovo il suolo greco, e osserviamo un mezzo millennio prima che l’evento del Golgotha si effettuasse, come gli avvenimenti vi si svolgessero. L’Oriente, dove il Krishna si è presentato, precorreva in un determinato modo i tempi. L’Oriente precorreva, per così dire, l’epoca del tramonto dell’antica chiaroveggenza. Vi è qualcosa di peculiare in questa cultura, per esempio, dell’India. Mentre nell’epoca immediatamente postatlantea è sorta nell’India la prima, grande fioritura postatlantea di civiltà, e in, purissimo modo – per l’anima umana in purissimo modo – gli uomini ancora potevano guardare nel mondo spirituale, nondimeno la vera chiaroveggenza nell’India già era spenta alla fine della terza epoca. La visione chiaroveggente si unì però nei Riscis alla meravigliosa possibilità di descrivere ciò che era stato visto, di guisa che potè influire sulle epoche seguenti e poi sparì, ma venne conservata per i tempi seguenti in rivelazioni importanti, quale è la rivelazione di Krishna. Per mezzo di Krishna, dunque, e dei suoi discepoli, i fatti che si potevano vedere venivano tradotti in modo mirabile in parole, e conservati, di guisa che si aveva per iscritto ciò che prima era stato veduto. Nel mondo indiano non si è mai presentato ciò che si è verificato nell’occidente, per esempio, in Grecia. Se osserviamo bene l’India possiamo dire: l’antica chiaroveggenza si estingue: perciò con parole mirabili coloro, fra i quali più importanti è Krishna, registrano ciò che una volta è stato veduto; sicchè ora sta contenuto nella Parola, nel Veda; e chi approfondisce la Parola, sperimenta nella propria anima l’eco di quelle visioni. Ma nelle anime indiane non nasce quello che, per esempio, è nato in Socrate, o in altri filosofi, quello che si può chiamare: «l’intelligenza occidentale, il discernimento occidentale». Quello a cui alludiamo essenzialmente oggidì quando parliamo della forza originale dell’Io, non si è mai presentato in India. Invece, quando l’antica chiaroveggenza era spenta, si è fatta sentire la tendenza verso lo Yoga, verso l’ascesa disciplinata nei mondi, che per via naturale erano andati perduti. E lo Yoga diventa una chiaroveggenza arteficiosa e, in ultima analisi, al posto dell’antica chiaroveggenza subentra subito la filosofia Yoga, senza che fra le due, come per esempio in Grecia, si presenti una filosofia puramente razionale. Nell’India ciò non succede, questa fase intermedia non vi si è affatto espressa. E se prendiamo la filosofia Vedanta di Viasa, possiamo dire: In essa non sono impresse le concezioni occidentali del mondo, pervase di idee, pervase di raziocinio; essa, in certo qual modo, è stata tratta dai mondi superiori, ma tradotta in parole umane. Questa è la sua peculiarità: non è acquistata con concetti umani, non è meditata, come l’elemento socratico e platonico, – sibbene è veduta chiaroveggente-mente.

È difficile rendersi completamente conto di queste cose, ma anche oggi vi è una possibilità di sperimentare questa differenza. Prendete un libro di filosofia qualsiasi, una descrizione qualsiasi di un sistema filosofico della filosofia occidentale. Ciò che oggi si può sul serio chiamare filosofia, generalmente come è stata acquistata? Se osservate gli studii di un uomo degno di essere chiamato «filosofo serio», potrete vedere come questi sistemi siano stati conseguiti per mezzo di uno sforzo del raziocinio logico, del pensiero logico. Tutto ciò si è andato formando a mano a mano. E coloro che in questo modo fanno della filosofia non possono effettivamente comprendere, che quello che di concetto in concetto essi vanno intessendo possa, sotto un determinato aspetto, essere veduto anche chiaroveggentemente, che possa presentarsi a noi chiaroveggentemente. Questa è la ragione per cui è così difficile farsi intendere, quando – si potrebbe dire – si abbracciano con lo sguardo chiaroveggente di un colpo certi filosofemi, i quali di solito vengono imbastiti d’idea in idea col «sudore della fronte», mentre invece al chiaroveggente non occorre seguire i singoli gradini del pensiero. I concetti della filosofia Vedanta sono, in certo qual modo, appunto concetti veduti chiaroveggentemente. Essi non sono stati conseguiti col sudore della fronte, secondo l’esempio dei filosofi europei, ma sono stati portati giù chiaroveggentemente, sono appunto gli ultimi residui, quei residui dell’antica chiaroveggenza, che si palesano diluiti nei concetti astratti – o pure sono i primi concetti, le prime, ancora tenui conquiste del mondo supersensibile, acquistate con Yoga.

Gli uomini che abitavano nell’occidente hanno però avuto esperienze differenti. In occidente; si vedono vicende interiori dell’evoluzione dell’umanità meravigliose e importanti. Osserviamo uno strano filosofo del sesto secolo precristiano: Ferecide da Siro. Uno strano filosofo! Un filosofo, che i filosofi odierni non riconoscono come filosofo. Vi sono dei libri oggidì di filosofia, che dicono effettivamente così. Cito testualmente alcune parole: «veramente queste non sono che descrizioni fanciullesche, simboli puerili»; vi è un tale che le chiama «puerili e geniali», egli si crede di gran lunga superiore a quell’antico filosofo. Dunque un mezzo millennio prima dell’èra cristiana sorge a Siro un mirabile pensatore. Indubbiamente egli espone diversamente dagli altri filosofi, ai quali poi è stato dato il nome di «filosofi». Ferecide da Siro dice, per esempio: «A base di ciò che si vede nel mondo vi è un ternario: Crono, Zeus e Chthon. Da Crono emanano gli elementi aerei, ignei, e acquei, e a tutto ciò che emana da queste tre forze viene ad opporsi una specie di Entità Serpente, Ophioneus». Tutto ciò che egli descrive, purchè si segua la sua descrizione senza chiaroveggenza, ma dotati di alcunchè di fantasia, lo si può vedere dinanzi a sè: Crono, non soltanto come il tempo astratto fluente, sibbene come entità, come vera entità visibilmente formata; così pure Zeus, l’etere infinito, si vede come entità universale in sè animata: Chthon – ciò per mezzo del quale quello che era celeste diventa terrestre, ciò che contrae nel pianeta Terra i contessimenti distesi nello spazio, per procurare un’esistenza terrestre; tutto ciò svolgentesi sulla Terra – immischiatavi poi, come elemento avverso, una specie di entità serpente. Se si vuol comprendere quello che il mirabile Ferecide da Siro descrive, bisogna ricorrere all’indagine spirituale, perchè egli è un ultimo ritardatario dell’antica chiaroveggenza. Egli vede le cause dietro al mondo sensibile e descrive queste cause con le sue capacità chiaroveggenti – e perciò non piace affatto a coloro che non maneggiano che concetti. Egli vede la vivente operosità degli Dei buoni e l’intromissione delle Forze nemiche, che descrive come si vedono chiaroveggentemente. Egli vede come da Crono, dal tempo reale, nascono gli elementi. In questo filosofo, Ferecide da Siro, abbiamo dunque un uomo, un’anima, che ancora può guardare nel mondo che si schiude alla coscienza chiaroveggente, ed egli descrive quel mondo – la sua descrizione si può seguire. Lo si trova nel mondo occidentale, nel sesto secolo prima dell’èra cristiana. Talete, Anassimene, Anassimandro, Eraclito, che sono quasi suoi contemporanei, si presentano diversamente. Si tratta, in questo caso, proprio di due mondi che s’incontrano. Ma come si palesano le loro anime? È spenta, è paralizzata in loro l’antica chiaroveggenza; tutt’al più ancora hanno aspirazione verso quei mondi spirituali. E che cosa sperimentano essi invece del residuo dell’antica visione che ancora vi era nel Saggio da Siro, per cui egli ancora guardava le cause nel mondo elementare? Questo, per loro, già è chiuso; essi non possono più guardarvi dentro. È proprio come se quel mondo si volesse chiudere del tutto, ma ancora rimanesse a metà socchiuso per loro, per poi sottrarsi nuovamente, di guisa che dei concetti astratti, che appartengono all’Io, prendono il posto dell’antica chiaroveggenza. Così appare ciò che succede in quelle anime. Questa è una condizione psichica molto strana nelle anime occidentali; è quella condizione psichica che tende ad elaborare l’intelletto, il discernimento che deve appunto essere la caratteristica dell’Io. Nelle singole anime la si può vedere; per esempio, in Eraclito, quando con un ultimo volo – si potrebbe dire – di vera visione chiaroveggente descrive il fuoco vivente e vibrante come causa di tutte le cose; – Talete descrive così l’acqua, ma non l’acqua fisico-sensibile; come pure Eraclito non intende parlare del fuoco fisico-sensibile; si tratta sempre di qualcosa del mondo elementare, che essi ancora vedono a metà, e che per metà si sottrae alla loro vista, sicchè essi sono costretti a darne dei concetti astratti. Possiamo guardare dentro a quelle anime, e allora si comprende, come ancora ai nostri tempi possa in parte risuonare la eco del loro atteggiamento psichico. Occorrerebbe che i nostri contemporanei non leggessero superficialmente, ma dedicassero maggior riflessione a queste cose: un pensiero è stato espresso da Nietzsche, che potrebbe impressionarci e commuoverci profondamente, ma che oggidì passa inosservato. Questo pensiero si trova nello scritto postumo: «La filosofia nell’epoca tragica dei Greci», in cui egli descrive Talete, Anassimene, Anassimandro, Eraclito ed Empedocle. Proprio al principio di questa descrizione vi è un punto – occorre che si senta – in cui Nietzsche ha sentito in sè qualcosa di ciò che era stato sperimentato nelle anime di questi primi pensatori solitari Greci. Leggete ciò che dice Nietzsche: «Quale poteva essere lo stato delle anime di queste figure di eroi, i quali dovevano trovare un passaggio, dall’epoca della visione vivente (di cui egli niente sapeva, ma la intuiva), allorchè l’antica vitalità venne spenta nelle anime dai concetti astratti, aridi e vuoti, in cui il concetto dell’essere, il concetto vuoto, arido, astratto e gelido dell’essere prese il posto della completa vitalità della coscienza chiaroveggente?» E Nietzsche sente: «È come se il sangue ci si agghiacciasse, quando in Talete e in Eraclito si passa dal mondo della vitalità nel mondo dei concetti, quando questa gente espone dei concetti di «Essere» e di «Divenire», di guisa che ci si sente trasferiti dal caldo Divenire nella regione glaciale dei «concetti!»

Bisogna sentirsi trasferiti nell’epoca in cui si trovavano questi uomini, bisogna sentire come essi vi si trovavano all’avvicinarsi del Mistero del Golgotha, bisogna penetrare in loro in guisa da sentire che ancora risuona in loro una oscura eco degli antichi tempi, ma che nondimeno si trovano lì in modo, che devono contentarsi della facoltà intellettiva astratta che risiede nell’Io umano e che prima non occorreva affatto che vi fosse. E mentre nei tempi che seguirono, il mondo dei concetti andò diventando sempre più ricco, nei primi tempi del suo inizio invece, i filosofi greci non potevano comprendere che i concetti più semplici. Quanto non si tormentano essi con le idee sull’astratto «essere!» soprattutto i filosofi della scuola eleatica! Così si sono andate preparando le vere capacità astratte dell’Io. Raffiguriamoci ora una cotale anima in occidente, preparata a questa missione dell’occidente; e che porti in sè una forte eco dell’antica chiaroveggenza. Nell’India questi residui dell’antica chiaroveggenza si erano spenti da lungo tempo; nell’occidente ancora ve ne erano. L’anima tende a seguirli, ma la coscienza non può. Una disposizione psichica come quella del Buddhismo non poteva sorgere in quelle anime. Una disposizione psichica buddhistica avrebbe detto: «ci troviamo collocati nel mondo del dolore, dunque liberiamocene!» No, le anime occidentali volevano comprendere ciò che stava dinanzi a loro. In ciò che stava dietro, esse non potevano penetrare; nel mondo dinanzi a loro trovavano soltanto i freddi concetti unilaterali. Rappresentiamoci un’anima come quella di Ferecide da Siro; egli è stato l’ultimo capace di vedere ciò che vi è dentro il mondo elementare. Rappresentiamoci però una delle altre anime: essa non può vedere come gli elementi nascano viventi da Crono; non può vedere che l’Essere Serpente Ophioneus comincia a lottare con gli Dei superiori. Ma in immagine, essa si accerta che vi è qualcosa che esercita un’azione nel sensibile. Essa non penetra fino alla vista di Crono, ma vede l’impronta di lui, quale si svolge nel mondo sensibile: il fuoco, l’acqua, l’aria e la terra. Essa non vede come gli Dei superiori vengano combattuti dagli inferiori, e come il Dio Serpente Lucifero si ribelli, ma vede dominare disarmonia e armonia, amicizia e inimicizia. Vede l’amore e l’odio come concetti astratti, – il fuoco, l’acqua, l’aria e la terra, come elementi astratti. Essa vede ciò che ancora penetra nell’anima; ma quello che nei tempi antichi gli uomini potevano vedere, le rimane nascosto. –

Rappresentiamoci una tale anima, che si trova ancora completamente nella spiritualità vivente dei passati tempi, ma che non può più guardarvi dentro; essa può soltanto abbracciarne l’aspetto esteriore; dinanzi a lei rimane chiuso – per causa della sua speciale missione – ciò che prima ha deliziato gli uomini, d’altra parte essa non riceve, dal nuovo mondo dell’Io, che un paio di concetti, ai quali deve attenersi; così era l’anima di Empedocle. Così si presenta a noi l’anima di Empedocle, se vogliamo comprenderne l’intima interiorità. Empedocle è quasi contemporaneo del Saggio di Siro, egli è venuto appena due terzi di secolo più tardi, ma la sua anima è costituita in modo completamente diverso. Essa doveva compiere il passaggio del Rubicone dall’antica chiaroveggenza ai concetti astratti dell’lo. In questo caso vediamo come due mondi si cozzino, vediamo l’Io che albeggia e segue il suo compimento. Vediamo così le anime degli antichi filosofi greci, le prime destinate ad accogliere ciò che ora si chiama la ragione, la logica; vediamo queste anime svuotate delle antiche rivelazioni. In esse doveva venir versato il nuovo Impulso, che è l’Impulso del Golgotha.

Così erano costituite le anime, quando è sorto questo Impulso; ma per comprenderlo dovevano aspirare ardentemente a un nuovo contenuto. Nel pensiero indiano non vi è quasi nessuna transizione che ci permetta di capire ciò che abbiamo nei solitari pensatori greci. Perciò la filosofia indiana, che è passata subito alla dottrina dello Yoga, non offre possibilità di trovare il passaggio al Mistero del Golgotha. La filosofia greca è preparata in modo, che essa brama il Mistero del Golgotha. Osservate la «Gnosi», la sua filosofia richiede il Mistero del Golgotha. Sul suolo greco nasce «la filosofia del Mistero del Golgotha», perchè le migliori anime greche anelavano ad accoglier l’Impulso del Golgotha. Bisogna aver buona volontà per comprendere ciò che si è verificato nell’evoluzione dell’umanità: si vorrebbe dire: si sente qualcosa che si potrebbe quasi chiamare un appello e un contrappello sul suolo della Terra. In Grecia e più oltre in Sicilia vediamo delle anime siffatte, fra le quali Empedocle emerge in particolari modo, e udiamo da esse un appello meraviglioso. Come ce lo possiamo caratterizzare? come parlano tali anime? A un dipresso così. Guardiamo dentro all’anima di Empedocle «Conosco per via storica l’Iniziazione: so dalla storia che per mezzo dell’iniziazione i mondi supersensibili penetravano nell’anima umana. Ma ora è venuta un’altra epoca. L’iniziazione non può più essere data direttamente; l’anima umana è entrata in un altro stadio. Ci occorre un nuovo impulso che penetri nell’Io. Dove sei, oh impulso, capace di prendere il posto dell’antica iniziazione che non possiamo più sperimentare, e di palesare al nuovo Io quel medesimo segreto che l’antica chiaroveggenza conteneva?» E a questo risponde l’appello che viene dal Golgotha «mi è stato permesso, mentre mi conformavo alla volontà degli Dei e non a quella degli uomini, di prendere i segreti dei misteri, e di esporli dinanzi all’intera umanità, perchè all’intiera umanità fosse palese ciò che stava di solito nelle profondità dei misteri!»

Una domanda del mondo occidentale per una nuova soluzione dell’enimma dell’Universo – così ci appare ciò che, per esempio, è nato nel Sud dell’Europa, nelle anime greche. E come una risposta – la quale però non può essere compresa che dall’Occidente – ci appare il grande Monologo del Dio, di cui abbiamo parlato alla fine dell’ultima conferenza e di cui parleremo più oltre nella prossima.

8°I segreti più profondi del mistero del Golgota. Il significato occulto delle espressioni “sul monte”, “sul mare”, “in casa”. La scena della trasfigurazione.

Basilea, 22 Settembre 1912

Sappiamo che nel Vangelo di Marco, al grande Monologo storico mondiale più sopra caratterizzato, fa seguito la cosidetta Glorificazione, o scena della Trasfigurazione. Già spesso ho indicato, che per i tre discepoli, che il Cristo conduce seco alla «Montagna» sulla quale si verifica questa scena della Trasfigurazione, si tratta di una specie di iniziazione di ordine superiore. Essi devono, per così dire, penetrare in quel momento ancora più profondamente nei segreti, che successivamente vengono loro trasmessi per la guida e la direzione dell’umanità. Sappiamo che questa scena – ciò risulta già da molte delle passate spiegazioni – contiene una serie di arcani. I Vangeli e gli altri scritti occulti del passato già ci hanno indicato, che si tratta di qualcosa di arcano, quando si parla della «Montagna». La montagna, come tale, quando si tratta di un argomento occulto, significa sempre che coloro che vi vengono condotti sono guidati a determinati segreti dell’esistenza. Nel Vangelo di Marco questo si sente con special forza per una particolare ragione, che risulta chiaramente da una lettura giusta del Vangelo. Occorre appunto leggerlo correttamente. Esaminate il terzo Capitolo di Marco dal 7° al 23° e 24° versetto – anzi, basterebbe leggere veramente soltanto fino al 22° versetto; se si legge con sensibilità di comprensione, vi è una cosa che ci colpirà. Già spesso è stato rilevato, che l’espressione «guidare alla montagna», «condurre alla montagna» ha un significato occulto. Ma nel capitolo citato troviamo tre indicazioni; non vi si trova soltanto l’espressione: «guidare alla montagna», ma se esaminiamo più esattamente i tre paragrafi sopra citati del Vangelo di Marco, sentiamo dapprima (versetto 7): «E Gesù si appartò coi suoi discepoli verso il mare» ecc.; veniamo dunque condotti anzitutto a una scena al mare. Poi nel l3° versetto sta detto: «E salito sopra un monte chiamò a sè quelli che egli volle». E in terzo luogo ci vien detto nei versetti 20-21: «E andarono in casa; e si radunarono di bel nuovo le turbe, dimodocchè non potevano nemmeno prendere cibo. E avendo saputo tali cose i suoi, andarono per pigliarlo; imperocchè dicevano: Ha dato in pazzia». Tre località ci vengono indicate: il mare, il monte e la casa. Come si tratta sempre di un rapporto occulto importante quando vien parlato di un «monte», così pure quando vien parlato del «mare» e della «casa». Quando negli scritti occulti sta detto, che «sono condotti al mare» o pure «condotti a casa», vi è sempre riferimento a un significato occulto.

E una determinata circostanza vi permette di costatare che i Vangeli vanno interpretati a quel modo. Ricordatevi, che non soltanto nel Vangelo di Marco, ma in generale in tutti i Vangeli vi è una speciale rivelazione, una speciale manifestazione, che viene collegata appunto col «mare»: difatti, quando i discepoli stanno navigando e il Cristo appare, essi credono dapprima che sia un fantasma; dopo soltanto, si accorgono che è realmente Lui che si sta avvicinando. E anche altrove potete verificare nei Vangeli, che spesso vien parlato di un evento che si verifica al mare, o per mezzo del mare. Sul «monte» Cristo nomina per la prima volta i Dodici, cioè egli partecipa loro la missione occulta. Si tratta qui di un’educazione occulta. La trasfigurazione occulta si verifica pure sul monte. A «casa» i Suoi dichiararono «che egli ha dato in piazza». Questo è il terzo fatto – tutti e tre sono della più grande importanza.

Se vogliamo comprendere ciò che significa «al mare» in tale rapporto, dobbiamo ricordarci di qualcosa, che già spesso è stato spiegato. Abbiamo narrato come il nostro periodo terrestre postatlanteo sia stato preceduto dall’epoca cosiddetta atlantea, in cui l’aria ancora era compenetrata di dense masse nebbiose, di guisa che, vivendo gli uomini allora in condizioni fisiche diverse, in conseguenza del loro modo di vedere, anche la vita animica loro era diversa; nell’epoca atlantea essi possedevano ancora l’antica chiaroveggenza. La quale però era collegata al genere completamente diverso di esistenza del corpo fisico, per il fatto che questo si trovava adagiato nelle masse nebbiose. È rimasto nell’umanità un residuo di questo antico retaggio. Nell’epoca postatlantea, se per una ragione qualsiasi qualcuno veniva a trovarsi in condizioni occulte, se si avvicinava a dei rapporti occulti, come si è verificato per i discepoli di Gesù, egli diventava più sensibile, più intimamente sensibile all’ambiente, alle condizioni della natura. Si potrebbe dire: con la solidità dei rapporti che nell’attuale epoca postatlantea gli uomini hanno con la natura, non occorre tanto tener conto del fatto, che l’uomo navighi sul mare, o si trattenga sulla costa, o pure salga sulla montagna (vedremo subito dopo ciò che questo significa) o se ne stia a casa. Il modo come gli occhi vedono, come la mente pensa, non dipende gran che dal posto dove l’uomo si trova. Ma quando la visione comincia ad affinarsi, quando si sale nelle condizioni spirituali del mondo, allora l’essere umano comune si palesa come grossolano. Se l’uomo, nei tempi in cui comincia la coscienza chiaroveggente, naviga sul mare, dove le condizioni sono affatto diverse, o anche se vive sulla costa, la coscienza chiaroveggente è disposta a qualcosa di affatto diverso che non sulla pianura. Sulla pianura occorre, per così dire, grande sforzo per sviluppare le forze chiaroveggenti. Il mare facilita la manifestazione delle forze chiaroveggenti, ma soltanto di quelle forze, che si riferiscono a qualcosa di ben determinato, non alle altre. Perchè a sua volta vi è una differenza, a seconda che la coscienza chiaroveggente esplichi la sua attività in pianura, o sul monte. La coscienza chiaroveggente sensitiva è disposta a sua volta sulle alture a qualcosa di diverso, che non sulla pianura. E ciò che risulta dalla disposizione della coscienza chiaroveggente, a seconda che essa si esplichi al mare o sopra il monte, è qualcosa di completamente diverso. Al mare (questo può naturalmente verificarsi anche in città, ma soltanto con possenti forze – quello che ora vien detto vale, in special modo, per ciò che si verifica più o meno spontaneamente) vicino all’acqua, nelle masse nebbiose, la coscienza chiaroveggente è particolarmente disposta a sentire immaginazioni, a sentire tutto ciò che è immaginativo e ad applicare ciò che già ha raggiunto. Sui monti, nell’aria rarefatta, in condizioni diverse di ripartizione dell’ossigeno e dell’azoto, la coscienza chiaroveggente è più disposta a sperimentare delle ispirazioni, a lasciar sorgere del nuovo nelle forze chiaroveggenti. Perciò l’espressione «salire sul monte» non va intesa soltanto simbolicamente, perchè le condizioni della montagna favoriscono nell’uomo la possibilità di formare nuove forze occulte. E l’espressione «andare al mare» non va intesa soltanto simbolicamente, ma è stata scelta appositamente, perchè trovarsi in contatto col mare favorisce la visione occulta, favorisce l’uso delle forze occulte. E maggior difficoltà incontrano le forze occulte quando l’uomo è nella propria casa –    
che vi si trovi solo o con parenti. Perchè mentre di un uomo che ha abitato lungo tempo al mare è relativamente facile – se tutto concorda –    
di credere che egli abbia delle immaginazioni attraverso il velo della corporeità, ed è più facile, riguardo a un uomo che vive sui monti, di credere che egli si elevi, invece, di un uomo che sta a casa, si ha solo il senso, che egli sia fuori del proprio corpo, che egli abbia dato in pazzia. Egli può nondimeno sviluppare le forze occulte, ma ciò non armonizza altrettanto con l’ambiente, non sembra così naturale in quell’ambiente come negli altri casi, quando si trova al mare o sui monti. Perciò è di profonda importanza, che in conformità completa con le condizioni occulte della Natura, il Vangelo si attenga strettamente a ciò che ora è stato descritto; il Vangelo difatti osserva completamente questo significato occulto. Di guisa che vedremo sempre, che quando vengono sviluppate forze curative o veggenti s’intende che vengono applicate forze ben determinate, e che può anche trattarsi di forze che già esistono, quando sta detto, che un evento si verifica al lago. Perciò il Cristo Gesù apparisce ai Suoi sul lago, ma essi prendono parte reale all’intero evento, perchè Egli si può esteriorizzare. I discepoli lo vedono, eppure Egli non sta dinanzi a loro col corpo fisico. Ma siccome la differenza di località non significa niente in un evento siffatto, Egli è al contempo «con loro» sul lago. E per questa ragione là, dove si tratta di un progredire dell’evoluzione delle forze animiche degli Apostoli, vien parlato del «monte», e perciò anche per la nomina dei Dodici, quando il Cristo destina, per così dire, le loro anime ad accogliere lo spirito collettivo di Elia, vien parlato del monte. E quando il Cristo vuol palesarsi in tutto il suo aspetto storico mondiale e cosmico vien parlato di nuovo del monte. La Trasfigurazione si verifica pure sul monte.

Da questo punto di vista appunto dobbiamo ora esaminare la scena della Trasfigurazione. Si dimostrano capaci di essere condotti negli arcani più profondi del Mistero del Golgotha i tre discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni. E agli occhi chiaroveggenti che si sono aperti in questi tre discepoli appariscono trasfigurati, cioè, nella loro essenza spirituale – Elia da una parte, Mosè dall’altra, il Cristo Gesù stesso nel mezzo, ma ormai con figura tale (questo viene indicato nel Vangelo per via d’immagine), che per mezzo di essa Egli può essere riconosciuto nella sua essenza spirituale. A questo si accenna sufficientemente anche nel Vangelo di Marco: «E alla loro presenza si trasfigurò. E le sue vesti diventarono risplendenti soprammodo candide come la neve, tal che nessun tintore della Terra saprebbe farle così candide. E apparvero loro Elia e Mosè, i quali stavano a discorrere con Gesù». (Marco 9, 1-3). Dunque dopo il grande Monologo del Dio, abbiamo un colloquio a tre! Lo svolgimento è mirabilmente drammatico. I Vangeli sono pieni di siffatte combinazioni artistiche; questi Vangeli sono veramente stati composti con arte grandiosa. Dopo che ci è stato comunicato il Monologo di un Dio viene un colloquio a tre. E quale colloquio! Anzitutto vediamo ai due lati del Cristo-Gesù Elia e Mosè. Che cosa ci viene indicato con Elia e Mosè?

La figura di Mosè vi è già sufficientemente nota, anche dal suo aspetto occulto, che già spesso è stato lumeggiato. Sappiamo, che dalla sapienza storica universale è stato determinato, che il passaggio dai tempi primordiali all’epoca del Mistero del Golgotha si verificasse per il tramite indiretto di Mosè. Sappiamo dalle considerazioni fatte sul Vangelo di Luca, che in quella figura di Gesù, di cui parla in special modo il Vangelo di Matteo, precisamente nel bambino «Gesù», si deve vedere Zarathustra rincarnato. Sappiamo però pure, che questo Zarathustra – riguardo a ciò che vi era con lui, e in lui – provvedeva alla preparazione di questa sua futura ricomparsa. Già spesso ho spiegato, come il corpo eterico di Zarathustra, per mezzo di processi occulti speciali, sia stato da lui ceduto e trasferito a Mosè, di guisa che in Mosè hanno agito le forze del corpo eterico di Zarathustra. Così dunque, essendo stati Elia e Mosè posti accanto al Cristo Gesù, abbiamo in Mosè le forze, che dalle forme primordiali della cultura conducono a ciò che doveva venir dato all’umanità nel Cristo Gesù e nel Mistero del Golgotha. Ma anche in altra forma Mosè ci rappresenta una figura di transizione. Sappiamo che Mosè non soltanto aveva in sè il corpo eterico di Zarathustra, per mezzo del quale portava in sè la saggezza di Zarathustra la quale potè poi palesarsi in lui; ma sappiamo che egli, in un certo modo, venne anche iniziato nei segreti arcani degli altri popoli. L’incontro di Mosè con il prete madianitico Jethro va considerato come una speciale scena d’iniziazione; e ne abbiamo già parlato. Essa si trova nell’Antico Testamento. In essa è chiaramente indicato, come Mosè si rechi da questo prete solitario e impari a conoscere, non soltanto i segreti d’iniziazione del Giudaismo, ma anche quelli degli altri popoli, e li introduca nella propria entità, la quale ha sperimentato anche un particolare rafforzamento, per il fatto di portare in sè il corpo eterico di Zarathustra. Per mezzo dunque di Mosè sono penetrati nel popolo ebreo i segreti dell’iniziazione dell’intiero mondo circostante, di guisa che, in certo qual modo, egli ha preparato sopra un gradino inferiore ciò che doveva succedere per mezzo del Cristo Gesù. Questa era una delle correnti che doveva condurre al Mistero del Golgotha. L’altra era quella che, come già è stato detto, proveniva da ciò che ormai viveva naturalmente nel popolo ebreo, come popolo. Mosè è stato colui che, per quanto era possibile ai suoi tempi, ha fatto sì, che nella corrente che scorreva attraverso le generazioni di Abraham, Isacco e Giacobbe confluisse tutto ciò che era nel mondo. Ma tuttavia doveva sempre rimanere conservato ciò che era così strettamente collegato alla natura del popolo ebreo antico. A che cosa era destinato questo popolo? A formare la preparazione per quel tempo, che abbiamo cercato di rievocare dinanzi all’anima nostra quando, per esempio, abbiamo parlato del grecismo e anche di Empedocle. In quel modo abbiamo indicato l’epoca, in cui all’uomo sfuggono le antiche capacità chiaroveggenti, e va perduta la vista del mondo spirituale; l’epoca, in cui si presenta la facoltà del discernimento, che è propria dell’Io, ed emerge l’Io, che poggia su sè stesso. Il popolo ebreo era destinato a portare a questo Io ciò che per l’entità naturale dell’uomo può ad esso essere portato, per mezzo dell’organizzazione del sangue dell’uomo. In questo popolo si doveva semplicemente esplicare ciò che si può esplicare per mezzo dell’organizzazione fisica dell’essere umano. L’intellettualità è legata all’organizzazione fisica dell’uomo. Dall’organizzazione fisica del popolo ebreo antico doveva venir preso ciò che poteva appunto alimentare le capacità dell’uomo legate all’intellettualità. Gli altri popoli dovevano, per così dire, far risplendere nell’organizzazione terrestre ciò che poteva penetrar dentro per mezzo dell’iniziazione, dunque, dal di fuori. Ciò che poteva sorgere per mezzo della natura umana stessa dal legame del sangue, doveva sorgere dal legame del sangue del popolo Ebreo antico. Questa è la ragione per cui viene tanto insistito sul fatto, che il rapporto del sangue è continuo e che ognuno porta in sè le capacità che scorrono nel sangue fin da Abraham, Isacco e Giacobbe. Dovevano venir conferiti al sangue del popolo ebreo antico gli organi adatti, e ciò poteva succedere soltanto per via di eredità. Già altre volte ho spiegato il significato che si deve dare nell’Antico Testamento al sacrificio, e all’arresto del sacrificio che di Isacco, Abraham stava facendo; ho spiegato che questo popolo era appunto destinato dalla Divinità per essere dato all’umanità e che con esso il recipiente esteriore fisico per l’Io viene dato all’umanità. Che questo recipiente fisico sia stato dato con il popolo ebreo antico all’umanità da Dio viene indicato dal fatto, che Abraham vuole sacrificare suo figlio. Con Isacco però Abraham avrebbe sacrificato quella organizzazione, la quale doveva dare all’umanità il fondamento fisico per l’intellettualità e con questa per l’Io. Isacco gli viene perciò restituito e con lui gli viene restituita l’intiera organizzazione come dono da Dio. Questo è l’aspetto grandioso di questa restituzione di Isacco. Ma con ciò è anche indicato, che da quella parte vi è la corrente spirituale, di cui, nella scena della Trasfigurazione, Mosè è l’immagine.

Tutto ciò che deve affluire all’evento del Mistero del Golgotha, per mezzo dello strumento del popolo ebreo, ci viene raffigurato in Elia. Viene così fedelmente riferito, come l’assieme della rivelazione divina che vive nel popolo ebreo si unisca con ciò che succede per mezzo del Mistero del Golgotha. Nel 4° libro di Mosè, al 25° capitolo, sta descritto come Israele sia stato traviato all’idolatria, ma salvato poi da un uomo. Per la fermezza di un uomo succede che gl’Israeliti, il popolo ebreo antico, non vengano allora completamente spinti nell’idolatria. Chi è quest’uomo? È colui di cui ci viene narrato in questo 4° libro di Mosè, che egli aveva la forza di presentarsi a questo popolo ebreo antico minacciato di cadere nell’idolatria dei popoli che lo circondavano, e che egli aveva la forza di far le veci di quel Dio, che è stato rivelato da Mosè. Era un’anima forte. Questo fatto, di far le veci del suo Dio, viene abitualmente tradotto con il termine «zelo»; questo termine non è inteso in senso cattivo, sibbene significa semplicemente «agire con forza». Leggiamo nel 4° libro di Mosè (Numeri) 25, 10-12: «e il Signore disse a Mosè Phinees, figliuolo di Eleazar, figliuolo di Aronne sommo Sacerdote, ha rimosso l’ira mia dai figliuoli d’Israele, perchè egli si è investito del mio zelo contro di essi, affinchè io stesso con lo zelo mio non isterminassi i figliuoli d’Israele. Per questo tu gli dirai: che io già gli dò la pace di mia alleanza». Così parlò Jahve a Mosè. Questo passo, anche secondo l’insegnamento occulto ebraico antico, va considerato come straordinariamente importante, e la ricerca occulta moderna conferma questo fatto. Sappiamo che da Aronne discende la serie di coloro, che rappresentano l’alto sacerdozio dell’antico Israele, nei quali perciò continua a vivere l’essenza di ciò che è stato dato all’umanità per mezzo del popolo ebreo. In quanto all’allusione storica riferita in quel passo, l’insegnamento occulto ebreo antico e la ricerca occulta più recente accennano trattarsi niente meno che del fatto, che Jahve comunica a Mosè di voler dare al popolo ebreo antico, in Phinees, figlio di Eleazar, figlio di Aronne, dunque nipote di Aronne, un sacerdote speciale, che lo costituisce e che con lui è unito. E questo insegnamento occulto e la ricerca occulta più recente dicono, che nel corpo di Phinees viveva la medesima anima, che è esistita più tardi in Elia. Abbiamo così una linea continua, che del resto in parte già è stata da noi indicata. Nel nipote di Aronne abbiamo l’anima di cui si tratta; essa agisce là, in Phinees. La ritroviamo poi di nuovo in Elia-Naboth, e dopo in Giovanni il Battista, e sappiamo come essa poi prosegua l’ulteriore suo cammino attraverso l’evoluzione dell’umanità. Questa è l’anima che ci viene raffigurata da una parte; e dall’altra l’anima di Mosè stesso. Nella Trasfigurazione, dunque nella Trasformazione sul monte, abbiamo veramente dinanzi a noi ciò che ivi confluisce. Vi affluisce la spiritualità dell’intiera evoluzione terrestre; abbiamo ciò che affluisce nella sua essenza attraverso il sangue ebreo nel Levitismo, perchè ci sta immediatamente dinanzi l’anima di Phinees, del figlio di Eleazar, figlio di Aronne; ci sta dinanzi Mosè, e sta dinanzi a noi l’esecutore del Mistero del Golgotha. Dinanzi ai discepoli iniziandi, Pietro, Giacomo e Giovanni, doveva palesarsi come conoscenza immaginativa, il confluire di quelle forze, di quelle correnti spirituali. E quando ieri ho cercato di spiegarvi come un appello risuoni, per così dire, dalla Grecia in Palestina, e un secondo appello a sua volta vi risponda, si trattava di qualcosa di più di una semplice «fantasia figurata» dei fatti. Si trattava di preparare il grande dialogo storico mondiale che ormai si è veramente effettuato. I discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni dovevano essere iniziati in ciò su di cui queste tre anime – delle quali una appartiene al popolo dell’Antico Testamento, l’altra porta in sè tutto ciò che sappiamo dell’anima di Mosè, mentre la terza si unisce come divinità cosmica alla Terra – dovevano conferire insieme. Questo è ciò che i discepoli hanno dovuto vedere. Sappiamo che non è potuto subito penetrare nel loro cuore, che essi non hanno compreso subito quelle parole. Ma così succede di gran parte di quello che si sperimenta nel campo occulto: lo si sperimenta immaginativamente, non lo si comprende – e s’impara spesso a comprenderlo soltanto nell’incarnazione seguente; lo si comprende però allora tanto meglio, per quanto più la nostra propria comprensione è conforme a quello che prima si è visto. Ma possiamo sentire: in alto le tre Potenze Mondiali, sul monte; in basso i tre che devono essere iniziati in questi grandi segreti cosmici. Da tutto ciò deve risultare nella nostra anima il sentimento: che il Vangelo, se lo comprendiamo bene, e specialmente se lasciamo agire giustamente su di noi anche le intensificazioni drammatiche, la composizione artistica, che è ovunque l’espressione di fatti occulti, accenna pure al grande rivolgimento che si è verificato all’epoca del Mistero del Golgotha. Il Vangelo, quando può essere spiegato per mezzo della ricerca occulta, parla un linguaggio ben chiaro, e bisognerà che gli uomini imparino sempre più a comprendere, che nei singoli punti del Vangelo occorre sempre sapere veramente di che specialmente si tratti, sapere ciò che è veramente importante; allora soltanto si coglie il punto di speciale importanza nelle varie parabole o narrazioni. È strano, che nei riguardi delle cose più importanti dei Vangeli, le spiegazioni teologiche o filosofiche adottate prendono sempre le mosse dallo straordinario punto di vista, che potrebbe, per esempio, spingere un uomo ad attaccare il suo cavallo alla carrozza per la coda, invece di attaccarvelo davanti, come abitualmente si usa fare. Questo si verifica effettivamente molto spesso, i commenti non tengono conto di ciò che veramente importa.

Richiamo fin da ora la vostra attenzione sopra un passo del 14° capitolo del Vangelo di Marco, molto importante per le nostre prossime conferenze.

«E trovandosi Gesù a Betania in casa di Simone il lebbroso, ed essendo a mensa, venne una donna che aveva un alabastro d’unguento di nardo di spigo di gran pregio, e rotto l’alabastro, glielo sparse sulla testa. Ed eranvi alcuni che soffrivano di mal cuore dentro di sè, e dicevano: A che fine si è fatto questo scialacquamento d’unguento? Imperocchè poteva questo vendersi più di trecento denari, e darsi ai poveri. E fremevano contro di lei. Ma Gesù disse: Lasciatela stare; perchè la inquietate voi? Ella ha fatto una buona opera verso di me. Imperocchè avete sempre con voi dei poveri, e potete far loro del bene, quando a voi piacerà; ma voi non mi avete sempre. Ella ha fatto quello che poteva; ha anticipato a ungere il mio corpo per la sepoltura. In verità vi dico: In qualunque luogo sarà predicato questo Vangelo pel mondo tutto, sarà ancora raccontato quel che ella ha fatto in sua ricordanza». (Marco 14, 3-9).

Sarebbe bene che sempre venisse riconosciuto che questo passo ha qualcosa di notevole; la maggior parte degli uomini, se di buona fede, dovrebbero ammettere che simpatizzano con coloro, che si lagnano dello sperpero dell’unguento, essendo veramente inutile versarlo sulla testa di qualcuno. E i più crederanno realmente che sarebbe stato meglio vendere l’unguento per trecento denari, e darli ai poveri; e se sono sinceri troveranno forse che il Cristo è stato molto severo, quando ha detto: è meglio lasciar fare, anzichè dare i trecento denari ai poveri, vendendo l’unguento. Bisogna pur dire, che vi deve essere qualcosa di nascosto in quelle parole, per non rimaner sorpresi da quella narrazione. Il Vangelo, anzi, non è neanche cortese in quel punto. Perchè mentre vi è un certo numero di uomini, che ammettono che sarebbe stato meglio regalare ai poveri i trecento denari che si potevano ricavare dalla vendita dell’unguento, il Vangelo invece fa capire, che coloro che parlano a quel modo la pensano come gli altri, perchè sta scritto: «In qualunque luogo sarà predicato questo Vangelo pel mondo tutto, sarà ancora raccontato quel che ella ha fatto in sua ricordanza. E Giuda Iscariota, uno de’ dodici, andò dai principi de’ sacerdoti per darlo nelle loro mani. E questi uditolo, si rallegrarono, e promisero di dargli del denaro. E cercava occasione favorevole per tradirlo».

Perchè di fatto Giuda Iscariota fu in special modo scandalizzato del versamento dell’unguento! Coloro che si scandalizzarono del versamento dell’unguento vengono associati al caso di Giuda Iscariota. Il Vangelo dunque non è neppure cortese (perchè fa intendere che coloro che si sono scandalizzati del versamento dell’unguento sono proprio come Giuda Iscariota, il quale ha poi venduto il Signore per trenta denari d’argento) e dice: «Vedete, così sono gli uomini, che vogliono vendere l’unguento per trecento denari, perchè Giuda tiene al denaro!» Non si devono cercare scuse per il Vangelo, perchè esse ne ostacolano la spiegazione obiettiva. Bisogna scoprire ciò di cui veramente si tratta! e troveremo ancora altri esempi, che ci dimostrano che il Vangelo, a volte, presenta in modo perfino urtante degli episodi secondari, quando occorre che il punto principale sia esposto in luce particolarmente chiara.

Di che si tratta in questo passo? Il Vangelo vuol dire: l’uomo non deve tener conto soltanto dell’esistenza sensibile e di ciò che ha valore e importanza nell’esistenza sensibile, ma egli deve accogliere in sè sopratutto il mondo supersensibile, ed è anche importante che egli tenga in considerazione ciò che non ha più nessuna importanza nel mondo sensibile. Il corpo del Cristo Gesù, di cui la donna ha soltanto anticipato l’unzione per la sepoltura, non ha importanza quando è privo dell’anima, ma bisogna fare qualcosa per ciò che ha valore e importanza al di là dell’esistenza sensibile. Ed è questo che con forza occorre far rilevare. Per far emergere questo fatto è stata perciò adoperata una cosa a cui la coscienza umana naturale crede di attaccare sommo valore nell’esistenza sensibile. Viene qui dimostrato dal Vangelo con uno speciale esempio che si deve a volte sottrarre qualcosa all’esistenza sensibile, per darla allo Spirito, a ciò dunque a cui l’Io dei sensi si eleva, quando è libero dal proprio corpo. Il Vangelo sceglie appunto un esempio apparentemente molto crudele, e cioè, che vien sottratto ai poveri ciò che vien dato allo Spirito, ciò che vien dato all’Io quando è libero dal corpo. Non tien conto di ciò a cui l’esistenza terrena dà valore, bensì di ciò che può penetrare nell’Io e irradiare da esso. Questo viene esposto qui in modo particolarmente vigoroso; viene perciò messo in rapporto con Giuda Iscariota, il quale compie il tradimento, perchè egli sente il suo cuore specialmente spinto verso l’esistenza sensibile, perchè egli si mischia con coloro, i quali vengono indicati qui dal Vangelo con poca cortesia come gente ignobile, sebbene il caso che esso qui ci espone sia grave. Giuda mira a fare soltanto ciò che ha importanza nell’esistenza dei sensi, – come coloro i quali credono che soltanto ciò che si può avere con i trecento denari abbia importanza, e non ne dànno alcuna a quanto trascende l’esistenza sensibile. Dobbiamo rilevare ovunque nel Vangelo i punti principali e non i secondari. Il Vangelo verrà universalmente riconosciuto, quando il valore della spiritualità sarà stato riconosciuto. Dove si riconosce giustamente la spiritualità, l’esempio sopra riferito verrà apprezzato. Perciò si parlerà sempre dello sperpero dell’unguento come di cosa senza importanza, quando si voglia far risaltare il valore del supersensibile per l’Io.

Un altro passo speciale, dal quale si può pure riconoscere il modo metodicamente artistico con cui i fatti occulti per l’evoluzione dell’umanità vengono nascosti nel Vangelo, è il seguente, il quale pure dà molto filo da torcere ai varii commentatori.

«E il dì seguente usciti che furono di Betania, ebbe fame. E veduto da lontano un fico che aveva delle foglie, andò a vedere se a sorte vi trovasse qualche cosa; e fattosi dappresso, non trovò se non foglie; imperocchè non era il tempo de’ fichi. E Gesù dissegli: Mai più in eterno non mangi alcuno delle tue frutta. E i discepoli l’udirono». (Marco 11, 12-14).

Ora, onestamente, ognuno dovrebbe chiedersi: non è pure strano, che nei Vangeli un Dio si irriti con un albero di fico, perchè avendo cercato fichi non li ha trovati, sebbene la causa per cui non ve ne erano sia stata detta esplicitamente, «imperocchè non era il tempo de’ fichi?» Dunque al tempo in cui non vi sono fichi è andato all’albero di fichi per cercare dei fichi, e non ne ha trovato e allora dice: «Mai più in eterno non mangi alcuno delle tue frutta». Orbene, esaminate le spiegazioni che vengono generalmente date di questo episodio. In esse sta scritto soltanto che in strano modo il Cristo Gesù sente appetito, si avvicina a un albero di fico in epoca in cui non vi sono fichi, non ne trova, e allora maledice l’albero, perchè in eterno non nascano mai più frutti su di esso. – Ma che albero è questo? E perchè tutto ciò vien raccontato? Chi sa leggere gli scritti occulti riconoscerà anzitutto nell’albero di fico (quale ne sia il rapporto nel Vangelo lo vedremo in seguito) lo stesso albero di cui vien parlato nei riguardi del Buddha, il quale sedeva sotto all’albero del Bodhi e vi ricevette l’illuminazione per la predica di Benares. «Sotto l’albero del Bodhi», ciò significa sotto «l’albero di fico». Storicamente parlando, l’evoluzione umana, al tempo del Buddha, era ancora all’epoca dei fichi, vale a dire che gli uomini ricevevano, come successe al Buddha, l’Illuminazione dall’albero del Bodhi – sotto l’albero di fico; ma ormai non era più così, e questo fatto i discepoli dovevano appunto imparare. Si era ormai presentato il fatto storico mondiale, che i frutti non stavano più sotto l’albero, dove il Buddha ha ricevuto l’Illuminazione. E ciò che avveniva nell’intera umanità si rifletteva allora nell’anima del Cristo. In Empedocle di Sicilia vediamo un rappresentante dell’umanità, un rappresentante di tutti quegli uomini che come lui erano assetati, perchè la loro anima non trovava ciò che prima essi possedevano, e doveva contentarsi dell’Io astratto; – si può dunque parlare di Empedocle assetato, «si può parlare della sete di spirito» sentita da tutti gli uomini dell’epoca che allora si stava avvicinando. E l’intiera sete dell’umanità si scaricò nell’anima del Cristo Gesù, prima che si avvicinasse il Mistero del Golgotha, e i discepoli dovevano prender parte a questo segreto e conoscerlo.

Il Cristo conduce i suoi discepoli all’albero di fico e dice loro il segreto dell’albero del Bodhi. Egli tralasciò di dire, perchè inutile, che il Buddha ancora aveva trovato i frutti di quell’albero di fico. Ora però non era più «il tempo dei fichi», che all’epoca della predica di Benares il Buddha aveva avuti dall’albero del Bodhi; ma il Cristo doveva constatare, che dall’albero dal quale era affluita la luce di Benares, in eterno i frutti della conoscenza non sarebbero più maturati, perchè dovranno ormai venire dal mistero del Golgotha! Quale fatto ci sta dinanzi? Il fatto, che il Cristo Gesù con i suoi discepoli va da Betania a Gerusalemme, e che in questa occasione è stato risvegliato nei discepoli un sentimento particolarmente forte, che desta nelle loro anime delle forze chiaroveggenti, di guisa che essi sono specialmente disposti all’immaginazione. Vengono destate nei discepoli forze chiaroveggenti immaginative; essi vedono chiaroveggentemente l’albero del Bodhi, l’albero di fico, e il Cristo Gesù effettua in loro la conoscenza che dall’albero del Bodhi i frutti della conoscenza non potranno più venire, perchè non è più il tempo dei fichi, cioè, dell’antica conoscenza. In eterno questo albero sarà disseccato, e un nuovo albero deve crescere, l’albero che è costituito dal legno morto della croce e al quale non maturano gli antichi frutti, sibbene i frutti che possono maturare dal Mistero del Golgotha, che è unito come simbolo con la croce del Golgotha. Al posto della storia di mondiale importanza del Buddha, che sta seduto sotto l’albero del Bodhi, è subentrata l’immagine del Golgotha, dove viene innalzato un altro albero, quello della croce, al quale sta appeso il frutto vivente dell’Uomo-Dio, che si manifesta, perchè da Lui irradii la nuova conoscenza dell’albero, che ormai vieppiù si andava formando e che deve portare i frutti per tutta l’eternità.

9°L’architettura spirituale del Vangelo di Marco e i suoi tre livelli di lettura

Basilea, 23 Settembre 1912

In queste conferenze è stato ripetutamente accennato, che in avvenire si verificherà un certo rivolgimento nei rapporti fra gli uomini e i Vangeli, perchè l’elemento profondamente artistico di questi, l’arte con cui questi Vangeli sono composti verrà compresa, e perchè i retroscena occulti degl’impulsi storici mondiali descritti nei Vangeli si vedranno nella loro giusta luce, soltanto quando si saprà approfondire tutta l’arte, con cui quei Vangeli sono composti. In ultima analisi anche a questo riguardo, come è stato accennato in altre occasioni, la letteratura e l’arte dei Vangeli occupano un posto nel corso storico dell’evoluzione generale dell’umanità.

Abbiamo indicato quelle figure solitarie della Grecia, le quali sentivano profondamente nelle loro anime lo spegnersi graduale, lo sparire, dell’antica visione chiaroveggente, e dovevano rimpiazzarla con ciò, da cui deve elaborarsi l’Io degli uomini, la coscienza attuale, cioè con l’intellettualità astratta, con le rappresentazioni astratte. Possiamo indicare anche un’altra cosa, che in un determinato modo palesa appunto nella cultura greca quasi la fine di una civiltà dell’umanità, che segna quasi un punto, fino al quale la cultura dell’umanità sia arrivata, per essere poi stimolata nel suo ulteriore cammino da una nuova direzione. Questa è l’arte greca. Per quale ragione gli uomini, e non soltanto all’epoca del Rinascimento in Europa, hanno cercato con l’anima «il paese dei Greci», cioè «il paese della Bellezza», hanno veduto nella mirabile perfezione della forma umana un ideale di evoluzione umana, e perchè ancora nell’epoca classica moderna delle intelligenze come Goethe cercavano ugualmente con l’anima questo «paese dei greci», cioè, «il paese della bella forma?» Ciò proviene dal fatto, che in Grecia, effettivamente, la bellezza, che si esprime alla vista immediatamente nella forma esteriore, ha trovato un dato termine, è culminata in un determinato apice. L’arte greca, la bellezza greca si presenta a noi come interiormente racchiusa nella forma. Dalla composizione dell’opera d’arte greca si vede subito ciò che per mezzo di essa composizione ci deve essere dato. Si manifesta agli occhi, sta completamente nell’esistenza sensibile. Questo appunto è ciò che vi è di grande nell’arte greca; essa emerge completamente nella manifestazione esteriore.

Si potrebbe dire: in questo appunto anche l’arte dei Vangeli segna un inizio nuovo, un inizio, che fino a oggi non è stato molto largamente compreso. Anche nei Vangeli vi è in special modo una composizione interiore, un intrecciarsi interiore di fili artistici, che sono al tempo stesso fili occulti. Perciò ha tanta importanza quello a cui ieri abbiamo accennato: che ovunque veramente, in ogni descrizione, in ogni narrazione, si può vedere quale sia lo speciale punto che è stato preso in considerazione. Nel Vangelo di Marco sopratutto, non tanto dal contesto, quanto dall’intiera intonazione della descrizione, emerge il fatto, che il Cristo viene presentato come una manifestazione cosmica terrestre e al tempo stesso superterrestre – e il Mistero del Golgotha come un fatto al tempo stesso terrestre e superterrestre. Ma con arte finissima, verso la fine del Vangelo di Marco, viene accennato ancora a qualcosa d’altro. Vi sta detto: allora un impulso cosmico risplende nelle vicende terrestri. Vi spande dentro la sua luce. Toccava agli esseri terrestri, agli uomini terrestri, di muovere con intendimento incontro a questo Impulso. Forse in nessun altro Vangelo quanto in quello di Marco viene indicato, che per la comprensione di ciò che spandeva in tal modo la sua luce dal Cosmo nell’esistenza terrestre occorre, in fondo, tutta la rimanente evoluzione della Terra, e che non era affatto possibile che questa comprensione vi fosse all’epoca in cui il Mistero del Golgotha si è direttamente verificato. E questo fatto della mancanza a quell’epoca di comprensione, il fatto, che la comprensione allora ha ricevuto la prima spinta e soltanto gradatamente potrà svilupparsi nell’ulteriore corso di evoluzione dell’umanità, viene appunto reso in maniera mirabile dal modo artistico con cui è composto il Vangelo di Marco. Tale finezza artistica ci si palesa, se chiediamo quale forma la comprensione potesse prendere a quell’epoca, in quale modo potesse accogliere il Mistero del Golgotha.

Essenzialmente erano possibili tre generi di comprensione; essa poteva emanare da tre fattori: primo, da coloro, i quali erano i discepoli più intimi, i discepoli scelti dal Cristo Gesù. Essi si presentano a noi ovunque nei Vangeli come scelti dal Signore stesso, che a loro ha affidato gran parte di ciò che può condurli a una comprensione superiore dell’esistenza. Da loro possiamo dunque aspettarci la massima comprensione per il Mistero del Golgotha. Quale comprensione possiamo aspettarci da loro? La risposta a questa domanda ci viene data con molta finezza quanto più ci si avvicina alla fine del Vangelo di Marco. In esso Vangelo viene indicato chiaramente, purchè ovunque si cerchi con cura ciò di cui veramente si tratta, che questi discepoli eletti potevano godere di una comprensione superiore, quali Guide del popolo dell’Antico Testamento.

Vi è anche un dialogo del Cristo Gesù con i Sadducei. Questo dialogo tratta anzitutto dell’immortalità dell’anima. Se si osserva il Vangelo superficialmente, non riuscirà facile comprendere perchè proprio a quel posto vi sia questo discorso sull’immortalità con i Sadducei, e poi gli strani ragionamenti dei Sadducei, i quali dicono: Potrebbe succedere che di sette fratelli uno avesse preso moglie; egli muore però, e la medesima donna sposa il secondo fratello; dopo la morte di questo essa sposa il terzo, e così di seguito sposa anche gli altri, poichè essa muore soltanto dopo la morte del settimo. I Sadducei non capivano come, se vi è l’immortalità, questi sette uomini dovrebbero comportarsi verso quell’unica donna nella vita spirituale. Questa è la ben nota obiezione dei Sadducei, la quale, come forse alcuni di voi già sapete, non è stata sollevata soltanto all’epoca del Mistero del Golgotha, ma si trova anche in varii libri moderni, come obiezione contro l’immortalità – e ciò dimostra che anche nella cerchia di coloro che scrivono tali libri, la completa comprensione dell’argomento non è ancora penetrata. Ma perchè questo dialogo? Se lo analizziamo, vedremo che dalla risposta appunto data dal Cristo Gesù ci viene indicato, che dopo la morte le anime diventano celesti, e fra gli esseri del mondo superterrestre non vi è matrimonio, per cui non vi sarebbero difficoltà nel caso si verificasse il fatto citato dai Sadducei; questi avevano accennato a un rapporto essenzialmente terrestre, che non ha importanza per una sfera superterrestre. Insomma, il Cristo Gesù parla di condizioni extraterrestri, di cui si deve tener conto nella concezione della vita extraterrestre.

Ma in un altro punto del Vangelo di Marco troverete anche un altro dialogo, in cui viene interrogato il Cristo Gesù sul matrimonio. Fra il Cristo e gli scribi ebrei si discute, come in ordine alla legge di Mosè sia possibile di congedare una donna con un libello di ripudio. Di che si tratta quando il Cristo risponde: «Sì, questa legge vi è stata data da Mosè; i vostri cuori sono deboli e avete bisogno di questa istituzione». È importante il fatto che Egli discorre ora di tutto in modo completamente diverso: Egli parla ora del legame fra uomo e donna, come comparisce prima che l’evoluzione umana si fosse trovata davanti alla tentazione delle forze luciferiche. Cioè: Egli parla di qualcosa di cosmico, di qualcosa di superterrestre; Egli dirige l’argomento su qualcosa di superterrestre. Questo è ciò di cui si tratta, cioè, il Cristo Gesù dirige i dialoghi al di là di ciò che si riferisce all’esistenza sensibile, al di là delle condizioni dell’esistenza sensibile, dell’evoluzione ordinaria terrestre. Questo è l’importante, che così Egli già dimostra che con la sua comparsa sulla Terra porta giù seco delle condizioni superterrestri cosmiche, e discorre con gli esseri terrestri di queste condizioni cosmiche. Da chi si può sperare o, per così dire, si potrebbe pretendere, che i discorsi del Cristo Gesù sulle condizioni cosmiche vengano meglio compresi? Da coloro, che egli si è anzitutto scelti per suoi discepoli. Si potrebbe dunque dire, che il primo genere di comprensione può caratterizzarsi come segue: i discepoli prescelti dal Cristo Gesù avrebbero potuto comprendere il Mistero del Golgotha in modo, da essere capaci d’intendere l’aspetto superterrestre, cosmico, di questo fatto storico-mondiale. Questo è ciò che ci si potrebbe aspettare da questi discepoli prescelti dal Cristo.

Un secondo genere di comprensione ci si potrebbe aspettare da coloro che guidavano il popolo antico ebreo, dai grandi sacerdoti, dai giudici supremi, da coloro che conoscono la Scrittura, e l’evoluzione storica del popolo dell’Antico Testamento. Che cosa si poteva richiedere da costoro? Il Vangelo indica chiaramente, che non si chiede che essi abbiano una comprensione delle condizioni cosmiche del Cristo Gesù, ma che ci si aspetta che essi comprendano il fatto, che il Cristo Gesù è venuto dal popolo antico ebreo, che con la sua Individualità è nato nel sangue di questo popolo e che Egli è un figlio della Casa di Davide, intimamente collegato con l’essenza di ciò che con Davide è venuto nel popolo ebreo. Così ci viene indicato il secondo genere di comprensione, di grado minore. Che il Cristo Gesù abbia una missione, che significa il punto culminante della missione dell’intiero popolo ebreo, ci viene indicato in modo mirabile verso la fine del Vangelo di Marco, e inoltre ci viene accennato (osservate con quale arte ciò risulta dalla composizione del Vangelo stesso) che abbiamo a che fare con il figlio di Davide. Mentre dunque si pretende che i discepoli abbiano una comprensione per la missione degli Eroi Cosmici, da coloro invece che si considerano come popolo ebreo si richiede che comprendano, che l’inviato della missione di Davide è venuto. Questa è la seconda comprensione. Il popolo ebreo avrebbe dovuto capire, che poteva giungere la fine della propria missione e un nuovo impulso della medesima.

E da dove doveva provenire il terzo genere di comprensione? Da questa ormai si pretende molto meno. È mirabile la finissima arte con cui ciò si affaccia a noi nella composizione del Vangelo di Marco. Viene preteso meno, e questa comprensione minore viene chiesta ai Romani. Alla fine del Vangelo di Marco, quando il Cristo viene consegnato dai sommi sacerdoti, leggete ciò che succede. Parlo ancora del Vangelo di Marco! I sommi sacerdoti chiedono al Cristo Gesù se Egli vuol parlare del «Cristo», se Egli vuol farsi conoscere come Cristo, cosa di cui essi si offenderebbero, perchè parlerebbe in tal caso della sua missione cosmica; o se egli intende dire, che è un rampollo della schiatta di Davide. Quale è la sola cosa dunque di cui si adonta Pilato? Soltanto del fatto, che Egli si sia spacciato come «Re dei Giudei»? I giudei dovevano intendere, che Egli deve rappresentare un punto culminante della loro propria evoluzione. I romani dovevano intendere, che Egli ha un’importanza nell’evoluzione del popolo ebreo – che Egli non rappresenta un apice, ma soltanto una parte dirigente. Se i romani avessero compreso questo, che cosa sarebbe avvenuto? Soltanto ciò che poi è avvenuto; ma essi non l’hanno compreso. Sappiamo che il giudaismo si è esteso, e che per la via indiretta di Alessandria si è esteso sul mondo occidentale. Ormai era giunto il momento per la diffusione della coltura ebrea; i romani avrebbero potuto comprendere questo. Ed è meno di quanto dovevano intendere gli scribi. I romani avrebbero soltanto dovuto comprendere il significato che gli Ebrei avevano come parte del mondo. E che essi non lo comprendono – e sarebbe stato un compito di quell’epoca – viene accennato dal fatto, che Pilato, sebbene non capisca punto che il Cristo viene considerato come Re dei Giudei, in fondo non attribuisce importanza al fatto che Egli sia presentato come Re dei Giudei.

Ci si poteva dunque aspettare tre diverse comprensioni della missione del Cristo:

1° – La comprensione che i discepoli eletti potevano avere per l’elemento cosmico del Cristo;

2° – La comprensione che i Giudei dovevano avere per ciò che si estende nel popolo giudeo stesso;

3° – La comprensione che i romani dovevano avere, quando gli Ebrei finirono di estendersi soltanto in Palestina e cominciarono a estendersi sopra una parte più grande della Terra.

Tutto ciò è occultato nella composizione artistica sopratutto del Vangelo di Marco. E anche le risposte a quei tre casi ci vengono date chiaramente. Il primo quesito deve essere: hanno gli Apostoli, i discepoli eletti, raggiunto l’altezza di comprensione che dovrebbero avere? hanno essi riconosciuto il Cristo Gesù come Spirito Cosmico? hanno essi riconosciuto che fra loro vi era Uno, il quale non era soltanto ciò che appariva come uomo, ma che era avvolto da un’aura, attraverso la quale delle forze cosmiche e delle leggi cosmiche penetravano nella Terra? lo hanno compreso? Il Vangelo indica chiaramente che Cristo esigeva che essi avessero questa comprensione. Perchè quando i due discepoli, i figli di Zebedeo, vennero a chiedergli di poter sedere uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra, egli risponde: «Non sapete quello che domandate. Potete voi bere il calice che io bevo, o esser battezzati con il battesimo ond’io sono battezzato?» (Marco 11, 38).

I discepoli a questo dapprima s’impegnano. Che il Cristo Gesù chieda ad essi questa comprensione ci viene chiaramente indicato da queste parole. Che cosa sarebbe potuto ormai accadere? Due cose sarebbero potute accadere, e cioè: primo, che i discepoli prescelti avessero veramente attraversato con lui tutto ciò che si è allora effettuato come Mistero del Golgotha, che il legame fra i discepoli e il Cristo si fosse mantenuto fino al Mistero del Golgotha; questa è una delle cose che sarebbero potute succedere; ma che questo appunto non si sia verificato, lo vediamo in special modo nel Vangelo di Marco. Quando il Cristo Gesù viene catturato, fuggono tutti, e Pietro, che aveva promesso di non lasciarsi smuovere da niente, lo rinnega tre volte prima del secondo canto del gallo. Così nel contegno degli Apostoli viene prospettato come quella eventualità non si sia verificata. Come ci viene ora prospettato questo fatto nei riguardi del Cristo Gesù?

Trasferiamoci ora con tutta umiltà – perchè così deve essere! – nell’anima del Cristo Gesù, la quale cerca fino all’ultimo di mantenere integro il legame tessutosi con le anime degli Apostoli; trasferiamoci, per quanto ci è concesso, nell’anima del Cristo durante l’ulteriore corso degli eventi. Quest’anima poteva allora veramente porsi il quesito d’importanza mondiale: posso sperare che almeno le anime dei discepoli più eletti si elevino a tale altezza da sperimentare meco tutto ciò che ha da succedere fino al Mistero del Golgotha? L’anima del Cristo si pone questa domanda. È un momento grandioso quello in cui Pietro, Giacomo e Giovanni vengono condotti fuori al Monte degli Olivi e il Cristo Gesù vuol osservare da sè questi elettissimi, per vedere se può conservarli. E per via Egli cominciò ad atterrirsi. Miei cari amici, qualcuno di noi può mai credere che il Cristo si sia atterrito della morte, del Mistero del Golgotha, e che egli abbia sudato sangue sul Monte degli Olivi per l’avvicinarsi dell’evento del Golgotha? Questo dimostrerebbe in noi poca comprensione del Mistero del Golgotha. Questa interpretazione potrà essere teologica, ma non è ragionevole. Perchè il Cristo si atterrisce e si rattrista? Ben inteso Egli non teme la croce. Egli si atterrisce del pensiero: «potranno coloro che prendo ora meco superare questo momento, in cui deve decidersi se la loro anima vuol seguirmi, se vogliono sperimentare tutto meco fino alla croce?» Deve appunto decidersi, se il loro stato di coscienza rimanga a tal punto desto, da potere sperimentare tutto col Cristo fino alla croce. Questo è il «calice» che gli si avvicina. Ed Egli li lascia soli, perchè possano rimanere «svegli», cioè, in uno stato di coscienza, in cui possano sperimentare con Lui, ciò che Egli deve sperimentare. Egli li lascia e va a pregare: «Padre, allontana da me questo calice, ma sia fatta la tua volontà, e non la mia». Ciò significa, non mi fare anche sperimentare che io solo rimango come Figlio dell’Uomo, ma fa che gli altri mi accompagnino. Poi ritornò da loro e trovolli addormentati. Essi non hanno potuto conservare quello stato di coscienza. Ed Egli torna a ripetere la prova, e di nuovo essi non hanno potuto mantenersi desti. E di nuovo Egli ritenta la prova ed essi tornano ad addormentarsi. Da quel momento gli si palesa chiaramente, che Egli ormai è solo, che essi non sperimenteranno con Lui fino alla croce.

Il calice non era stato allontanato! Egli era destinato al compimento solitario – solitario anche nell’anima – dell’evento. Il mondo ebbe il Mistero del Golgotha – ma l’epoca in cui questo si verificò non possedeva ancora la comprensione per quell’evento. Anche i più scelti, gli eletti, non potevano conservarsi a quell’altezza. Questo riguarda il primo genere di comprensione.

Quanto tutto ciò ci risulta espresso in modo mirabilmente artistico, quando si sanno sentire le basi veramente occulte di ciò che sta scritto nei Vangeli! Ora esaminiamo il secondo genere di comprensione; chiediamo come le Guide degli Ebrei abbiano compreso Colui, il quale doveva presentarsi dalla stirpe di Davide, quale fiore dell’evoluzione ebrea antica. Un primo accenno del genere di comprensione che il popolo antico ebreo aveva per colui, che discendeva, dalla stirpe di Davide, lo troviamo nel decimo capitolo del Vangelo di Marco. È il punto decisivo in cui il Cristo si avvicina a Gerusalemme, e deve essere riconosciuto dal popolo ebreo antico come Colui, che si unisce a Davide.

«E arrivarono a Gerico: e nel partire di Gerico coi suoi discepoli e con gran moltitudine di gente, Bartimeo cieco, figliolo di Timeo, sedeva nella strada chiedendo la limosina. Il quale avendo sentito dire, egli è Gesù Nazareno, cominciò a esclamare, dicendo: Gesù, figliolo di Davide, abbi pietà di me.

«E molti lo minacciavano, perchè tacesse. Ma egli gridava più forte: Figliolo di Davide, abbi pietà di me».

Il grido del cieco viene qui esplicitamente caratterizzato; egli esclama: «Gesù Figlio di Davide»; egli deve dunque arrivare soltanto fino alla comprensione del «Figlio di Davide».

«E Gesù soffermatosi lo fece chiamare. E chiamarono il cieco, dicendogli: Sta di buon animo; alzati, egli ti chiama. E quegli, gettato via il suo mantello, saltò in piedi, e andò da Gesù. E Gesù gli disse: Che vuoi ch’io ti faccia? E il cieco dissegli: Maestro, ch’io vegga. Gesù dissegli: Vattene, la tua fede ti ha salvato. E in quell’istante vide, e lo seguì nel viaggio». (Marco 10, 46-52).

Ciò significa, che Egli chiedeva soltanto la fede. Non sarebbe bene riflettere perchè in mezzo a tanti altri episodi sia qui narrata anche la guarigione di un cieco? Perchè si trova qui così isolata?

Il modo come è composto il Vangelo dovrebbe insegnarci qualcosa. Non si tratta affatto della «guarigione», sibbene si tratta che fra tutti, uno solo, il cieco, esclama con forza: «Gesù, figlio di Davide»! Quelli che vedono non lo riconoscono. Il cieco, il quale non lo vede affatto fisicamente, lo riconosce; viene qui dunque dimostrato quanto mai gli altri siano ciechi, e che quell’uomo dovette prima diventar cieco, per poterlo vedere. Ciò che importa in questo episodio è la cecità, e non la guarigione. E viene dimostrato al tempo stesso quanto poco il Cristo venga compreso.

Nell’ulteriore corso della narrazione vedrete che il Cristo dice sempre che l’elemento cosmico vive e si esplica nello elemento individuale umano: vedrete come Egli parli effettivamente dell’elemento cosmico, quando – e a sua volta è importante, che questo sia stato inserito appunto in questo rapporto dove il Cristo deve comparire come «   
Figlio di Davide» – parla dell’immortalità e dice che Dio è un Dio dei Viventi e non dei morti; come dica che il Dio era un Dio di Abraham, d’Isacco e di Giacobbe, vale a dire, perchè Abraham, Isacco e Giacobbe continuano ulteriormente a vivere con altre forme nei loro discendenti, perchè il Dio vive nella loro individualità.

Tutto ciò viene indicato anche più chiaramente nella descrizione dell’uomo, e di ciò che in lui è latente e deve essere destato. Vi sta detto che non si tratta semplicemente del figlio fisico di Davide, perchè Davide stesso parla del «   
Signore» e non del «Figlio» fisico. Si parla ovunque del Signore nella individualità dell’uomo, di colui che deve nascere dalla stirpe di Davide, quando l’influenza del Cristo cosmico va declinando. Sopra un episodio ancora desidero richiamare la vostra attenzione: cercatelo nel Vangelo di Marco, verso la fine – esso passa inosservato se non lo si capisce, ma esercita una profonda azione sull’anima quando lo si comprende. Si tratta del punto dove sta detto, che il Cristo ormai viene consegnato alle forze del mondo, deve essere condannato, e si cercano dei motivi per condannarlo! Prima era stato narrato ciò che Egli aveva fatto nel Tempio, dove Egli aveva scacciato i mercanti, e rovesciato i tavoli, dove Egli aveva predicato parole affatto speciali che le anime avevano intese, e ciò non pertanto non gli era successo niente. Egli però lo fa notare in modo speciale: «Tutto avete ascoltato e ora che sto dinanzi a voi, cercate delle accuse false contro di me; mi avete preso con mezzi comuni per mezzo di un traditore come si acchiappa un uomo che ha commesso qualche grave delitto; mentre non mi avete fatto niente, quando stavo tra di voi nel Tempio». Un episodio veramente impressionante! Perchè in ultima analisi ci viene fatto comprendere, che il Cristo agisce ovunque in modo, che niente può esser fatto contro di Lui. Non vi pare che sia il caso di chiederne il «perchè»? Egli agisce realmente in modo, da indicare al massimo grado quale grande punto di svolta si sia presentato nell’evoluzione del mondo, quando dice: «I primi saranno gli ultimi e gli ultimi saranno i primi». Se si tien conto anche degl’insegnamenti e della comprensione dell’Antico Testamento, questo monito che Egli ha lanciato è veramente tremendo. Ciò non pertanto non succede niente. In seguito, invece, di notte e nella nebbia, Egli viene catturato, per opera di un traditore, e si riceve quasi l’impressione che con questa cattura si verifichi una specie di rissa. È impressionante questo passo.

«E il traditore aveva dato loro il segnale dicendo: Colui che io bacerò è desso; prendetelo, e conducetelo con attenzione. E venuto che fu, accostossi subito a Gesù, e dissegli: Dio ti salvi, Maestro. E lo baciò. Ma coloro gettarongli le mani addosso e lo catturarono. E uno degli astanti mise mano alla spada, e ferì un servo del sommo sacerdote, e gli mozzò un orecchio.

E Gesù prese la parola e disse loro: Quasi io fossi un assassino, siete venuti con ispade e bastoni per pigliarmi? Ogni giorno io stavo tra voi nel tempio insegnando, nè mi pigliaste; ma debbono le Scritture adempiersi». (Marco 14, 44-49).

Che cosa è successo effettivamente, perchè prima non lo si è catturato e poi si sono cercati dei motivi per catturarlo come un assassino?

Si comprende ciò che allora è avvenuto soltanto, se si considerano le cose nelle loro profondità occulte. Già ho indicato come il Vangelo di Marco dimostri chiaramente, che nel suo svolgimento vengono descritti fatti occulti, spirituali, frammischiati a fatti semplicemente fisici. E ci viene chiaramente indicato che il Cristo non era limitato nella sua azione soltanto alla singola Personalità di Gesù di Nazareth, sibbene che Egli agiva sui discepoli esteriorizzato, al di fuori del corpo fisico, e li cercava presso il lago, e ad essi si avvicinava. Di guisa che al di fuori del suo corpo fisico, mentre questo si tratteneva in altro luogo, Egli poteva deporre nelle anime dei discepoli tutto ciò che Egli operava, tutto ciò che come impulso, come spirito, Egli irradiava. E nel Vangelo di Marco ci viene indicato con particolare chiarezza come gli uomini intendano ciò che Egli predica e insegna in stato di esteriorizzazione, al di fuori del suo corpo fisico. Ciò vive nelle anime. Le anime non lo comprendono; ma le anime se ne compenetrano. È terrestre e superterrestre nell’individualità del Cristo e nella folla. Il Cristo sta ovunque unito con un’aura di cui l’azione si estende lontano. Quest’aura operosa vi era per il fatto, che Egli era collegato alle anime degli uomini che si era prescelti; ed essa rimase finchè Egli fu unito con loro.

Il calice non era allontanato. Gli uomini eletti non avevano dimostrato nessuna comprensione. Allora gradatamente l’aura si andò ritirando dall’uomo «Gesù di Nazareth», e il Cristo e il Figlio dell’Uomo, Gesù di Nazareth, sempre più divennero fra di loro estranei. Gesù di Nazareth andò rimanendo sempre più solo verso la fine della sua vita e il Cristo fu unito con lui sempre meno strettamente; sempre più si distaccò da lui. Mentre l’elemento cosmico, il Cristo, fino al momento in cui si verifica il «sudore di sangue» sul Gethsemane era completamente unito con Gesù di Nazareth, questa unione viene ormai disciolta dall’incomprensione degli uomini. E mentre prima il Cristo cosmico esercitava la sua azione nel Tempio e ne scacciava i mercanti, diffondeva gl’insegnamenti più potenti, senza che succedesse nulla, ora che Gesù di Nazareth si trovava in un rapporto meno stretto con il Cristo, fu possibile agli sbirri di avvicinarlo. Vediamo ancora la presenza dell’elemento cosmico – ma sempre meno e meno legato al «Figlio dell’Uomo». È questo che rende l’episodio così impressionante. E poichè la triplice comprensione non vi poteva essere – che cosa finì per rimanere agli uomini? Che cosa potevano catturare e giudicare e che cosa crocifiggere?

Il Figlio dell’Uomo.

E quanto più gli uomini si accanivano, tanto più l’elemento cosmico, che era penetrato nella vita terrestre come impulso giovane, si andò ritraendo. Esso si ritrasse indietro. E rimase il Figlio dell’Uomo, attorno al quale aleggiava soltanto ciò che come elemento giovane cosmico doveva avvicinarsi.

Nessun altro Vangelo narra, che il Figlio dell’Uomo rimase solo, e che l’elemento cosmico aleggiava soltanto attorno a lui; ne parla solo il Vangelo di Marco. Perciò nei riguardi dell’evento del Cristo come fatto cosmico non vediamo espresso in nessun altro Vangelo così spiccatamente il fatto, che nel momento stesso, in cui gli uomini nella loro incomprensione afferrano umanamente il «Figlio dell’Uomo», l’elemento cosmico sfugge loro, quell’elemento giovane cosmico che da quella svolta dei tempi in poi era stato introdotto come impulso nell’evoluzione della Terra. Questo elemento sfuggì. Essi avevano il Figlio dell’Uomo, e ciò viene detto chiaramente nel Vangelo di Marco. Leggiamo di nuovo il passo e cerchiamo, se il Vangelo di Marco dice come l’elemento cosmico si comporti a questo punto dell’evento verso l’elemento umano.

«E Gesù disse loro: Quasi io fossi un assassino, siete venuti con ispade e bastoni per pigliarmi? Ogni giorno io stavo tra voi nel tempio insegnando, nè mi pigliaste; ma debbono le Scritture adempiersi. Allora i suoi discepoli abbandonatolo, tutti fuggirono».

Egli si trova solo. Che ne è del giovane elemento cosmico? Ci si raffiguri questo isolamento dell’uomo, che era stato pervaso dal Cristo cosmico, e che ora si trova solo di fronte agli sbirri come fosse un assassino! E coloro che avrebbero dovuto comprenderlo, fuggono: «I discepoli abbandonatolo tutti fuggirono», dice il 50° versetto, e poi il 51° prosegue: «E un certo giovinetto seguiva Gesù, coperto di una veste di lino sulla nuda carne; e lo pigliarono. Ma egli, lasciata andare la veste, scappò ignudo da loro».

Chi è questo «giovinetto»? Chi è che fugge? Chi è colui che appare là presso al Cristo Gesù quasi svestito, e che poi scappa ignudo?

È l’Impulso Cosmico che scappa, esso ormai non ha più che un rapporto molto debole con il Figlio dell’Uomo. Il contenuto di questo 51° e 52° versetto è grande. Il nuovo impulso non conserva niente di ciò, che gli antichi tempi hanno potuto intrecciare attorno all’uomo; è l’impulso completamente nudo, nuovo, cosmico, dell’evoluzione terrestre; rimane presso a Gesù di Nazareth e lo ritroviamo più tardi. Difatti il 16° capitolo comincia dicendo:

«E passato il sabato Maria Maddalena e Maria figlia di Giacomo, e Salome aveva comperato gli aromi per andare a imbalsamare Gesù. E (partite) di gran mattino, il primo dì della settimana, arrivano al sepolcro, essendo già nato il sole. E dicevano tra di loro: Chi ci leverà la pietra dalla bocca del monumento? Ma osservando, videro che era stata rimossa la pietra, la quale era molto grossa. Ed entrate nel monumento, videro un giovane a sedere dal lato destro, coperto di bianca veste, e rimasero stupefatte. Ma egli disse loro: «Non abbiate timore, voi cercate Gesù Nazareno crocifisso: egli è resuscitato!»

Questo è il medesimo giovinetto! Questo giovinetto, che scappa dagli uomini nel momento in cui essi giudicano il Figlio dell’Uomo, non ci si presenta in nessun altro passo della composizione artistica dei Vangeli; egli sta lì di nuovo, quando i tre giorni sono passati, e da allora in poi agisce come principio cosmico della Terra. In nessun altro punto dei Vangeli – confrontateli pure – questo giovinetto ci si affaccia in quei due momenti in modo così grandioso. Abbiamo così ciò che occorre per intendere, in quale senso profondo il Vangelo di Marco appunto ritenga che si abbia a che fare con un evento cosmico – con il Cristo cosmico. Ora soltanto si comprende, quanto vi dovesse essere di composizione artistica anche nel resto del Vangelo di Marco.

È bene strano, che dopo che questa significativa e    
doppia comparsa del giovinetto ci è stata presentata, il Vangelo di Marco termini rapidamente e aggiunga poche frasi importanti! Ma non si può immaginare, che vi potesse essere un seguito di maggiore intensificazione – se mai dall’aspetto di elevatezza e    
di splendore, ma certamente non dall’aspetto impressionante e significativo per l’evoluzione terrestre – dopo che in questa composizione del Vangelo di Marco erano stati posti il Monologo del Dio, il dialogo al di sopra della Terra, sul «monte», al quale vengono chiamati i tre discepoli, che però non comprendono; e infine Gethsemane, la scena sul Monte degli Ulivi, dove il Cristo deve riconoscere, che gli eletti non possono comprendere ciò che sta loro dinanzi, che Egli deve proseguire da solo, e che il Figlio dell’Uomo patirà e verrà crocifisso. Segue poi la solitudine storica e mondiale del Figlio dell’Uomo, il quale viene abbandonato, abbandonato da coloro che Egli si è scelti, viene abbandonato gradatamente dal Principio Cosmico; di guisa che noi, dopo che abbiamo compreso la missione e il significato del «giovinetto», il quale si sottrae agli occhi e alle mani degli uomini, comprendiamo in modo particolarmente profondo le parole: «Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato!» Poi la ricomparsa del giovinetto; brevemente il Vangelo di Marco accenna allora come il «giovinetto» sia di natura «spirituale» «supersensibile», e che diventa visibile fisicamente soltanto per virtù delle condizioni particolari di quel momento – e dice poi che si è palesato anzitutto a Maria di Magdala. E «dopo di questo a due di loro si mostrò per istrada sotto altro aspetto, mentre andavano a un villaggio». Ciò che è fisico non avrebbe potuto mostrarsi sotto altro aspetto.

Il Vangelo si avvia poi presto alla conclusione, indicando l’avvenire per ciò che allora non poteva essere compreso, perchè l’umanità, che era arrivata a quell’epoca al punto massimo della sua discesa, doveva essere indirizzata verso l’avvenire, e questo indirizzo verso l’avvenire viene preparato in modo, che vi si può pure apprezzare l’arte somma della composizione. Quale indicazione verso l’avvenire possiamo immaginarci che emani da Colui, che ha veduto la mancanza di questa triplice comprensione, mentre egli doveva compiere il Mistero del Golgotha? Possiamo immaginarci che Egli indichi, che più gli uomini avanzano nell’avvenire, più e sempre più dovranno acquistare la comprensione per ciò che allora è avvenuto. – In quale modo possiamo acquistare la comprensione giusta di quello che è successo? Considerando ciò che possiamo sperimentare per mezzo delle parole così chiare del Vangelo di Marco, di guisa da dire a noi stessi ogni epoca si presenterà dotata di sempre maggiore comprensione per quello che allora è avvenuto, per ciò che era il Mistero del Golgotha. E perciò crediamo, che con il nostro movimento antroposofico si compia effettivamente qualcosa, di quello che il Vangelo ci indica; cioè, ci si avvicina con una nuova comprensione a quello che il Cristo voleva nel mondo. Ma che questa nuova comprensione sia difficile – e che sempre esista la possibilità di fraintendere la natura del Cristo – Egli stesso lo ha detto:

«Allora se taluno vi dirà: Ecco qui il Cristo, eccolo là, non credete. Imperocchè sorgeranno dei falsi Cristi e dei falsi profeti, e faranno dei miracoli e dei prodigi da sedurre, se fosse possibile, anche gli eletti. State adunque guardinghi: ecco che vi ho predetto il tutto» (Marco 13, 21-23).

Durante i secoli trascorsi dall’evento del Golgotha in poi vi sono state in tutti i tempi molte occasioni di ricordare questo avvertimento. Chi ha orecchi per udire, può udire anche oggidì, come dal Golgotha ci risuonino le parole. «Allora se taluno vi dirà: Ecco qui il Cristo, eccolo là, non credete. Imperocchè sorgeranno dei falsi Cristi e dei falsi profeti, e faranno dei miracoli e dei prodigi da sedurre, se fosse possibile, anche gli eletti».

Come dobbiamo considerare il mistero del Golgotha?

Nelle poche frasi salienti che ancora si trovano nel Vangelo di Marco dopo quelle parole tanto impressionanti, vi è una frase unicissima, in cui vien parlato dei discepoli, dopo che per mezzo del giovinetto, del Cristo Cosmico, essi hanno ricevuto un nuovo impulso, mentre prima avevano dimostrato così poca comprensione:

«Ed essi andarono, e predicarono per ogni dove, cooperando il Signore, il quale confermava la sua parola con i miracoli dai quali era seguitata».

Il Signore collaborava con loro! Così si deve interpretare nel senso del mistero del Golgotha. Non si tratta che in un posto qualsiasi il Signore si trovi incarnato in un corpo fisico, sibbene che là, dove Egli viene compreso, Egli collabora dai mondi supersensibili; e purchè si agisca nel Suo nome – e non con la vanità di presentare il Signore fisicamente, – Egli spiritualmente sta in mezzo a coloro, i quali comprendono il suo nome in verità.

Interpretato giustamente, il Vangelo di Marco parla del Mistero del Golgotha in modo, che nella giusta comprensione di esso troviamo anche la possibilità di un giusto compimento del mistero del Golgotha stesso. Proprio in ciò che, per così dire, soltanto il Vangelo di Marco contiene in questa mirabile narrazione del «giovinetto», il quale si distacca dal Cristo Gesù al momento decisivo, ci viene indicato come il Vangelo debba essere compreso. Poichè gli eletti fuggirono, essi non presero parte a ciò che ormai si verificò e che viene pure narrato nel Vangelo di Marco. In mezzo proprio alla narrazione viene qui di nuovo introdotto artisticamente un episodio – in modo così chiaro che più non potrebbe essere – al quale i discepoli non hanno assistito, di cui nessuno di essi è stato testimonio oculare. E nondimeno viene narrato per intiero! Ci si presenta così un quesito, e cercheremo di penetrare ancora più profondamente nella risposta del medesimo per gittare anche maggior luce su tutto il resto.

Donde proviene quest’altro episodio che i discepoli non hanno visto? – Le tradizioni ebree lo raccontano diversamente da come è raccontato nei Vangeli. Donde deriva la notizia – poichè riguardo alla verità del mistero del Golgotha, coloro che ce lo riferiscono non erano presenti – di ciò che non ha potuto essere veduto da coloro che tenevano alla diffusione del Cristianesimo?

Questo quesito ci farà penetrare più profondamente nell’argomento.

10°Ecce homo. Inadeguatezza della conoscenza esteriore nei confronti del mistero del Golgota. La chiave della comprensione del mistero del Golgota.

Basilea, 24 Settembre 1912

Ieri abbiamo veduto, nel Vangelo di Marco, come la vita in comune del Cristo Gesù con i discepoli che Egli si era prescelti, per un tratto venga meno, e a questa interruzione accennano in modo evidente anche gli altri Vangeli. Agli eventi dunque che si svolgono dopo che il Cristo Gesù vien catturato, ossia al giudizio, alla condanna e alla crocifissione del medesimo, non hanno preso parte coloro che gli stavano più da vicino. Questo aspetto dei fatti nel Vangelo non è espresso a caso, ma pensatamente. In certo qual modo il Vangelo vuole esprimere come debba essere diretto il cammino dell’uomo verso la comprensione del Mistero del Golgotha, e come gli uomini nei tempi avvenire – cioè dopo che il Mistero del Golgotha si è verificato – potranno arrivare alla comprensione di questo Mistero. Questa comprensione deve essere acquistata in modo affatto diverso da come si acquista qualsiasi altra comprensione di un fatto storico dell’evoluzione dell’umanità. Quale sia il rapporto fra la comprensione e il mistero ci risulterà con maggiore evidenza se guardiamo a ciò che si è svolto con tanta chiarezza all’epoca nostra.

Dal secolo decimottavo in poi, da molteplici punti di vista, la coscienza moderna ha cercato, per così dire, una specie di appoggio per la fede nel Mistero del Golgotha. Questa ricerca ha attraversato svariate fasi. Fino al secolo decimottavo, veramente, sono state poche le ricerche per conoscere come siano stati procurati i documenti – i «documenti storici» nel senso come si parla di siffatti documenti – che servono a costatare l’esistenza del Cristo Gesù. Nelle anime umane di cui appunto si tratta viveva ancora troppo intensamente l’azione emanata dal Mistero del Golgotha. Quelle anime avevano visto, per così dire, anche troppo l’influenza che attraverso i secoli si connetteva al nome del Cristo Gesù per poter sentire il bisogno di chiedere: vi è qualche documento che ci dia la prova dell’esistenza del Cristo Gesù? Per coloro che si unirono al Cristo Gesù la sua esistenza sembrava assolutamente naturale, e al tempo stesso sembrava loro del tutto naturale molto più di quello che oggi non si creda – la convinzione dell’essenza al contempo umana e superumana, spirituale e divina del Cristo Gesù. Ma i tempi andavano diventando sempre più materialisti e con l’avanzarsi del materialismo si è presentata nell’evoluzione dell’umanità ciò che necessariamente è collegato alla concezione materialistica; questa concezione non ammette che nell’uomo – in qualsiasi uomo – viva alcunchè di un’individualità superiore; non ammette sopratutto, che dalla personalità esteriore si possa risalire nell’uomo a un elemento spirituale. Se si esamina un uomo materialmente (e ciò si verifica specialmente ai nostri tempi) gli uomini si palesano alla vista materiale molto simili: tutti camminano su due gambe, hanno tutti una testa e un naso posto a un determinato punto della faccia; tutti hanno due occhi, hanno tutti una parte della testa ricoperta di capelli ecc. E l’epoca materialistica vede difatti, in questo modo, che tutti gli uomini appaiono «simili»; perchè dunque dovrebbe essa cercare ancora qualcosa di nascosto dietro a quest’uomo esteriore? Questa ricerca offende colui, che non sente dietro di sè, in questa incarnazione, ciò che hanno gli altri uomini. Il materialismo non ammette questo. Così andò perduta la possibilità di comprendere che nell’uomo «Gesù di Nazareth» vi potesse essere stato il «Cristo», e quanto più ci s’inoltrava nel secolo decimonono, tanto più si perdette in generale l’idea del «   
Cristo». Lo sguardo veniva vieppiù diretto soltanto sul «Gesù di Nazareth», nato in Nazareth o    
altrove, che è vissuto come un uomo, ha predicato delle belle massime fondamentali e dopo è morto, in un modo qualsiasi, di martirio. L’Uomo Gesù prese sempre più e più il posto del Cristo Gesù dei secoli precedenti. Questo sembrava naturale per la concezione materialistica.

E di nuovo a sua volta era naturale, che si sviluppasse nel secolo decimonono ciò che si chiama «l’indagine sulla vita di Gesù». Anche la teologia illuminata non si occupava che di questa «   
indagine sulla vita di Gesù»; ossia, allo stesso modo come si stabiliscono le date in cui vissero Carlo il Grande od Ottone il Grande, o qualsiasi altro personaggio, così essa cercava di stabilire le date riguardanti il Gesù di Nazareth. Ora è molto difficile stabilire le date che riguardano il Gesù di Nazareth. Perchè come documenti principali vi sono anzitutto i Vangeli, e le Epistole di Paolo. Ma come «documenti storici» i Vangeli non possono naturalmente aver valore. Ve ne sono quattro e all’esame esteriore materialistico risulta che essi si contraddicono. Durante il corso delle «indagini sulla vita di Gesù» veramente si è cercato di dare ai Vangeli ogni specie di interpretazione. Orbene, si può fare astrazione da una determinata fase della «ricerca sulla vita di Gesù», la quale essendosi svolta nell’epoca materialistica non voleva più credere ai «miracoli» e perciò spiegava i miracoli, descritti nei Vangeli, nei modi più strani – queste interpretazioni erano a un dipresso del genere, che spiegava la comparsa del Cristo sul lago dicendo, che Egli non era passato sul lago fisicamente coi piedi (mentre già abbiamo veduto di che si tratta) – ma che i discepoli non conoscevano appunto l’ordinamento fisico del mondo. Però a un determinato punto di aberrazione della ricerca sulla vita di Gesù, quella narrazione venne spiegata in modo, che si disse che gli apostoli navigavano in barca e il Cristo Gesù passava sulla sponda, sicchè la gente che si trovava sulla sponda opposta potè facilmente credere e illudersi che il Cristo camminasse sull’acqua. Delle aberrazioni particolarmente razionalistiche hanno perfino ritenuto, che nella trasformazione dell’acqua in vino sia stata introdotta nell’acqua una specie di essenza di vino! Qualcuno ha perfino cercato di spiegare il battesimo di Giovanni nel Giordano dicendo, che una colomba è passata semplicemente per caso in quel momento. Questo è il colmo! Quante mai cose si sono dette sulla base della cosiddetta severa scienza obbiettiva! Ma da queste aberrazioni si può far completa astrazione. Si può esaminare l’indagine, che non volendo ammettere dei fatti supersensibili, ha cercato di considerare questo supersensibile come fosse un’aggiunta materialistica e ha detto a sè stessa: Se non si può credere al Cristo Gesù – non credere che un figlio di falegname nato in Nazareth sia stato nel Tempio a dodici anni ecc. – se si toglie tutto ciò che è supersensibile e si combina quello che concorda e non concorda nei diversi Vangeli, si potrà arrivare a stabilire una specie di biografia di Gesù di Nazareth. E la gente ha tentato di fare questo nei modi più diversi. Da tutti quei tentativi risultò naturalmente che ogni biografia era diversa; ma non possiamo ora occuparci di questi particolari. Vi è stata anche un’epoca nella ricerca sulla vita di Gesù, in cui Gesù di Nazareth è stato rappresentato come un uomo superiore, a un dipresso come un Socrate superiore, allo stesso modo come da un punto di vista più elevato vien rappresentato anche Socrate stesso.

Questa è la ricerca sulla vita di Gesù, la quale tendeva anzitutto a una biografia di Gesù di Nazareth, ma questa ricerca in ultima analisi, ha pure destato opposizione – e veramente per due ragioni: la prima, riguarda i documenti stessi. Perchè nel senso in cui oggi si parla di «documenti storici», nel senso cioè come gli storici considerano i loro documenti, i Vangeli non sono documenti, e non lo sono anzitutto per le loro numerose contraddizioni e per tutto il modo come sono stati conservati. La seconda ragione è, che negli ultimi anni si è aggiunto a questa ricerca, sulla vita di Gesù qualcosa che è stato trovato dalla gente, che nei Vangeli ha voluto approfondire alcuni determinati passi e certe osservazioni che continuamente si ripetono e    
che sappiamo riferirsi a fatti supersensibili. Ma le persone con convinzioni materialistiche che hanno scoperto queste cose non potevano semplicemente farle sparire, come era stato fatto da coloro che facevano delle ricerche sulla vita di Gesù. Si arrivò perciò a un’altra indagine, a quella sul Cristo, che negli ultimi anni si è affermata. Invece prima, durante molti anni, la ricerca sulla vita di Gesù culminò nelle parole coniate da un professore odierno sull’«uomo ingenuo di Nazareth», perchè questo piaceva molto agli uomini; si sentivano soddisfatti di non dover riconoscere niente di più elevato nei Vangeli; conveniva loro meglio di parlare dell’«uomo semplice di Nazareth», che non di innalzarsi all’Uomo-Dio. Ma venne poi trovato anche l’Uomo-Dio. E ne risultò allora la «ricerca sul Cristo».

Questa è del tutto peculiare. Essa si presentò in forma particolarmente grottesca nello scritto «Ecce Deus» di Beniamino Smith e in altri suoi scritti. Essa si presenta in modo da dimostrare, che un «Gesù di Nazareth» non è affatto esistito in realtà; non si tratterebbe che di una leggenda. Ma i Vangeli parlano del Cristo Gesù. Che cosa è questo Cristo Gesù? Esso è un Dio inventato, è un’immagine ideale! E la gente ha le sue buone ragioni per negare da questo punto di vista il vero «Gesù di Nazareth»; perchè i Vangeli narrano del Cristo, e gli attribuiscono delle qualità che non esistono secondo la concezione materialistica. Ne risulta con evidenza, che secondo la storia Egli non è potuto esistere, ma che è stato inventato. Egli è dunque sorto per opera dell’estro poetico dell’epoca a cui appunto è stato attribuito il Mistero del Golgotha. Di guisa che negli ultimi anni si è tornati, in certo qual modo, dal «Gesù» al «Cristo»; ma è un Cristo che non è del resto niente di reale, sibbene vive nel pensiero degli uomini. In questo campo oggidì tutto ciò non poggia, per così dire, sopra alcun fondamento. Il grosso pubblico conosce naturalmente poco le quistioni che sono in giuoco. Ma in ultima analisi tutte le notizie che riguardano il Mistero del Golgotha sono state minate dal punto di vista della scienza, non poggiano più su base sicura. La «ricerca sulla vita di Gesù» non è riuscita a niente, perchè nulla può dimostrare, e della «ricerca sul Cristo» non si può tener conto seriamente. Perchè quello di cui si tratta è la colossale azione emanata da quell’Entità, che è connessa al Mistero del Golgotha. Se tutto questo è «poesia», allora effettivamente un’epoca materialistica dovrebbe confessare, che è tempo che essa si disabitui dal tener conto di tale poesia, perchè a un’epoca materialistica non è consentito di credere a una poesia che ha compiuto la missione più importante dell’epoca. Veramente questa nostra epoca tanto «illuminata» è riuscita ad accumulare molte contradizioni – e non si accorge affatto come sul campo scientifico appunto essa ci costringa a ricordare la sentenza: «Signore, perdona loro, perchè non sanno quello che si fanno». Questo si applica a tutte le ricerche attuali sul Gesù e sul Cristo, che non vogliano poggiare seriamente e degnamente sopra una base spirituale.

Il Vangelo stesso già accenna chiaramente a quello che si è presentato alla nostra epoca nel modo già descritto. Gli uomini che vogliono essere materialisti, che vogliono credere soltanto a ciò che risulta alla coscienza materialistica nell’esistenza sensibile, non possono trovare una via verso il Cristo Gesù. Perchè questa via è stata sbarrata appunto dal fatto, che coloro i quali stavano più vicini al Cristo lo hanno abbandonato proprio mentre il Mistero del Golgotha si compieva, e lo hanno incontrato di nuovo soltanto più tardi; essi perciò non hanno sperimentato con Lui ciò che a quell’epoca si è verificato sul piano fisico in Palestina. Tutti sanno che dall’altra parte non sono stati forniti documenti degni di fede. Nondimeno nel Vangelo di Marco e nelle altre descrizioni dei Vangeli troviamo appunto questo Mistero del Golgotha. Come sono state create queste descrizioni?

Questo esame è di straordinaria importanza. Osserviamo ora queste descrizioni sotto il solo aspetto del Vangelo di Marco. Brevemente, ma esaurientemente, ci viene dimostrato nel Vangelo di Marco, dopo la scena della Risurrezione, che il giovinetto in bianco talare – cioè, il Cristo cosmico – dopo verificatosi il Mistero, si è di nuovo palesato ai discepoli e ha esercitato degl’impulsi su di loro. E perciò nei discepoli, negli Apostoli, quale Pietro, per il fatto di essere stati compenetrati dall’impulso esercitato su di loro, potè accendersi la visione chiaroveggente: di guisa che ciò, che essi non avevano veduto con gli occhi fisici, perchè erano fuggiti, è stato da loro veduto più tardi per via chiaroveggente. A Pietro e agli altri, che poterono pure essere discepoli dopo la Risurrezione del Cristo Gesù, vennero dischiusi gli occhi alla chiaroveggenza, sicchè essi poterono vedere chiaroveggentemente il Mistero del Golgotha. Al Mistero del Golgotha si arriva soltanto per via chiaroveggente, sebbene esso si sia compiuto sul piano fisico! Dobbiamo tener questo fatto per fermo. Il Vangelo lo indica chiaramente, quando descrive che i più eletti fuggirono al momento decisivo; di guisa che in un’anima quale quella di Pietro, dopo ricevuto l’impulso del Risuscitato, ha potuto risplendere il ricordo di ciò che era successo dopo la fuga. Di solito l’uomo si ricorda soltanto di ciò a cui egli ha assistito nell’esistenza sensibile. Ma con una chiaroveggenza come quella che si ebbe nei discepoli, succede, al contrario del ricordo abituale, che gli eventi fisico-sensibili, ai quali tuttavia non si è assistito, si presentino come per via di memoria. Dunque potete immaginarvi il risplendere in un’anima come quella di Pietro del ricordo di eventi, ai quali egli non ha assistito direttamente. E così Pietro, per esempio, a coloro che lo volevano ascoltare insegnò del Mistero del Golgotha, traendo dalla sua memoria; insegnò loro ciò di cui si ricordava, sebbene non vi fosse stato presente.

In questo modo il Mistero del Golgotha venne insegnato, venne rivelato. Ma l’impulso emanato dal Cristo sui discepoli come Pietro poteva essere comunicato anche a coloro, che alla loro volta erano seguaci di quei discepoli. Un tale seguace di Pietro fu colui, il quale originariamente mise insieme – certo soltanto verbalmente – il cosiddetto Vangelo di Marco. Così l’impulso che aveva agito su Pietro passò anche nell’anima di Marco, di guisa che Marco stesso vide risplendere nella propria anima ciò che si era compiuto come Mistero del Golgotha in Gerusalemme. Marco fu discepolo di Pietro per lungo tempo; più tardi Marco arrivò in una contrada, di cui l’ambiente esteriore gli permetteva, per così dire, di dare al suo Vangelo lo speciale colorito che appunto occorreva gli venisse dato.

In tutte le nostre descrizioni (dal seguito forse risulterà ciò che ancora vi è da dire sul proposito) abbiamo visto, che il Vangelo di Marco è quello che ci permette di sentire più chiaramente l’intiera grandezza e il significato cosmico del Cristo. L’autore originario del Vangelo di Marco ha potuto essere stimolato appunto a questa descrizione della grandezza cosmica del Cristo dal paese in cui era stato trasferito, dopo essere stato discepolo di Pietro. Egli venne trasferito in Alessandria d’Egitto, e vi è vissuto in un’epoca, in cui, in certo qual modo, l’erudizione ebrea teosofica e filosofica si trovava di aver raggiunto in Alessandria una determinata altezza, ed egli vi potè accogliere le migliori parti della Gnosi pagana di quel tempo. Egli vi potè accogliere le idee, che allora pure esistevano, sul provenire dell’entità umana dalla spiritualità, sul contatto in cui questa entità umana si è trovata con Lucifero, con Arimane, e sulla penetrazione delle forze luciferiche e arimaniche nell’anima umana; egli poteva accogliere dalla Gnosi pagana tutto ciò che dava una comprensione della provenienza degli uomini dal Cosmo, allorchè venne ricostituito il nostro pianeta. Ma Marco poteva anche vedere, – appunto in una località posta in Egitto – quanto forte fosse il contrasto fra ciò a cui l’uomo era stato originariamente destinato, e ciò che l’uomo poi era diventato. Questo fatto risulta soprattutto evidente nella cultura egiziana, in quella cultura che emanava dalle rivelazioni più alte, rivelazioni che si potevano poi vedere nell’architettura egiziana e particolarmente nelle piramidi e nei palazzi; in quella cultura della Sfinge, che in Egitto andò però sempre più decadendo e corrompendosi; di guisa che appunto le opere principali della cultura egiziana, e proprio durante il terzo periodo di cultura, caddero sempre più e più nelle peggiori mostruosità della magia nera, nelle peggiori aberrazioni della spiritualità. In un determinato rapporto, se si possedevano gli occhi spirituali adatti, si potevano vedere ancora dei segreti profondissimi nei riti praticati in Egitto, perchè emanavano da pura e originaria saggezza ermetica; ma occorreva appunto sempre più che l’anima fosse capace di vedere ciò che stava alla base, senza guardare quanto vi fosse di corrotto. All’epoca di Mosè la corruzione già era molto avanzata ed egli dovette già trar fuori dal mondo egiziano quello che in esso ancora vi era di buono e che però soltanto a un’anima nobile come quella di Mosè riusciva ancora visibile, perchè a sua volta potesse arrivare al mondo avvenire per il tramite della sua anima. La corruzione spirituale proseguì quindi più oltre nel suo cammino.

La visione di come l’umanità potesse precipitare, di come essa potesse cadere completamente nel materialismo, sopratutto per quanto riguardava le sue concezioni, si affacciò con vivezza all’anima di Marco. E Marco sperimentava appunto qualcosa, di simile a ciò che, sebbene in forma diversa, l’uomo, in un determinato modo, può di nuovo sperimentare oggi, però soltanto l’uomo dotato di senso e di sentimento adatto. Perchè oggidì sperimentiamo veramente il risorgere della coltura egiziana. Già spesso ho accennato alla peculiarità delle concatenazioni nella civiltà dell’umanità e ho detto, come delle sette successive epoche di cultura, la quarta occupi un periodo più lungo di tempo, e con l’Ellenismo e il Mistero del Golgotha abbia un posto a sè; ma il terzo periodo di cultura con la civiltà egizio-caldaica si riaffaccia – in modo non spirituale – nella cultura odierna, nella nostra scienza attuale. Nella nostra cultura materialistica, anzi perfino anche nelle manifestazioni esteriori della cultura, si può scorgere in questo nostro quinto periodo un determinato risveglio della terza epoca di cultura. Ugualmente, sotto un certo riguardo, il secondo periodo si riaffaccerà nel sesto e il primo nel settimo. Così queste epoche si riattaccano, si abbracciano fra di loro; già spesso è stato rilevato questo fatto. Si sperimenta oggi ciò che allora uno spirito come quello di Marco poteva sperimentare in modo più intensivo. Si volga lo sguardo verso la cultura (non occorre descrivere ciò in questo modo al mondo esteriore, perchè non lo potrebbe sopportare) e si faccia astrazione da tutte le manifestazioni più profonde di corruzione, e si potrà dire: tutto è meccanizzato, e veramente oggidì nell’ambito della nostra cultura materialistica viene adorato soltanto il meccanismo, sebbene la gente non creda si tratti di adorazione, o di devozione. Ma le forze animiche che venivano prima rivolte verso le entità spirituali vengono oggi rivolte alle macchine, ai meccanismi; ad essi viene dedicata l’attenzione che prima – veramente si può dire – veniva dedicata agli Dei. Così avviene principalmente nei riguardi della scienza, la quale non sa affatto quanto poco davvero, da un canto, essa abbia a che fare con la verità, e con la verità reale e dall’altro con la vera logica. Da un determinato punto di vista più elevato abbiamo veduto che oggi domina indubbiamente un’intensa aspirazione, un’intensa nostalgìa. A Monaco, in una conferenza (4), si è parlato della nostalgia della nostra epoca, e particolarmente di come questa nostalgìa si sia andata formando nelle singole anime; ma nella vera scienza «ufficiale» questa nostalgìa non esiste; piuttosto, si potrebbe dire, che vi domina una determinata sazietà sodisfatta, la sodisfazione per qualcosa di strano, per qualcosa di non vero e di illogico. Questa scienza non è mai in condizione neppure di riconoscere quanto essa sia basata sul contrario della logica. Tutto ciò si vede, si sperimenta, e siccome nell’evoluzione dell’umanità succede sempre che un polo viene acceso dall’altro, è proprio questa insufficienza della scienza esteriore, questa mancanza di realtà e di logica della scienza esteriore, e questa gonfiatura e cecità sulla propria situazione della scienza esteriore, che dovrà provocare gradatamente nella nostra epoca la più nobile reazione, la nostalgìa per la spiritualità nelle anime umane. Ancora per lungo tempo gli uomini, i quali si trovano profondamente immersi nella irrealtà e nella illogicità, potranno ridere della scienza spirituale, metterla in ridicolo, o giudicarla dannosa. Ma per forza interiore dei fatti, l’altro polo si accenderà del tutto spontaneamente. E se coloro che sono al caso di comprenderne qualcosa non cadessero nella malattia del compromesso, ma vedessero chiaro, la quistione si risolverebbe più presto di quello che ora non succeda. Perchè continuamente, quando uno scienziato ha detto, o dal pulpito si è predicato qualcosa, di cui altri crede che sia «pure teosofia», noi sperimentiamo che si fa di ciò gran caso. Non si devono fare tali compromessi, ma importa collocarsi chiaramente e realmente nella vita spirituale e lasciare che questa agisca su di noi con i suoi impulsi. Quanto più ci renderemo conto, che occorre accendere la vitalità interiore della vita spirituale e che a nessun costo si deve ammettere, che dal pensiero materialistico dell’epoca nostra possa trarsi altro che dei risultati materiali, tanto meglio sarà. È diverso dimostrare che la scienza realmente progredita si trova in armonia con la ricerca spirituale, perchè questo lo si può dimostrare a ogni passo. Perchè questa scienza commette veramente quasi sempre nelle opere che pubblica degli errori di logica, del genere di quello dell’umoristico Professore Schlaucherl, nei «Fliegenden Blättern», il quale vuol dimostrare quale sia l’organo con cui una rana può udire. Il Prof. Schlaucherl fa saltare la rana sul tavolo, e picchia poi sul piano del medesimo di guisa che la rana scappi via; dunque essa ha udito. Ma poi le toglie le gambe e picchia di nuovo sul piano della tavola; la rana non salta più via. È evidente dunque, che la rana ode con le gambe; perchè quando aveva le gambe, saltava via appena veniva colpito il piano della tavola, mentre dopo non saltava più via. Gli scienziati fanno molti e svariati esperimenti con la rana; ma le loro conclusioni logiche negli altri campi sono simili all’esempio sopra citato; così pure nei riguardi delle celebri ricerche sul cervello. Con queste ricerche fanno notare, che quando vi è questa o quella data parte del cervello, si può avere, per esempio, la memoria delle parole, o si può albergare questo o quel pensiero; quando questa parte più non vi è, non si possono più avere quei pensieri, o si perde la memoria per le parole – proprio come nell’esempio della rana, che ode con le gambe. Non vi è logica in questi ragionamenti. Perchè i motivi in favore dell’argomento che l’uomo possa pensare con una parte del suo cervello, o non possa pensare quando quella parte manchi, non sono diversi da quelli che sostengono che la rana non ode, quando le vengono tolte le gambe. È perfettamente lo stesso, ma la gente non osserva che l’intiera argomentazione poggia sopra degli errori di pensiero. E così si potrebbero segnalare innumerevoli errori di pensiero in tutto ciò che viene ritenuto oggi come un risultato sicuro della scienza. E quanti più errori gli uomini commettono, tanto più s’inorgogliscono della scienza e criticano la scienza spirituale.

Questo atteggiamento provocherà sempre più una nobile reazione, una nostalgia per la scienza spirituale. Questa non è che la reazione adeguata ai nostri tempi di quello, che un’anima come Marco dovette sperimentare in quell’epoca, in cui gli si palesava chiaramente quanto l’umanità fosse discesa dalle sue altezze spirituali, fosse discesa al semplice attaccamento alla materialità. Tutto ciò ha destato in lui la profonda comprensione, che l’impulso più elevato vive nel Supersensibile, e questo suo convincimento venne confermato anche dal suo Maestro. Ciò che Pietro gli aveva dato, non era quello che poteva provenire da una comunicazione materiale del Mistero del Golgotha, come se qualcuno avesse potuto vedere ciò che si era svolto in Gerusalemme; i fatti erano stati investigati più tardi per via chiaroveggente. Tutte le notizie sul Cristo Gesù e sul Mistero del Golgotha sono nate a quel modo. Il Mistero del Golgotha è un avvenimento che si è svolto sul piano fisico, ma che non può essere visto retrospettivamente altro che per via chiaroveggente. Vi prego di tener questo fatto particolarmente presente, cioè, che il Mistero del Golgotha è un evento fisico sensibile, che però la comprensione del medesimo deve venir cercata per via superfisica, supersensibile – e anche non ostante i documenti che sono rimasti – deve essere cercata per quella via. Chi non comprende questo, può discutere sul valore di questo o di quel Vangelo. Per colui il quale conosce lo stato di fatto, queste quistioni non esistono. Egli sa che è necessario che si esaminino le comunicazioni imperfette descritteci da molti Vangeli e anche ciò che la ricerca chiaroveggente ancora può darci oggidì. E da questo esame si vedrà, se si cerca la verità e se si ricostruiscono gli eventi con le date della Cronaca dell’Akasha, come i Vangeli debbano essere considerati, e l’interpretazione che si deve dare nei varii casi a quello che sta scritto; vediamo quello che è stato scritto a quell’epoca, quando l’umanità, cioè, più profondamente era discesa dall’altezza alla quale una volta si trovava, su ciò che è stato presentato all’umanità come esempio della vera dignità dell’uomo, della vera entità dell’uomo. Le potenze divine spirituali hanno dato all’uomo la sua immagine esteriore, la sua forma esteriore. Ma ciò che è vissuto in questa forma esteriore dall’antica epoca lemurica in poi è stato sempre sottoposto all’influenza delle forze luciferiche – e più tardi, nell’ulteriore corso dell’evoluzione, anche delle forze arimaniche. Sotto queste influenze si andò formando ciò che gli uomini chiamarono la scienza, la conoscenza, la comprensione. Non è dunque da meravigliarsi che a quell’epoca potesse essere presentata all’umanità proprio l’entità vera, supersensibile dell’uomo – e che gli uomini, a quell’epoca appunto, meno fossero atti a riconoscerla, e meno fossero atti a comprendere ciò che l’uomo era diventato. Il sapere dell’uomo, la conoscenza dell’uomo sempre maggiormente è rimasta avvinta all’esistenza sensibile. La conoscenza umana gradatamente sempre meno e meno è stata capace di avvicinarsi all’entità umana.

Questo è ciò di cui si tratta, e di questo dobbiamo tener conto, quando ci volgiamo di nuovo verso il Figlio dell’Uomo abbandonato, verso la figura dell’uomo che ci sta dinanzi nel momento in cui, secondo il Vangelo di Marco, il Cristo cosmico si trova ormai in un rapporto più lasco con il Figlio dell’Uomo. Dinanzi all’umanità, cui tutto ciò veniva rappresentato, stava l’uomo – con quella figura, che le potenze divine spirituali avevano data agli uomini. Così stava, ma nobilitato, spiritualizzato, per mezzo della triennale dimora del Cristo nel Gesù di Nazareth. Così egli si presentava ai suoi simili. Gli uomini, in quanto a comprensione, avevano potuto acquistare soltanto ciò che comprensione e conoscenza erano divenute sotto l’influsso millenario di Lucifero e di Arimane. Dinanzi a loro stava però l’uomo, il quale durante i tre anni aveva scacciato da sè gl’influssi luciferici e ari-manici. Agli altri uomini veniva di nuovo presentato ciò che l’uomo era, prima della venuta di Lucifero e    
di Arimane. Soltanto con l’impulso del Cristo cosmico l’uomo era tornato ad essere ciò che era quando dal mondo spirituale venne trasferito nel mondo fisico. Lo spirito dell’Umanità, il Figlio dell’Uomo, stava là dinanzi a coloro, che in Gerusalemme erano a quell’epoca i giudici, i carnefici; ma egli si presentava a loro quale era divenuto quando ciò che lo aveva trascinato in basso era stato nuovamente scacciato dalla natura umana. In questo aspetto l’uomo si presentava ai suoi simili, quando si verificò il Mistero del Golgotha; a quella figura gli uomini avrebbero dovuto ristarsi e rivolgere la preghiera: «Tu rappresenti il mio ideale più elevato, la figura che dovrei assumere e alla quale non potrò arrivare che per mezzo dei più strenui sforzi dell’anima mia; dinanzi a me sta ciò che unicamente è degno di venerazione e    
di adorazione, cioè il divino di me!» Di quella figura gli Apostoli, se avessero potuto esercitare l’autoconoscenza, avrebbero dovuto dire a sè stessi: Intorno a noi non v’ha nulla, che per consistenza e    
grandezza, possa paragonarsi a ciò che vi è dinanzi a noi nel Figlio dell’Uomo!

L’umanità avrebbe dovuto avere questa autoconoscenza. E invece che fece questa umanità? Essa sputò sul Figlio dell’Uomo, lo flagellò, lo condusse fuori alla Crocifissione. Questo è il drammatico punto di svolta nel corso di ciò che avrebbe dovuto essere: il confronto fra il riconoscimento che l’uomo si trovava di fronte a una figura incomparabile, che avrebbe potuto assumere, e ciò che invece ci viene riferito aver egli fatto. Ci vien descritto l’uomo, il quale invece di riconoscere sè stesso, umilia, uccide sè stesso, perchè non si riconosce, e soltanto per mezzo di questa lezione, per mezzo di questa lezione cosmica, può accogliere l’impulso per acquistare gradatamente la propria entità nell’ulteriore corso dell’evoluzione.

Il momento storico mondiale è stato quello e così lo dobbiamo caratterizzare, se vogliamo caratterizzarlo nel giusto modo, nel modo appunto indicatoci dal Vangelo di Marco, nei possenti versetti del Vangelo di Marco. Tutto ciò non va soltanto compreso, va veramente sentito!

Da questa umiliazione della propria entità è emanato ciò che nel mio ciclo di conferenze «Da Gesù a Cristo» (Karlsruhe 1911) è’stato descritto come il «fantasma dell’uomo». Perchè per il fatto che l’uomo ha umiliato la propria entità, ciò che era la copia esteriore della Divinità si trasformò nel «fantasma», che si moltiplica – e nel corso ulteriore dell’evoluzione dell’umanità può penetrare, moltiplicato, nelle anime, come è stato descritto nel ciclo sopra citato. Se si considerano le cose a questo modo, emerge evidente la grande differenza fra ciò che effettivamente il Vangelo di Marco, in certo qual modo, vuol descrivere, e ciò che per lo più oggidì ne viene compreso. Per chi intende un Vangelo – e particolarmente il Vangelo di Marco – e lo comprende in modo, da sentire ciò che è descritto, da sentirne la costruzione artistica e il profondo contenuto, tale sentimento diventerà un fatto reale interiore, quel fatto reale interiore che indubbiamente deve esistere, se si vuol acquistare un rapporto col Cristo Gesù. L’anima nella sua osservazione deve abbandonarsi alquanto al sentimento, di guisa che, per esempio, di fronte a uno scritto come il Vangelo di Marco, le venga il pensiero: «I miei simili che stavano attorno al Figlio dell’Uomo avrebbero dovuto scorgere in lui l’altissimo ideale di loro stessi, invece quanto mai sono caduti nell’errore!» – Quando un uomo appartiene veramente a questa nostra epoca materialistica, facilmente gli sfugge qualche osservazione come quella che oggidì ci tocca spesso di leggere e di udire, sopratutto dai monisti superstiziosi – prego, volevo dire i monisti «illuminati». – Essi dicono; «Nessun uomo ha potuto spiegare l’esistenza nè l’utilità del dolore! Buddha, Cristo, Socrate, Giordano Bruno non sono stati capaci di sollevare il più piccolo lembo di questo velo». Queste parole si sentono ripetere con infinite variazioni. La gente che le scrive non si accorge che si spaccia come molto superiore a Buddha, a Cristo, a Socrate ecc. e che comprende tutto nel senso di questa sua mentalità. Ma come potrebbe essere altrimenti in un’epoca, in cui ogni libero docente crede di saperne più della storia e deve scrivere i suoi libri secondo le esigenze della sua professione!

Queste cose potrebbero sembrare scritte per mania di criticare la nostra epoca, ma non è così. Occorre anzi che queste cose si affaccino all’anima nostra, perchè così soltanto si vedono nella loro giusta proporzione rispetto ad opere così immensamente grandi quali sono i Vangeli, per esempio, il Vangelo di Marco. Il motivo per cui queste cose vengono sempre fraintese ed esteriormente travisate consiste nel fatto, che gli uomini non si possono elevare che molto lentamente alla loro altezza. Il Vangelo è grandioso in tutti i suoi particolari e, in ultima analisi, ogni particolare dei Vangeli c’insegna qualcosa di straordinario. Perfino l’ultimo capitolo del Vangelo di Marco c’insegna molte cose. Veramente dovrei parlare molto a lungo, se dovessi esporre tutti i grandi pensieri di quel Vangelo. Ma un particolare che si presenta a noi subito al principio del sedicesimo capitolo ci dimostra, come lo scrittore del Vangelo sia penetrato profondamente nei segreti dell’esistenza. E difatti l’autore del Vangelo di Marco vi è penetrato profondamente! Egli sapeva (come già è stato descritto) quanto l’umanità dalla sua altezza spirituale fosse discesa nel materialismo; sapeva, quanto poco la capacità di comprensione umana si fosse sviluppata negli uomini, quanto poco gli uomini fossero disposti all’epoca del Mistero del Golgotha a comprendere ciò che era successo.

Ricordatevi ora di qualcosa che già spesso ho esposto, riguardo all’elemento «femminile» e a quello «maschile», e cioè, che l’elemento femminile, in certo qual modo, – non come individualità; non la singola donna, ma come «femminilità» – non è disceso completamente sul piano fisico; mentre l’uomo – ma anche questo non come singola individualità, non come l’essere nella singola incarnazione, ma come «elemento maschile» – ha varcato il limite della discesa, di guisa che, in verità, la vera «umanità» si trova in mezzo, fra l’uomo e la donna. Perchè l’uomo come tale, nelle singole diverse incarnazioni, cambia di sesso. Ma sta di fatto, che la donna come donna, per la conformazione diversa del cervello, per la maniera diversa con cui può servirsi del cervello, può concepire le idee spirituali con maggiore facilità dell’uomo. All’incontro l’uomo è maggiormente organizzato – appunto per causa della corporeità esteriore fisica – a penetrare col suo pensiero nel materialismo, perchè, esprimendoci alla buona, il suo cervello è più duro. Il cervello femminile è più molle, non è così cocciuto, non è per sè stesso tanto indurito – con questo però non intendo affatto parlare della singola personalità, queste parole non riguardano la singola personalità nè in bene nè in male, perchè molte donne hanno una testa assai cocciuta, e tanto più l’hanno gli uomini. Ma in generale il cervello femminile è più facile ad adoperarsi, quando si tratta di comprendere delle cose fuori dell’ordinario, purchè se ne abbia la volontà. Perciò lo scrittore del Vangelo fa comparire anzitutto delle donne dopo che il Mistero del Golgotha si è verificato.

«E passato il sabato, Maria Maddalena, e Maria figlia di Giacomo e Salòme avean comprato gli aromi per andare a imbalsamare Gesù». (Marco 16, 1).

E il giovinetto, il Cristo cosmico, appare prima ad esse e poi agli altri seguaci maschili. Il vero occultismo, la vera scienza dello Spirito si rivela perfino nelle più minute particolarità della composizione e del contenuto dei Vangeli – e in special modo nel possente Vangelo di Marco.

E soltanto quando sentiamo a questo modo ciò che i Vangeli ci dicono, e ci lasciamo stimolare da quello che sentiamo, troveremo la via del Mistero del Golgotha. E allora non esisterà più per noi il quesito: se in un senso esteriore storico questi Vangeli siano veri o falsi. Questa indagine può essere lasciata a coloro, che non capiscono niente dell’argomento. A coloro però, i quali si sono elevati per mezzo della scienza dello Spirito al sentimento e alla comprensione dei Vangeli risulterà gradatamente evidente, che questi non vogliono affatto essere documenti «storici», ma tradizioni, che si riversano nelle nostre anime. E quando essi riversano i loro impulsi nelle nostre anime, queste rimangono colpite – e non occorrono documenti – da ciò che sentono e sperimentano; volgendo lo sguardo verso il Mistero del Golgotha, le anime vedono come la comprensione umana, la sapienza umana e la conoscenza umana siano decadute rispetto alla vera entità umana; come abbiano insultato e crocifisso questa entità, che invece, con saggia autoconoscenza, gli uomini avrebbero dovuto venerare come il più alto ideale dell’umanità. Da questo sentimento emanerà allora maggior forza per elevarsi a ciò che da questo ideale del Golgotha risplende e riluce per tutti coloro, che lo sentono e lo vogliono vedere. Gli uomini comprenderanno in realtà, che la Terra è collegata coi mondi spirituali, soltanto quando intenderanno come la Realtà spirituale, il Cristo, sia vissuto come Entità cosmica nel corpo di Gesù di Nazareth; quando intenderanno come tutte le Guide dell’umanità che sono vissute sulla Terra siano state inviate dal Cristo come suoi precursori, per preparargli la via, perchè Egli potesse essere riconosciuto e compreso. Nel momento in cui si verificò il Mistero del Golgotha però tutta la preparazione servì a poco, perchè al momento decisivo tutto venne meno! Ma sempre più e più si avvicina il tempo, in cui gli uomini comprenderanno non soltanto il Mistero del Golgotha, ma anche gli altri eventi raggruppati attorno a quello, per mezzo dei quali anche il Mistero del Golgotha potrà essere sempre meglio compreso. Per il momento forse i popoli europei vengono considerati con diffidenza, perchè non fanno come molti altri popoli, i quali non riconoscono come vere che le «proprie» forme di religione scaturite dalla loro nazione e dalla loro razza. Questo, per esempio, ci appare spiccatamente in India, dove non ha valore altro che ciò che è scaturito dalla propria schiatta. Sebbene veramente nel campo teosofico si parli spesso dell’uguaglianza, del riconoscimento di tutte le religioni, in realtà non si desidera che spingere avanti la propria, che si considera la religione della sapienza. Gli Europei non possono far questo, perchè nessun popolo europeo possiede oggidì ancora una qualsiasi divinità nazionale, una qualsiasi divinità sorta e cresciuta sul proprio suolo, come quelle dei popoli asiatici. Il Cristo Gesù appartiene all’Asia – e i popoli europei lo hanno accolto e lo hanno lasciato agire su di loro. Non vi è nessun egoismo nell’accettazione del Cristo Gesù, e si sposterebbero i fatti, se si paragonasse ciò che gli Europei dicono sul Cristo Gesù, con il modo come altri popoli parlano delle loro divinità nazionali, per esempio, come i Cinesi parlano di Confucio e gl’Indù di Krishna e del Buddha. Del Cristo Gesù si può parlare puramente dal punto di vista obiettivo della storia. Questa storia obiettiva difatti altro non fa che spingere l’uomo all’autoconoscenza, che era stata così radicalmente deformata e sovvertita quando avvenne il Mistero del Golgotha. Ma per mezzo del Mistero del Golgotha è stata data all’umanità la possibilità di accogliere l’impulso per ritrovare sè stessa, mentre per la conoscenza, per la conoscenza esteriore nei riguardi del Mistero del Golgotha, tutto, a quell’epoca, come si è visto, mancava all’umanità. Così tutte le religioni del mondo arriveranno a una giusta e reciproca comprensione e collaboreranno gradatamente per comprendere ciò che risiede nel Mistero del Golgotha, per renderlo accessibile come impulso a tutti gli uomini.

Quando si sarà arrivati a potere intendere, che quando si parla del Cristo non si tratta di una fede religiosa egoistica, ma di un fatto storico dell’evoluzione dell’umanità, che ogni confessione religiosa può ammettere nel medesimo senso, allora soltanto si conseguirà una comprensione del nucleo di saggezza e di verità che è contenuto in tutte le religioni. E la medesima misura con cui ancora si respinge la scienza dello Spirito nel suo vero senso, corrisponde al grado, con cui ancora si respinge la vera comprensione del Mistero del Golgotha. La misura della comprensione per la scienza dello Spirito vien data dalla comprensione che l’uomo ha per il Mistero del Golgotha. Così il cristiano, divenuto antroposofo, può intendersi con tutti gli uomini. E se con una superbia alquanto esagerata – che però si può ben comprendere e giustificare – i seguaci di altri sistemi religiosi dicono: «Voi cristiani non avete che una sola incarnazione di Dio, mentre noi possiamo averne diverse; abbiamo dunque di più di ciò che voi avete!» il cristiano, nel rispondere, non deve cercare di gareggiare su questo punto; perchè in tal caso egli non avrebbe compreso il Mistero del Golgotha. È giusto invece che il cristiano dica, anche a colui che può segnalare molte incarnazioni del fondatore della propria religione: «Certamente; tutti coloro però che hanno avuto molte incarnazioni non hanno potuto compiere il Mistero del Golgotha. Questo fatto, quale viene descritto nel cristianesimo, non si trova in nessun’altra religione!»

In altre occasioni già ho esposto, che se si segue la vita del Buddha si arriva a un punto, che nel Vangelo di Marco è descritto per il Cristo come «l’Illuminazione»; è quello in cui il Buddha, arrivato all’estremo limite esteriore della vita umana, si discioglie in luce, come vien descritto conformemente alla verità. Per il Cristo (e lo troverete descritto nel mio libro «Cristianesimo come fatto mistico») ciò si verifica nella scena della «Trasfigurazione», ma non in modo che Egli da solo riceva la Trasfigurazione; bensì discorrendo sul monte – sul luogo stesso dove le condizioni cosmiche si devono esplicare – con Elia e Mosè. Allora soltanto comincia il Mistero del Golgotha, cioè dopo questa scena della Trasfigurazione.

Questo risulta in modo così chiaro dagli stessi documenti, che negare un tal fatto, dopo che lo si è riconosciuto, in fondo, confrontando la vita di Buddha con quella del Cristo, è come negare l’evidenza che due e due fanno quattro. In sostanza, anche quello che ho potuto dirvi quest’oggi su ciò che noi sentiamo in appoggio al Vangelo di Marco di fronte al grande disconoscimento del Figliolo dell’Uomo da parte degli uomini, non è che la conseguenza di quel che trovate scritto nel mio libro: Il Cristianesimo come fatto mistico». Sotto un certo riguardo, ora che mi trovo alla fine dell’esame del Vangelo di Marco, posso dire che, in un determinato modo, il programma tracciato al principio del nostro movimento scientifico-spirituale nell’Europa centrale nei riguardi del cristianesimo è stato elaborato nei singoli particolari. Quando abbiamo principiato s’indicò come linea fondamentale il progresso evolutivo delle varie religioni e come esse poterono culminare nel Cristianesimo. Abbiamo esaminato i singoli Vangeli e molti fenomeni del mondo; abbiamo cercato di penetrare sempre più nelle profondità della vita occulta svolgendo ciò a cui è stato accennato. Abbiamo cercato di svolgere il nostro lavoro con coerenza.

La vera comprensione che ci può affluire da un documento quale è il Vangelo di Marco non può condurci che a proseguire il nostro lavoro nel senso da noi riconosciuto giusto, perchè, messo alla prova non soltanto nel programma generale, che del resto è esso stesso tratto da fatti positivi, ma messo di nuovo alla prova giornalmente e applicato ai singoli problemi, ai singoli fatti, ci risulta come veramente giusto. E attraverso il lento corso del nostro accurato esame di tutte le particolarità dei fatti da indagare, abbiamo sempre trovato la conferma di quello che è stato detto al nostro punto di partenza. Così pure quando si contempla ciò che vi ha di più grande, non può sorgere in noi che il sentimento della pura e vera aspirazione verso la verità. La vista di fatti come il Mistero del Golgotha contiene già in sè la necessaria forza risanatrice per cacciare l’errore, purchè ci si avvicini a quel Mistero veramente in ispirito, e per intendere come, in ultima analisi, non sia che la mancanza di desiderio di verità, che non permette agli uomini di seguire veramente la via che si dischiude dal terrestre al cosmico, quando essi cercano il Cristo cosmico nel Gesù di Nazareth. Egli, però, si palesa a noi tanto chiaramente, quando si comprende realmente uno scritto come il Vangelo di Marco. Così mentre tali scritti si dischiudono alla comprensione degli uomini – per mezzo dell’osservazione scientifico-spirituale – essi gradatamente penetreranno anche nel resto dell’umanità e sempre più verranno compresi. E sempre più si scorgeranno nei Vangeli le parole, che anche a costo di trascurare la parvenza dei sensi, è necessario che vengano trovate per mezzo della vista retrospettiva chiaroveggente del Mistero del Golgotha. Coloro che hanno scritto i Vangeli hanno pure descritto gli eventi fisici per mezzo dell’osservazione retrospettiva chiaroveggente. È necessario comprendere questo e anche intenderne la necessità; cioè, che i contemporanei dell’evento in Palestina non potevano comprendere quello che allora successe, perchè dall’evento stesso soltanto poteva emanare l’impulso per quella comprensione. Prima che questo evento si fosse verificato, non vi poteva essere nessuno capace di comprenderlo. L’evento doveva prima esercitare la propria azione. Questa è la ragione, per cui non è potuto essere compreso che più tardi. Perchè la chiave alla comprensione del Mistero del Golgotha è il Mistero stesso! Il Cristo, con tutta l’azione che doveva esercitare, doveva agire fino al Mistero del Golgotha; e soltanto dopo, dalla sua azione stessa, poteva emanare la comprensione. Per mezzo di ciò che Egli era, è potuta allora essere accesa la Parola, che è al tempo stesso l’espressione della sua vera essenza.

E così, per mezzo di ciò che era il Cristo, si è accesa la Parola Primordiale, la Parola che ci viene comunicata e che può di nuovo essere conosciuta con l’osservazione chiaroveggente – questa Parola che proclama pure la vera essenza del Mistero del Golgotha. E anche a questa Parola dobbiamo pensare, quando si parla delle parole stesse del Cristo, delle parole che Egli stesso non solo ha enunciate, ma che Egli ha pure accese nelle anime di coloro, che lo potevano intendere, così da potere indicare e descrivere la sua essenza alle anime umane. Gli uomini accoglieranno gl’impulsi del Mistero del Golgotha finchè esisterà la Terra. Verrà poi un tempo intermedio fra la «Terra» e «Giove». Un tale tempo intermedio è sempre collegato al fatto, che non soltanto il singolo pianeta, ma anche ciò che lo circonda si trasforma, passa nel Caos, attraversa un «pralaya». Non soltanto la Terra stessa si trasforma nel «pralaya», ma anche il Cielo che ad essa corrisponde. Ma ciò che è stato dato alla Terra per mezzo della Parola che il Cristo ha enunciata, che Egli ha accesa in coloro che lo riconobbero e che perdurerà in coloro che lo riconoscono, è la vera Essenza dell’Esistenza terrestre. E una comprensione giusta ci fa intendere la verità delle parole che ci indicano il corso del Cosmo, che ci indicano come la Terra e l’aspetto della Terra, l’aspetto del cielo considerato dalla Terra, si trasformino, dopo che la Terra avrà raggiunto la sua mèta e che cielo e Terra scompariranno. Ma tali parole pronunziate dal Cristo sopra il Cielo e la Terra perdureranno, se si comprendono giustamente i Vangeli. Se si sentono gl’impulsi più profondi dei Vangeli, si sente non soltanto la verità, bensì anche la forza della Parola, che si comunica a noi stessi come forza, e ci permette di star saldi sul suolo terrestre e di spingere lo sguardo al di là dell’orbe terrestre, nel mentre si accolgono con completa comprensione le parole: «Il Cielo e la Terra passeranno, ma le mie parole non passeranno!» Le parole del Cristo non passeranno mai, anche se Cielo e Terra passeranno! Si può dir questo dal punto di vista della conoscenza occulta, perchè saranno rimaste ancora ferme le verità che sono state dette sul Mistero del Golgotha.

Il Vangelo di Marco accende nelle nostre anime la conoscenza, che Cielo e Terra passano, ma che ciò che possiamo sapere del Mistero del Golgotha ci accompagnerà nei tempi avvenire – anche se Cielo e Terra saranno scomparsi!


In memoria di Frater Stefano Ravaglia

anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.

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